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I viadotti e la giurisprudenza

È accaduto che il Tribunale di Ancona abbia disposto il risarcimento miliardario da parte di un ente proprietario di una strada, nei confronti di un giovane – rimasto tetraplegico - precipitato dal centro carreggiata di un viadotto per mettersi in salvo dopo un tamponamento. “Quel baratro – scrive l’Avvocato Ugo  Ruffolo sul quotidiano La Nazione -, anche quando necessitato, resta un’insospettabile trappola mortale: basterebbe una rete, o per trattenere chi cade o per impedire di scavalcare. Né sono sufficienti i cartelli di avvertimento. E non soltanto perché visibili dal solo conducente. Anche i distratti hanno diritto alla vita”. La questione posta dall’avvocato Ruffolo è effettivamente reale e viene tirata in ballo la necessità da parte di chi crea un pericolo di neutralizzarlo concretamente. Un semplice cartello di avvertimento, con cui l’ente proprietario responsabilizza le vittime, non può essere considerato sufficiente, “soprattutto quando – aggiunge Ugo Ruffolo – è tecnicamente possibile azzerare il rischio. Anche i distratti hanno diritto alla vita”. Distrazione fatale, ma di sicuro incolpevole, perché originata quasi sempre da uno choc derivante dal sinistro stradale o da una situazione comunque rischiosa. Il richiamo è di spessore civilistico e legato agli articoli 2043 e 2051 del Codice Civile, responsabilizzare l’ente non solo per colpevole comportamento, ma anche solo come custode della cosa. “E’ una responsabilità oggettiva – scrive Ruffolo sulle pagine del quotidiano toscano – quasi automatica. Se io rispondo a tal titolo per chi cade dalle mie scale senza ringhiera, perché non usare lo stesso metro per l’ente e le sue strade? Sopravvive ancora, nella nostra giurisprudenza, una sorta di immunità per la Pubblica Amministrazione o gli enti quali quelli autostradali. Due pesi e due misure.” Il parere dell’avvocato giornalista è completato, nel corpo dell’articolo pubblicato  il 26 febbraio scorso su La Nazione, da un caso nel quale è chiamato a difendere la parte offesa, una famiglia falcidiata da un incidente causato da un gradino di 12 centimetri posto sul piano viabile. Due morti, nel 1986, su una strada comunale, ove le cose vanno senz’altro molto peggio. “Il comune è condannato – spiega Ruffolo nel suo intervento giornalistico -  a pagare oltre un miliardo con sentenza d’appello esecutiva del ’98. ma rifiuta finora di pagare”. Due pignoramenti, nel 1999 e nel 2000 fruttano solo pochi spiccioli. Il comune reagisce dichiarando i beni mobili impignorabili e deliberando non assoggettabili ad esecuzione forzata le somme in cassa, perché destinate ad opere pubbliche, con il benestare del giudice dell’esecuzione.
Lunedì, 04 Ottobre 2010
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