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Articoli 30/05/2020

di Lorenzo Borselli*
La morte di George Floyd: lo sdegno di noi  “bravi poliziotti”

Foto latimes.com

(ASAPS) Forlì, 30 maggio 2020 – Scrivere un commento sui fatti di Minneapolis, sulla brutale morte di George Floyd per mano diretta di un poliziotto e per quella indiretta dovuta al mancato intervento di tre suoi colleghi, è una delle cose più difficili che si possa chiedere a un agente o, almeno, così si è portati a pensare quando si indossa una divisa.
Questo perché qualsiasi cosa un poliziotto dica sull’argomento, si farà dei nemici, dentro e fuori dai ranghi.
Chiunque faccia questo lavoro, sa benissimo (o almeno dovrebbe) che la collettività gli ha conferito un potere immenso: l’uso legittimo della forza.
Lo spiega, sancendo tale principio, l’articolo 53 del Codice Penale, un testo entrato in vigore nel 1930 e che porta la firma di Alfredo Rocco, guardasigilli del governo Mussolini. L’articolo di cui parliamo è scritto in maniera semplice e chiara, incredibilmente moderna, e stabilisce che non è punibile “il pubblico ufficiale che, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di far uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità […]”.

È quella che i giuristi definiscono una “scriminante autoritaria, bilanciata col principio di proporzionalità(1)”, scritta in un modo così chiaro che difficilmente un eventuale processo scaturito dalla messa in atto di un tale esercizio, potrà concludersi con un giudizio finale diverso dalla realtà.
Quindi, per farla franca con la consapevolezza di aver violato quella norma, bisogna ingannare il giudice, fornendogli una versione diversa che venga presa per vera.
Bisogna mentire, bisogna farlo bene.
E questo equivarrebbe a tradire due volte il giuramento reso allo Stato. Perché, o si ha ragione e, quindi, la forza o le armi vengono usate legittimamente, oppure si mente per difendersi e quando la menzogna è quella di un rappresentante dello Stato, che la Giustizia è chiamato a servire, allora ci viene da arricciare il naso.

Nei film, il poliziotto che decide di farsi giustizia da solo, sommariamente, prima usa il garbo di lasciare pistola e distintivo sul tavolo del proprio capo.
Sarebbe semplice, molto semplice (e anche odioso), attaccare con la tiritera della frustrazione per l’impunità diffusa, che è senz’altro un problema irrisolto del nostro Paese e, quindi, anche di chi è chiamato (per scelta propria) a difenderla.
Sì, lo confessiamo: è frustrante constatare che il ladro seriale vive libero e, impunemente, può continuare a delinquere, saccheggiando case e proprietà, rubando la pensione all’anziano che l’ha appena riscossa oppure assaltando blindati armato di esplosivi e fucili mitragliatori. È indegno di uno stato moderno che il corrotto e il corruttore possano farla sempre franca perché lo Stato non è in grado di perseguire efficacemente questo tipico reato italiano (ricordiamo che l’Italia è al 51esimo posto nel mondo nella desolante classifica della corruzione stilata annualmente da Trasparency International, venticinquesima in Europa), che costa al Belpaese qualcosa come 100 miliardi all’anno, spicciolo più, spicciolo meno.

È vergognoso che i poliziotti italiani non abbiano ancora il taser o che per difendersi debbano usare uno spray urticante e che, soprattutto, gli aggressori vengano puntualmente congedati in tribunale con una pacca sulla spalla, per via di una legge che non è adeguata a difendere nessuno.
Ma il poliziotto ha un dovere supremo: muoversi nell’ambito dell’ordinamento. Se valica quel limite, è un fuorilegge a sua volta.
George Floyd era sospettato di aver tentato di acquistare generi alimentari pagando con una banconota da venti dollari falsa: il negoziante aveva chiamato il 9-1-1 per denunciare un “forgery in progress” (contraffazione in corso) e la polizia era arrivata in pochi minuti, rintracciando il sospettato a bordo di un minivan nero. Dopo una colluttazione, ripresa dalle camere di videosorveglianza, gli agenti estraevano il conducente dal veicolo ed è qui che per George Floyd si è consumato il dramma.

Uno dei quattro agenti gli appoggia il ginocchio sul collo e lo mantiene fino a quando Floyd, che aveva detto chiaramente di non riuscire a respirare, muore.
Il tutto nello streaming dei telefonini dei passanti, increduli e indignati.
Sì, l’FBI indaga, i quattro sono stati licenziati e, potete starne certi, andranno sicuramente in carcere, in un paese in cui non esistono privilegi per i detenuti: in Italia, gli operatori delle forze dell’ordine detenuti sono alloggiati in sezioni isolate o in un carcere militare, negli USA no.
Ma questo non cambia di una virgola il portato criminale dell’azione né le conseguenze sull’ordine pubblico del paese: Minneapolis è stata messa a ferro e a fuoco, la Guardia Nazionale è in strada, orde di criminali in azione.
Scena già vista proprio in America un’infinità di volte: ricordate Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti accusati del pestaggio di Rodney King?
Restiamo senza parole, quando scopriamo che operatori di polizia hanno cospirato per coprirsi a vicenda, lasciando che altri, innocenti, siano accusati e messi alla gogna.

Parliamoci chiaro: nessuno di noi, in una colluttazione o in un intervento, esiterebbe a fare uso delle armi o della violenza, per difendere sé stessi o altri da una minaccia.
Ma l’atto deliberato, gratuito, fine a sé stesso no: non ci appartiene e ci indigna.
Per cui, facciamo nostro un post di dieci punti stilato dal sito internet di “Policeposts Network”, un’associazione di poliziotti americani:
1. I bravi poliziotti sono arrabbiati per questo evento. E disgustati.
2. Non puoi giustificare questa situazione. Se lo fai, tu sei il problema.
3. I poliziotti non vengono addestrati ad inginocchiarsi sul collo di nessuno.
4. Sii un buon essere umano. L’uniforme e il distintivo non definiscono chi sei.
5. Nei fatti, se sei un professionista delle forze dell'ordine, per definizione, devi condannare i comportamenti trasgressivi da parte di coloro che indossano un’uniforme.
6. Un cattivo poliziotto può oltraggiare il distintivo di migliaia di bravi poliziotti. Non essere un cattivo poliziotto.
7. Questo è un lavoro duro. Non è per tutti.
8. Allenati e studia: in caso contrario fallirai. Non è una questione di “se”, ma di “quando”.
9. Gli operatori di polizia non sono giudici.
10. Sii efficace. Resta professionale.
E se qualcuno che indossa la divisa ci prenderà in antipatia, sappiate che ce ne faremo una ragione, perché dalla parte della ragione ci siamo noi. (ASAPS)
 

(1) Altalex, “Uso legittimo delle armi, una scriminante autoritaria bilanciata col principio di proporzionalità”, Maria Cristina Pasi, 07.09.2018.

 

(*) Ispettore della Polizia di Stato. Responsabile della Comunicazione di ASAPS.


La nostra opinione sul comportamento di quei poliziotti statunitensi. (ASAPS)

 

Sabato, 30 Maggio 2020
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