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Articoli 31/07/2013

La tragedia dell’A16: colpa della discesa? E le rampe di emergenza? Ecco l’acqua calda

di Lorenzo Borselli
Foto tratta da Wikipedia

(ASAPS) Forlì, 31 luglio 2013 – “I'm sorry if I ask this Lorenzo, but in Italy you do not have emergency ramps for trucks?”. C’è da cadere dalla sedia a sentirsi dire una cosa del genere al telefono, sostanzialmente per due motivi: il primo, perché a pensarci bene è come scoprire l’acqua calda, il secondo perché uno che fa il nostro lavoro, e che di incidenti ne ha visti a centinaia, capisce che saremmo anche geniali, come popolo, ma affoghiamo davvero in un bicchier d’acqua (quella scoperta). La rampa d’emergenza di cui parla l’amico americano è una via salvavita che un po’ tutti hanno, anche in Europa: ce ne sono in Spagna, in Francia, in Svizzera, in Austria e in Germania, almeno quelle che abbiamo visto di persona. E ce ne sono ovviamente anche negli USA, in Australia, in Nuova Zelanda e perfino in Cina, paese che vanta uno dei record più negativi del pianeta in materia di sicurezza stradale. Da noi, no. Colpa dell’orografia? Non regge, perché  negli altri stati vengono costruite proprio dove servono e cioè in discesa. Se ne progettano di tutti i tipi, ma sostanzialmente parliamo di una corsia posta sulla via di fuga (manco a dirlo) e ideata per accogliere un veicolo, anche di grosse dimensioni, che non riesce a frenare: lo accoglie, dicevamo, dopo una lunga serie di segnali di preavviso, lo fa rallentare nella maniera più dolce possibile e alla fine, quando il moto si ferma, lo tiene fermo e consente a chi vi si trova sopra di scendere o di essere soccorso. È una corsia a tutti gli effetti, che inizia in discesa, che poi si spiana e che poi diviene salita ripida, perché la legge della fisica è inviolabile, nella sua semplicità. L’asfalto lascia il posto a sabbia o ghiaia, come in pista, e quando gli spazi sono ridotti vi sono montate reti e dispositivi di rallentamento, come ad esempio nelle cuspidi in plastica piene di acqua e con molloni per dissipare gli urti in maniera controllata e relativamente innocua. Certo, il veicolo si danneggia, ma generalmente le persone tornano a casa con le proprie gambe e non dentro un sacco salma.

 

Strade e autostrade come quelle italiane, potrebbero ospitarne di tutti i tipi: basta investire, magari programmando interventi a partire dai tratti più pericolosi, magari usando un po’ di soldi provenienti dalle multe, magari pensando che il costo sociale per la perdita di 38 persone potrebbe facilmente ammortizzarsi facendo in modo che quelle vittime non debbano esserci più. I bilanci si fanno anche così, no? Ci sarà qualcuno, al ministero del Tesoro, che riesca un giorno a dirci quanti miliardi di euro abbiamo risparmiato dimezzando la mortalità sulle strade, o no?
Nel 1993, in un’autostrada, un camion percorse un paio di chilometri senza freni, in discesa, percorrendo un lungo tratto di corsia d’emergenza cercando di fermarsi strusciando sul muro di controripa e seminando il panico nella lunga coda di un esodo estivo, ma finendo alla fine contro un’auto ferma in marcia. Dentro quell’auto, andata a fuoco, c’erano un uomo di nome Giuliano e il suo cane.
Se ci fosse stata una di quelle corsie, pensai quando le vidi sull’autostrada che dal Monte Bianco scende verso Chamonix, in Francia, Giuliano e il suo cane sarebbero tornati a casa vivi, o no?

 Foto tratte da Wikipedia

 

Per un  progettista non serve molto: basta ipotizzare quanta velocità può accumulare un veicolo (una massa) e stabilire quanto lunga deve essere la corsia di arresto e quanta ghiaia o sabbia metterci. Oppure può sbizzarrirsi: per un “Arrester Bed”, letteralmente un “letto d’arresto”  serve una rampa piena di ghiaia adiacente alla strada, che sfrutta il coefficiente di resistenza dell’inerte al rotolamento delle ruote. In pratica i sassolini rappresentano una sorta di freno esterno alla ruota, che è costretta a girare sempre più piano in relazione alla sua velocità iniziale, fino a quando non si ferma; per un “Gravity Escape Ramp” bisogna invece predisporre un lungo sentiero parallelo alla strada, ovviamente inclinato all’opposto, ma i risultati sperimentati non sono troppo incoraggianti, perché sono stati rilevati numerosi cappottamenti a fine corsa, ingenerati spesso dal panico del conducente; 
molto vicina al concetto di via di fuga pistaiola è la “Sand Pile Escape Ramp”, una rampa piena di sabbia, ritenuta molto efficiente per garantire l’arresto in spazi brevi: fin troppo efficiente, visto che nel breve tratto del quale generalmente si struttura la grande decelerazione imposta dalla sabbia può portare a problemi molto seri in caso di pioggia o ghiaccio, tanto che nelle sperimentazioni il ribaltamento anche in avanti è un’eventualità tutt’altro che rara. Va bene alle latitudini calde, dove piove poco.
Il “Mechanical-Arrestor Escape Ramp” è invece un sistema di più recente costruzione: reti in acciaio inox poste trasversalmente alla rampa, come a fine pista negli aeroporti, fanno l’effetto della rete per il trapezista.
Ci viene il dubbio che qualcosa sfugga al nostro pensiero, che cioè qualcuno abbia già pensato a questo e possa dirci che in Italia non è possibile salvare vite in questo modo. Ma se così non fosse, se cioè non le abbiamo costruite perché non ci abbiamo semplicemente pensato, beh, allora approfittate di questa idea della quale l’’ASAPS è solo ambasciatrice.
Perché, questo invece lo sappiamo noi per certo: in discesa i freni si surriscaldano e se il peso è eccessivo, la manutenzione non è corretta e se la pianura è troppo lontana, alla fine contiamo i morti. E questo lo facciamo noi. (ASAPS)

 

 

 

 

 


 

Mercoledì, 31 Luglio 2013
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