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Notizie brevi 17/09/2011

Gabriella Vitali vedova del M.llo Luigi D’Andrea, ucciso nel 1977 dalla banda di Renato Vallanzasca scrive la Presidente Napolitano:

"Se verrà data la grazia all’assassino che ha ucciso mio marito e il brigadiere Renato Barborini riconsegnerò, personalmente, nelle Sue mani, la medaglia d’oro"

I corpi del Maresciallo Luigi D’Andrea e del Brigadiere Renato Barborini
 a terra dopo la sparatoria di Dalmine del 6 febbraio 1977


 

 

 

A S.E. IL PRESIDENTE
DELLA REP.ITALIANA
GIORGIO NAPOLITANO
Palazzo del Quirinale

 

 

 Roma

 

 

 

 

e p.c. Al Signor Ministro
         Clemente Mastella
         Ministero di Grazia e Giustizia

 

 

 Roma

 

 

 


Ill. mo Sig. Presidente,

 

 

 

 

 

Sono la Vedova del Maresciallo dello Polizia di Stato, Luigi D’Andrea, caduto il 6 febbraio 1977 al casello autostradale di Dalmine (Bg), insieme al Collega, Renato Barborini, sotto i vili colpi di quel bandito che ora Le chiede la Grazia.(R.Vallanzasca).

 

 

Mi rivolgo a Lei, massima espressione dei Valori Etici, Civili e Democratici, in difesa dei quali mio Marito, come altri Fedeli Servitori dello Stato, non hanno esitato a sacrificare la propria vita e i propri affetti.

 

 

Lo hanno fatto con il Coraggio, la Nobiltà d’Animo e la Purezza di chi crede negli Ideali con la forza e lo slancio dei Sogni e, ne sono certa, sarebbero pronti, se lo Stato e la Società civile e democratica lo richiedessero, ad immolarsi nuovamente, nulla chiedendo, paghi solo di fare il proprio Dovere: di Militari, di Cittadini, di Uomini.

 

 

Io non ho mai cercato, e non cerco, vendetta, ma Giustizia e nella Giustizia appunto, quella umana e quella divina, ho riposto ogni mia fiducia, trovando - proprio perchè ad esse ho guardato con incrollabile, caparbio, ostinato attaccamento - la forza di affrontare la tragedia, che si è abbattuta sulle mie figlie e su di me.

 

 

Ed è in nome di questa Giustizia, Signor Presidente, che la supplico di NON concedere la Grazia a chi ha l’ardire di ammettere per primo l’incapacità di trovare un solo motivo fondato per meritarla, ma esprime solo la soggettiva valutazione che trentacinque (no…sono 29) anni di carcere siano già sufficienti per saldare ogni debito con la Giustizia e con la società civile, barbaramente offesa: nessuna traccia di pentimento neppure in queste dichiarazioni.

 

 

Signor Presidente, Lei sa che il perdono appartiene alla sfera morale degli individui e alla infinita misericordia divina, ma che dello Stato deve invece essere la certezza del Diritto e l’esercizio della Giustizia: equa e incrollabile, unico baluardo anche per la future generazioni, che in noi cercano l’esempio ed il modello di vita.

 

 

Il Presidente Pertini conferì la Medaglia d’Oro al V.C. a mio Marito, concedere la grazia a colui – che ripetutamente e volontariamente ha tolto la vita a degli esseri umani, senza mai mostrare il benché minimo pentimento – sarebbe un’offesa ai nostri Eroi e una mossa, da parte dello Stato, vergognosa e indegna.

 

 

Non voglio credere, che mi venga inflitta, nuovamente violenza. Se ciò dovesse accadere, sappia, Signor Presidente, che riconsegnerò, personalmente, nelle Sue mani, la medaglia d’oro.

 

 

Mi aiuti, Signor Presidente, a continuare a credere nelle Istituzioni democratiche, nella mia Gente e nel mio Paese. Mi aiuti a tenere viva la fede nella Giustizia.

 

 

 

 


Con deferenza.

 

 

                                                 Gabriella Vitali D’Andrea

 

Sabato, 17 Settembre 2011
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