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GIOCO, PERDO, GUIDO?
“I giocatori sanno bene che si può resistere addirittura per ventiquattr’ore di seguito con le carte in mano senza neanche gettare un’occhiata a destra o a sinistra”
Fëdor Dostoevskij – Il giocatore, 1866

di Davide Stroscio*

 

E’ noto come il gioco d’azzardo patologico rappresenti una tematica diffusa e complessa da affrontare, basti pensare che il romanzo da cui è tratta la citazione sopra riportata fu scritto dall’autore russo proprio sotto la necessità di pagare dei debiti di gioco. Questa circostanza rende bene l’idea di come il problema del gioco d’azzardo abbia le caratteristiche della circolarità e della tendenza ad autoalimentarsi.

 

Il giocatore il più delle volte perde, tenta allora il riscatto giocando ancora, spesso perdendo di nuovo, avvitandosi in una spirale senza fine, o meglio con una fine spesso tragica. Se il termine gioco è legato a livello di significato allo spasso, al passatempo, all’attività immaginativo - creativa (inventare i giochi), accostandovi l’azzardo, quindi il rischio e la competizione, la questione si sposta su un piano di drammatica realtà. I bambini, si sa, giocano alla guerra, mettono in scena il tragico fingendo che sia reale, assaporandone le emozioni prima di tornare alla sicura realtà.

 

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da il Centauro n. 166

Giovedì, 16 Maggio 2013
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