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Ucciso da un Suv, «Noi, dimenticati. La giustizia non offenda il mio Elio»

Corrado Bonavita: «Sono al mondo per riportare Nunzia a casa». Oggi c’è l’impunità, uno corre perché tanto sa che non rischia nulla e passerà guai limitati

Da quand’è morto Elio, il papà Corrado Bonavita vive al Niguarda. Arriva nel primissimo pomeriggio. La mattina la dedica al secondo e unico figlio, insieme guardano le fotografie e i video fatti con il cellulare nella stanza dell’ospedale, nei rari momenti in cui Nunzia non è in sala operatoria per i lunghissimi interventi; ieri è stata operata per dieci ore. È uscita dal coma, ma ancora non sa perché si trova qui. Guidava lei la macchina, una Citroen C1. Le 9.45 di domenica 22 marzo. Viale Brianza, Monza. A duecento metri dal campo sportivo della società calcistica «Dominante», la squadra di Elio, centrocampista. Una prima macchina non ha rispettato la precedenza; un’altra per evitarla ha invaso la corsia. Elio, 14 anni, è morto. La mamma, 40 anni, stava per morire.

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Al Niguarda aveva poche speranze di vita. Non c’era un osso che non fosse rotto, un ginocchio era scomparso. «L’avvocato me l’ha già detto. Nessuno dei due automobilisti farà un giorno di galera. Hanno preso multe per poche centinaia di euro. Le patenti sono state ritirate ma tanto le riavranno a breve. Persone famose, come Renzi e Alfano, avevano subito promesso l’introduzione del reato di omicidio stradale. Non ho sentito più nulla. Solo parole, sull’onda mediatica. Io non cerco nulla, non ho contatti con potenti, conto zero e anche se approvano il reato non sarà retroattivo. Ma c’è l’impunità, uno non rischia nulla, allora va forte e se provoca un incidente scappa e nemmeno soccorre, sapendo che passerà guai limitati. Come successo con Elio».

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Corrado ha 43 anni. Napoletano e napoletana Nunzia. Di Capodimonte. La moglie lavora nella scuola. «Quest’anno, dopo anni di precariato, ha ottenuto il tempo indeterminato. Per noi era un momento di serenità. L’esistenza di una famiglia è intensa, vasta. Insieme avevamo superato ogni cosa. Non era molto che stavamo a Villasanta, il nostro paese, vicino a Monza. Mi ero trasferito in seguito alla proposta della mia azienda. Avevamo, io e Nunzia, dei dubbi sull’inserimento dei ragazzi. Invece niente. Bene a scuola, bene col calcio. Anche il piccolo, 11 anni, gioca, nell’Inter. Elio era da un annetto alla “Dominante”. Si trovava a meraviglia. Un bell’ambiente. Il papà dell’allenatore guida il pullmino con il quale porta i ragazzi agli allenamenti. In obitorio ha avuto un malore, poverino».

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Quella domenica era stata Nunzia ad accompagnare Elio. L’altro figlio era su un altro campo con genitori di compagni di squadra. Corrado ha la passione della corsa podistica. Si allena e fa garette in provincia. «Ero in ritardo, ero uscito senza cellulari e chiavi di casa. Al ritorno mia moglie non c’era. Avevo provato al supermercato, in centro, magari era andata a fare la spesa. L’avevo chiamata dal cellulare di amici. Non si trovava, non rispondeva. Avevo preso la macchina ed ero andato al campo. La partita di Elio era terminata: intanto che mia moglie torna, mi ero detto, riprendo lui. In viale Brianza ho visto la Citroen».

L’hanno cercato a lungo le televisioni. «Vorrei evitare che si faccia gossip. Se devo dir qualcosa, ti dico che debbo ringraziare un mare di gente. Mi hanno scritto dalla Sicilia, dal Friuli. Mi hanno mandato buste con soldi. Al funerale eravamo in quattromila. La sera mi inviano messaggini genitori sconosciuti per la buonanotte. Io resisto. Devo resistere. Per mia moglie. Per l’altro figlio. Per Elio. Era un combattente, il mio grande Elio. Così introverso da rifiutare i miei abbracci, e farmi arrabbiare parecchio, e così carismatico da tornare a casa dopo le partite e filare infuriato nero in camera. Ce l’aveva con i compagni, a suo dire troppo molli in campo».

Non urla, non piange, non chiede aiuto. Corrado Bonavita ringrazia il Niguarda, «professionisti esemplari»; l’ospedale è un punto di raccolta delle tragedie da prima pagina, passano i feriti sfigurati della «coppia dell’acido», passano i feriti della strage del Tribunale. «Incontri il dolore. Il dolore immane. Io, il mio, non riesco a descriverlo. Devo per forza pensare a perdonare? Debbo per forza nasconderti che sì, avrei voluto togliere la pelle a ... Ti dico questo: spero che la giustizia non prenda in giro Elio. Che non lo offenda. E basta. Voglio creare una Fondazione sulla sicurezza stradale. Con Nunzia. Ma più avanti. Adesso la riporterò a casa: sono al mondo per questo motivo».

 

da milano.corriere.it


La drammatica e toccante testimonianza del papà di Elio. (ASAPS)
 

Venerdì, 17 Aprile 2015
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