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Notizie brevi 30/03/2006

Da InEurop@ - La lotta dell’Unione europea contro la criminalità organizzata. Le norme non bastano se - accanto alla repressione - non si diffonde l’educazione alla legalità

È noto agli uomini di governo, alla classe politica, al mondo economico ed alla stampa che esiste un rapporto di causa-effetto fra l’inadeguato livello di sviluppo della Calabria, della Campania, della Puglia e della Sicilia [regioni che resteranno all’interno dell’Obiettivo 1, al contrario della Basilicata e della Sardegna] e la diffusione sul territorio di una potente criminalità organizzata di stampo mafioso con identità storiche che differiscono da regione a regione [’Ndragheta, Camorra, Sacra Corona Unita, Cosa Nostra].

Secondo un rapporto del ministero degli interni per il quadriennio 2001-2005, il 49,7 % degli omicidi di criminalità organizzata sono ascrivibili alla camorra, il 21,8% alla ’ndrangheta, il 14,3 % alla Sacra Corona Unita ed il 12,2 % alla mafia.

È per questa ragione che l’Unione europea ha previsto nel 2000 un programma speciale "sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno" con uno stanziamento di oltre un milione e duecento mila euro - per il periodo 2000-2006 - di cui la metà a carico dell’Unione e l’altra metà a carico dello Stato.

È opinione in particolare della magistratura e delle forze di polizia che, dal punto di vista economico, la ’ndrangheta è divenuta nel corso degli ultimi anni la rete di organizzazioni criminali più attive sul piano transnazionale e transregionale con estese infiltrazioni nell’edilizia, nei trasporti e nei laterizi, nel commercio, nel turismo e nella finanza.

L’assassinio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, ha messo inoltre in luce gli intrecci criminosi fra ’ndrangheta e sanità, confermati dal fatto che l’assessore regionale Doris Lomoro ha commissariato 13 ASL su 15 ed ha denunciato "gli interessi di molti politici calabresi nella sanità".

Pochi forse sanno tuttavia che la ’ndrangheta si è infiltrata in più di un terzo dei comuni calabresi, che oltre duecento "famiglie" [’ndrine] lavorano non solo sul territorio con picchi di 8-10 famiglie concorrenti nel reggino, nel lametino e nel vibonese ma che alcune di queste famiglie si sono anche insediate in dieci regioni italiane del Nord ed in otto paesi dell’UE: Francia, Germania, Belgio, Regno Unito, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Paesi Bassi.


> Leggi il testo integrale de "il punto del Direttore"

Pier Virgilio Dastoli
Direttore della Rappresentanza

 


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Giovedì, 30 Marzo 2006
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