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Articoli 09/01/2015

E ora siamo in guerra con l’odio: come difenderci?

Di Lorenzo Borselli*

(ASAPS) Forlì, 9 gennaio 2015 – Nelle ore concitate che sono seguite al sanguinoso attentato di Parigi, nel corso del quale un commando armato fino ai denti ha fatto irruzione nei locali del Charly Hebdo, gli interrogativi si susseguono senza sosta. Alcuni sono di spessore tecnico, altri invece rivestono un carattere privo di contorni, esclusivamente eziologico.

L’azione è stata portata a termine da professionisti, da invasati o da un pericoloso mix di entrambi i fattori?
È abbastanza scontato che si tratti di quest’ultima possibilità, ma non è tutto: che ruolo può avere l’intelligence interna ed estera nello sventare azioni di questo tipo? Si tratta di lupi solitari oppure di attacchi pianificati a tavolino da menti che, per quanto ubriacate di ideologismi religiosi, dimostrano una capacità strategica ben diversa da quella che noi occidentali siamo soliti, purtroppo sottovalutando, attribuire alle cellule di Al Qaeda o del più potente Isis?

Cerchiamo di cominciare dalle immagini: il gruppo sembra essersi mosso deciso nelle strade parigine, nel cuore di una delle democrazie più stabili e antiche del mondo, capitale di uno stato dal passato colonialista e imperialista che ha abbandonato i possedimenti d’Oltremare (ma non tutti) prendendo a bordo del bastimento tricolore un immenso carico di disagio, di disuguaglianze, di risentimento e anche di rivalsa sbarcato in massa nelle sterminate banlieux parigine e decine di altre città, nelle quali il seme dell’odio ha trovato il terreno più facile in cui germogliare.
L’altro punto debole della Vecchia Europa è nel cuore dell’Inghilterra o in alcuni paesi del Commonwealth, dove i Lupi Solitari sono già entrati in azione, anticipando e seguendo le azioni di Tolosa e di Digione.
Ricordate?

Nel marzo 2012 Tolosa e Montauban vennero colpite da una serie di attentati che costarono la vita a tre militari ed a quattro civili di religione ebrea (di cui tre bambini, freddati nella scuola antistante la sinagoga). Gli attentatori entrarono in azione al grido di Allah è grande.
A Sidney, il 15 dicembre 2014, un iraniano di 50 anni, predicatore, prese in ostaggio i clienti di un locale, tappezzò le vetrine di bandiere nere con scritte in arabo, che ricordavano quella dell’Isis, e morì nel blitz delle forze di sicurezza insieme a due ostaggi, al grido di Allah è grande.
Il 21 dicembre 2014, a Digione, un giovane marocchino si scagliò in auto contro la folla e investì 13 persone, al grido di Allah è grande.
A Londra, il 23 maggio 2013, un soldato venne decapitato da due nigeriani al grido di Allah è grande.

E da noi, in Italia? Per quanto ancora potremo dire di non essere nelle stesse condizioni dei cugini britannici o francesi?
Il frutto che raccogliamo oggi è quello che abbiamo purtroppo già conosciuto, favorito dalle tante guerre che sono seguite alle inspiegabili strategie messe in atto dall’Occidente dopo l’11 settembre 2001, data d’inizio di questa terza guerra mondiale, e rifiorite all’indomani delle tante primavere arabe.

Ci sarebbe da domandarsi il perché dell’attacco alla Libia e soprattutto l’immediata ritirata, dopo aver fatto piombare il paese di Gheddaffi nel caos più assoluto, con il sanguinario leader freddato a un check-point nel deserto. Il Libano non ci aveva insegnato niente?
O ancora: che senso può aver avuto, col senno di poi, attaccare l’Iraq e far impiccare Saddam Hussein? Molti analisti avevano previsto gli scenari che si sono poi dispiegati nello scacchiere mediorientale, anche quelli dal passato per nulla militare, come la giornalista Lucia Annunziata con il suo “No!”.

Eppure ci siamo armati e siamo partiti, abbiamo lasciato sul campo migliaia di uomini, tanti anche gli italiani, in divisa mimetica o di qualche ONG; abbiamo perso le tracce di ostaggi, altri li abbiamo visti sgozzati come agnelli, altri ancora li abbiamo uccisi nel tentativo di liberarli, forse pensando di avere vita facile nell’irrompere in un campo di “beduini”: perché, diciamocelo, abbiamo forse sempre pensato che l’arabo in fondo è solo un beduino e a forza di luoghi comuni abbiamo contribuito a issare un muro di arroganza e di ignoranza, che si contrappone a quello fatto di odio della parte avversa, che ci ha reso impreparati, deboli e anche impauriti. Che considera una cooperante alla stessa stregua di un soldato, in missione in una terra che non è la sua a imporre regole che loro non vogliono.

Non è forse vero che Mohammed Atta portò la guerra nel cuore degli Stati Uniti, addestrandosi proprio in quel paese alla guida di aerei di linea, mettendosi alla testa del commando che l’11 settembre, attaccò New York e Washington?
Pensiamo davvero, noi civili, che imporre maggiori misure di sicurezza in aeroporto ci consenta di mettere alla porta il rischio di essere uccisi?
Le regole di questi guerriglieri non sono convenzionali e comunque “loro” non sono come noi, non pensano come noi: ciò che ci distingue da loro è l’incapacità di difenderci da un odio che tocca l’intero nostro modo di vivere e di questo dobbiamo prenderne atto. Deve farlo la classe politica, che in quanto a contromisure è ancora parecchio indietro, e deve farlo l’apparato della sicurezza interna: quanti agenti della sicurezza conoscono il nemico?
Basta additare l’Islam per sapere da chi ci dobbiamo difendere?

Sappiamo tutti che non è così e soprattutto che non è una questione razziale, nemmeno per loro: quanto hanno esitato a uccidere il poliziotto francese Amhed Merabet, musulmano a sua volta, già a terra ferito?
Il commando di Parigi non è un commando di soldati professionisti all’occidentale maniera: guardate bene il filmato in cui ammazzano il flick Merabet.
Quando escono dall’auto sembrano preparati, ma il modo in cui si incrociano, in cui lasciano a piedi il terzo e in cui lasciano incustodita l’auto, il particolare delle carte d’identità lasciate nella seconda macchina, il fatto che in poche ore le loro facce fossero già sui bollettini di ricerca di tutto il mondo ci dice che non è così: sono solo determinati.

Sono soldati implacabili, cresciuti ad odio (quante volte usiamo questa parola) e disprezzo per la nostra società che oltre a cercare di capire dove ha sbagliato, dovrà anche capire come difendersi dal nemico, assai più avvezzo a morire rispetto a noi, sorretto da una fede che gli promette  una vita migliore col martirio. Nella testa del jihadista ci sono il paradiso, il martirio e l’odore dei cadaveri dei miscredenti uccisi che, a differenza di quelli dei martiri, “che odorano di muschio”, “puzzano peggio dei maiali”.
Del resto, come dicevano gli antichi, “dulce bellum inexpertiis”.
La guerra è dolce [solo] per chi non l’ha sperimentata. (ASAPS)

*Responsabile per la Comunicazione di ASAPS


Una preziosa riflessione sul grave momento che stiamo attraversando dopo il sanguinoso attentato di Parigi. (ASAPS)

Venerdì, 09 Gennaio 2015
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