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Articoli 23/01/2023

di Lorenzo Borselli*
Dopo la cattura del “capo dei capi” bisogna aprire una riflessione su cosa sia la Giustizia e sulle indagini
Chi ha ragione tra giustizialisti e garantisti?

'Farinata degli Uberti alla battaglia del Serchio'. Giuseppe Sabatelli, 1842, olio su tela, Galleria d’Arte Moderna, Firenze.

La cattura di Matteo Messina Denaro mette a nudo un Paese, il nostro, che con la Giustizia è decisamente entrato in guerra, in ossequio – parrebbe – al vezzo tutto italiano di spaccarsi sempre su tutto, come tra guelfi e ghibellini o tra Montecchi e Capuleti. Dividersi su di essa, però, è come camminare sull’orlo di un burrone, soprattutto per chi vive in un Paese la cui la pervasività criminale è così forte da poter essere tranquillamente definita endemica. E in cui, lasciatecelo dire, il giro d’affari complessivo delle mafie stimato dall’Eurispes nel 2020 (’ndrangheta, mafia siciliana, camorra e mafie pugliesi) ammonta a 220 miliardi di euro l’anno, pari all’11% del Pil); in cui, secondo la Banca d’Italia – sempre nel 2020 – ci sono state ben 113.187 operazioni sospette, consuntivo di un flusso enorme di denaro guadagnato illecitamente e provento spesso di riciclaggio ed evasioni varie, ma anche di estorsione, traffici di droga, armi e di una moltitudine di altri reati spia. La corruzione, invece, costa da sola 237 miliardi, più o meno il 13% del Pil, almeno secondo una recente ricerca del centro RAND Europe.
La divisione di cui parliamo è tra i cosiddetti “giustizialisti” e i cosiddetti “garantisti”, due opposte fazioni che si affrontano sul ring mediatico o politico a forza di sganassoni, senza apparente possibilità di far pace nemmeno sulle parole, sulle quali abbiamo però il dovere di soffermarci.

Gli spartiacque divisivi sono sostanzialmente due, almeno nella storia recente d’Italia, da ricercarsi nella storia travagliata di “Mani Pulite” ed in quella tragica della lotta alla Mafia, conclusasi col “maxi processo”. Storie che, almeno a leggere le sentenze, si sono spesso legate tra loro e non è un caso che i primi anni ’90 siano quelli in cui le polveri si accesero un po’ ovunque.
Oggi, a distanza di così tanti anni, non si riesce a far pace con quegli eventi: c’è chi definisce Bettino Craxi un “latitante” e chi invece un “esule” o un “martire”, chi rappresenta i magistrati inquirenti come degli “sceriffi” in cerca di carriere e clamori mediatici, salvo poi elevarli al rango di santi o beati quando nere colonne di fumo si erano ormai alzate nel cielo di Palermo.
Così, all’indomani della cattura dell’uomo simbolo della Mafia, arresto eseguito dai Carabinieri pochi giorni dopo l’entrata in vigore della riforma Cartabia, la politica fa una sostanziale retromarcia sull’annunciato taglio delle intercettazioni, facendo tirare un sospiro di sollievo a chi pensa che il reato sia un fatto che produce un evento contrario all’interesse pubblico e che lo Stato debba fare di tutto (secondo la legge) per identificare il colpevole e fare in modo che nessuno debba più soffrire per questi comportamenti antisociali.
Se non si è capito, chi ruba, truffa, evade le tasse, si appropria, picchia, sequestra, minaccia o si fa corrompere, lede un legittimo diritto di altri e lo Stato dovrebbe esserne garante.

Molti dei reati prima procedibili d’ufficio e per i quali è ora necessaria la querela (che è la dichiarazione di volontà con cui la persona offesa da un delitto richiede di procedere contro chi ha commesso il fatto) avranno anche una pervasività minore rispetto alle attività della criminalità organizzata, ma gli effetti sulla vita di tutti noi sono sempre pesanti.
Sono, soprattutto, effetti che rivendichiamo di non voler subire: ridurre il confronto alle parole “giustizialismo” o “garantismo” non è solo come entrare in chiesa e bestemmiare: equivale a lanciare un gigantesco fumogeno semantico per spostare il dibattito ed evitare di confrontarsi sulla questione.
Sarà anche sbagliato pubblicare le intercettazioni telefoniche, così come sarà anche sbagliato dare la notizia di arresti o di indagini, ma certamente – almeno questa è la nostra opinione – non è sbagliato perseguire i reati che l’ordinamento del nostro Stato prevede come tali: rendere improcedibili i processi significa non farlo; smettere di intercettare gli indagati, significa mettersi una benda sugli occhi e far finta che i reati non ci siano ovvero che non vengano commessi e, soprattutto, mettere i delinquenti al pari di ogni brava persona, spogliandola del diritto di essere invece tutelata. Debole coi forti e forte coi deboli.
È come riconoscere al criminale il diritto di delinquere e negare al cittadino il diritto di non restarne vittima.

Nessuno deve poter negare un giusto processo ad un imputato che, fin quando questo è “solo” indagato, deve poter contare su un’identica garanzia, che le indagini siano cioè “giuste”. Ma bisogna poi comunque porsi altre domande, di più machiavellica filosofia: le garanzie devono servire a rendere conformi le indagini all’ordinamento o a non farle?
Insomma, quando la Mafia iniziò a perdere terreno, sotto i colpi del pool Antimafia di Palermo, quando un altro pool, quello milanese di “Mani Pulite”, iniziò a delineare il malaffare di un’intera classe politica e, infine, quando le risultanze investigative indicarono chiaramente che Cosa Nostra intratteneva rapporti con parte di quella politica finita alla sbarra in Lombardia, cosa è successo?
Ci si sarebbe aspettati una bella tabula rasa con una nuova generazione di politici in grado di inoculare l’organismo statale dei necessari anticorpi, esattamente come in Sicilia qualcuno ha fatto pagando con la vita: magistrati, uomini e donne delle forze dell’ordine, giornalisti, attivisti, civili ma anche politici stessi, Piersanti Mattarella e Pio La Torre in testa.
Invece, con un imperdonabile fallo di reazione, la classe politica ottenne gli effetti sperati e, almeno in parte, come ha detto Gian Carlo Caselli, “ebbero il sopravvento l’indifferenza o l’ostilità verso chi dall’interno dello Stato cerca di garantire la legalità”. “Indifferenza”, quando andò bene, fino a quando “giustizialismo” è divenuta una parola dalla connotazione dispregiativa e sprezzante, e “garantismo”, invece, sinonimo di giustizia.

Nel mirino, oggi, ci sono magistrati come Nino di Matteo (che Matteo Messina Denaro voleva far saltare in aria, tanto per ribadire che la mafia è cambiata e che ha abbandonato la linea stragista) o Nicola Gratteri, spesso additato dai “garantisti” come un uomo bramoso di far scattare manette preventive: la storia si ripete. Avevano fatto lo stesso con Falcone e Borsellino, contro i quali si erano scomodati anche personaggi illustri, primo fra tutti Leonardo Sciascia, che con un articolo titolato “I professionisti dell'antimafia”  pubblicato sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, aveva sostanzialmente affermato che il modo migliore in Sicilia per fare carriera in politica o con la toga era usare “l’antimafia come strumento di potere”, prendendo ad esempio tra gli altri proprio Paolo Borsellino, da poco nominato procuratore di Marsala, preferito dal CSM ad un collega più anziano.
Anche alcuni politici moderni fanno della lotta alla corruzione e al malaffare un impegno tradotto in norme, ma certi argomenti non sembrano premianti nell’elettorato e quel vezzo di dividersi in fazioni di cui abbiamo parlato in apertura, fazioni accecate dalle reciproche divergenze, impedisce nei fatti di trovarsi d’accordo su un tema così importante e centrale per la sicurezza e l’economia di un paese civile come la Giustizia: è di lei, raffigurata da sempre nella storia occidentale come una donna bendata con in mano bilancia (e spada), che abbiamo bisogno.
Ricordiamo ai lettori che la faida tra Montecchi e Capuleti finì con la consegna dei territori contesi ai tiranni.
Del resto, “duobus litigantibus, tertius gaudet”, lo sappiamo bene.
Così come sappiamo bene chi sia il terzo che gode.

 

*Ispettore della Polizia di Stato, Responsabile
Nazionale della Comunicazione di ASAPS

 


 

La cattura di Matteo Messina Denaro mette a nudo un Paese, il nostro, che con la Giustizia è decisamente entrato in guerra, in ossequio – parrebbe – al vezzo tutto italiano di spaccarsi sempre su tutto, come tra guelfi e ghibellini o tra Montecchi e Capuleti
Un altro interessante articolo di Lorenzo Borselli,  Ispettore della Polizia di Stato, Responsabile nazionale della comunicazione ASAPS.

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Lunedì, 23 Gennaio 2023
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