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Articoli 11/04/2013

Facebook Excerpta: quando gli operatori di polizia concorrono alla
 strumentalizzazione ai loro stessi danni
Un rischio sottovalutato

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di Francesco Forasassi (*)

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Ve la ricordate questa immagine?
Raffigura un collega di una polizia locale rimasto coinvolto in una tragica vicenda, legata all'utilizzo dell'arma di ordinanza in servizio.
Di quell'azione rimase vittima una seconda persona e poi, sotto altra prospettiva, anche lo stesso collega, doverosamente sottoposto a una vicenda processuale che troverà la sua legittima conclusione al momento del passaggio in giudicato della sentenza.
La foto in questione si riferisce forse direttamente a quei drammatici eventi occorsi più di un anno fa?
No, assolutamente.
È  stata scattata in un contesto diverso e non ha nulla a che vedere con il fatto di cui poi è stato protagonista il collega durante un turno di servizio.
Però, questa immagine è comparsa in rete e ha campeggiato sugli schermi immediatamente dopo la notizia che un agente di polizia locale aveva fatto uso dell'arma di ordinanza durante un'azione di servizio e che una persona aveva perduto la vita.

 

Una foto postata sul profilo Facebook dell'operatore, da qualcuno poi estratta e rilanciata in rete allo scopo di attribuire al collega l'immagine di un fanatico delle armi, di un invasato, di un soggetto chiaramente in attesa dell'occasione giusta per ammazzare qualcuno.
Qualcuno, quindi, ha reperito questa foto laddove era pubblicamente disponibile, l'ha prelevata (estratta) e l'ha diffusa.
Niente di illegale, intendiamoci, ma si tratta di un'immagine che rappresenta un'informazione sulla vita privata di una persona che veste una divisa e porta un'arma di ordinanza per motivi di lavoro, dal momento che la sua professione è operatore di polizia locale.
Decontestualizzata e strumentalizzata a dovere, può dipingere agli occhi dell'opinione pubblica un ritratto che magari poi non appartiene neppure lontanamente al soggetto che vi è raffigurato.
Oppure si, forse, ma non è questo quello che conta, non è questa la finalità che muove a tranciare giudizi gravissimi senza il benché minimo riscontro.
In un'epoca in cui la comunicazione di massa ha raggiunto livelli di diffusione - e quindi di importanza - tali da stimolare con eccessiva facilità distorsioni strumentali agli scopi ed obbiettivi più diversi, la pubblicazione di questa immagine ha raggiunto un risultato: imprimere un valore pregiudizialmente negativo nei confronti di una persona, a prescindere dalla reale rispondenza alla realtà.

 

Non nutriamo alcun dubbio sul fatto che l'autorità giudiziaria possa non subire minimamente i condizionamenti esterni provenienti dall'opinione pubblica, ma la pressione negativa a livello mediatico c'è e tale rimane.
Se può apparire eccessivo parlare di danno d'immagine, certamente l'intento di una trasposizione in negativo è difficilmente negabile.
Avremmo dovuto trarre un qualche insegnamento da questo aspetto di una vicenda così tragica da non avere di per sé molto altro - e molto di più, sotto tutti gli aspetti - da insegnare a chiunque faccia il nostro lavoro.
Però, così non pare.
 



Un operatore di polizia deve prestare molta attenzione al tipo di informazioni che diffonde sui social network.
In verità, non ci sarebbe neppure bisogno di attenzione, se tra tutti i valori che sono cuciti nella trama della divisa indossata da ognuno di noi brillassero quelli della riservatezza e della discrezione, soprattutto quando ci si riferisce a informazioni relative a fatti e contesti di servizio.
Più che di valori, stiamo parlando di doveri, ma forse occorre evidenziare come il primo passo che accompagni la scelta di portare una divisa comporti la trasformazione in valori personali di quelli che all'esterno appaiono come dei doveri.

 

Attenzione, si, senza tralasciare neppure la sfera privata, peraltro, anche se qualcuno già si sta agitando sulla sedia e non accetta limitazioni al proprio incontenibile bisogno di postare le proprie immagini quando dorme, ha fame, si sente triste, ha nostalgie al tramonto o paura del buio e degli spazi confinati, oppure non può assolutamente esimersi dall'informare la rete che ha urgentemente bisogno di espletare le più variegate esigenze fisiologiche.
"Libero dal servizio, sono libero di fare quello che voglio." Certamente, ma attenzione alle insidie della comunicazione flat, permanentemente connessa h24, perché non tutti quelli che si affacciano ad una finestra aperta in casa vostra sono mossi soltanto dalla curiosità di farsi un po’ gli affari altrui.
Ovviamente, nulla di male a pubblicare una foto che ci ritrae orgogliosi e fieri della nostra divisa, insieme ai colleghi, in ufficio oppure seduti al volante dell'auto di servizio, in sella alla moto di pattuglia, a cavallo, a piedi, in bicicletta, sulle strade della grande città o del minuscolo paesino in cui lavoriamo.
Non c'è niente di male a voler far sapere a tutto il mondo che fate questo mestiere, oppure che vi piace giocare a calcetto, coltivare ortensie, restaurare mobili antichi, dipingere affreschi oppure tirare con la fionda, ma non dimentichiamo mai che svolgiamo una funzione pubblica che annovera, tra gli altri, anche compiti repressivi dei comportamenti illeciti.
Non dimentichiamo neppure per un istante che esistono soggetti pregiudizialmente e radicatamente ostili alla divisa che portiamo, per effetto di fedi ideologiche distorte oppure perché semplicemente insofferenti alle regole, qualsivoglia esse siano.

 

Questi soggetti a volte agiscono isolatamente oppure in gruppi più o meno organizzati, ma non differiscono tra di loro minimamente nell'assoluta spregiudicatezza che pongono nel raccogliere informazioni di qualsiasi tipo per poi usarle in modo distorto e decontestualizzato, al solo fine di gettare una luce di assoluta negatività su chi porta una divisa.
I fini che li animano possono essere i più disparati e potremmo dissertare a lungo sull'animosità che li accomuna contro le divise; persino il tentativo di collocarli in un'area politicamente orientata piuttosto che in un'altra è del tutto inutile, perché provengono da tutte le direzioni possibili ed immaginabili, dagli ambienti più disparati.
Che trovino fin troppo facilmente un uditorio attento, pronto a rilanciare e ad amplificare le loro persistenti campagne di delegittimazione e denigrazione - per scopi anche in questo caso piuttosto evidenti - è oramai un fatto provato.

 

Purtroppo, la cronaca ci porta a sbattere dolorosamente il viso contro episodi di inaudita gravità e che vedono protagonisti altri nostri colleghi, davanti ai quali il diritto/dovere di informazione - ed anche di critica, entro i limiti del lecito - non può e non deve certamente trovare censure e limitazioni del tutto inopportune, illegittime ed ingiuste a tutela corporativistica della categoria degli operatori di polizia.
Un conto, però, sono i fatti accertati in giudizio, un altro l'intento di delegittimazione e denigrazione precostituito. 
Sarebbe opportuno evitare di rappresentare noi stessi una fin troppo facile miniera di informazioni utilizzabili ai fini più dannosi per chiunque porti una divisa.
Sarebbe altrettanto opportuno non dimenticare mai che il colore e la foggia della divisa che portiamo è identico a quello di tanti altri colleghi e che, inevitabilmente, leggerezze e superficialità nel postare immagini e commenti  contribuiscono a distorcere l'immagine collettiva, non soltanto quella del singolo operatore che agisca incautamente sui social network.
Chiunque tra di noi abbia sperimentato un'aula di tribunale, è ben consapevole di quanto sia difficile riprodurre dopo anni nell'algida atmosfera dibattimentale il clima di tensione, di ansia, di paura ed il frenetico susseguirsi nel tempo e nello spazio di un evento che ci ha costretti ad usare la forza durante un'azione di servizio.

 

Quelle immagini, quelle sensazioni, quegli odori e quei sapori che abbiamo sperimentato nel momento di maggior tensione sono ancora vivide nelle nostre menti, ma ricrearle è molto difficile.
Eppure siamo davanti al nostro giudice naturale, il quale è sicuramente disposto ad ascoltare e vagliare il nostro contributo all'accertamento della verità processuale ed è consapevole di questa difficoltà a cogliere la soggettività ed oggettività del momento, così come l'hanno vissuto sulla pelle gli operatori coinvolti.
Figuratevi quanta disponibilità possono manifestare soggetti mal disposti nell'accogliere per quello che sono  immagini e commenti che hanno il sapore di un amaro sarcasmo,  permeato più del velo di cinismo che si respira nella realtà lavorativa della strada, piuttosto che da sentimenti razzisti e discriminatori.
Quel sarcasmo - sicuramente di dubbio gusto in bocca ad un operatore di polizia - che spesso viene ostentato anche a scopo deflattivo rispetto alle tensioni che si provano affrontando determinati frangenti operativi, oppure le routine di servizio più pesanti e gravose.
Non imparare dagli errori equivale a coazione a ripetere.

 

Questa volta si tratta indubbiamente di un episodio marginale di ben diversa gravità, ma non ha davvero senso mettere inutilmente alla prova la credibilità delle forze dell'ordine per effetto di improvvide "esternazioni di necessità comunicativa".
Chi non ha ancora capito quanto la professione di polizia sia un mestiere di comunicazione, allora non ha ancora compreso che tipo di mestiere stia facendo tutti i giorni.
In questo lavoro, l'assenza di consapevolezza è un problema serio.
Siamo vestiti tutti uguali.



(*) Ispettore di Polizia Municipale, Istruttore Area SAFE.

 

Giovedì, 11 Aprile 2013
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