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Articoli 25/08/2005

LE CENTRALI OPERATIVE DI SOCCORSO PUBBLICO DEVONO PARLARE CON UN’UNICA VOCE

 Dal n° 57 de Il Centauro Febbraio 2001

LE CENTRALI OPERATIVE DI SOCCORSO PUBBLICO DEVONO PARLARE CON UN’UNICA VOCE

di Lorenzo Borselli


Vigili del Fuoco all’opera dopo un incidente con una cisterna

Vigili del Fuoco e forze di Polizia, spesso lavorano insieme

La necessità di approntare un sistema integrato di emergenza territoriale, sia questo di polizia, di urgenza sanitaria o di altro genere (soccorso pubblico di qualsiasi natura) ha portato gli esperti e i tecnici di altri paesi (soprattutto negli Stati Uniti) a ideare un programma gestionale radio-telefonico, che potremmo impropriamente definire “dedicato”, facente capo a un unico organismo. L’Europa, che da molti anni pianifica la formazione di una sorta di federazione a carattere unionista, come gli Usa, dispone da tempo di un parlamento in grado di legiferare, di un tribunale in grado di giudicare, ha battuto una moneta unica, ha predisposto una banca centrale europea, un mercato comune e quant’altro necessario a rendere l’eliminazione delle frontiere non solo un mero atto simbolico. Esiste anche un numero unico di emergenza, il 1-1-2, che resta però in larga parte, salvo sporadici tentativi sperimentali in altri stati europei (ne è testimone il fatto che i telefoni cellulari, non ancora attivati o privo di copertura di rete, possono connettersi con i centralini dei Carabinieri) il numero unico dell’Arma. L’Europa lo ha già scelto come il nostro futuro numero per la centrale unica dell’emergenza, che però tarda ad essere attivato come tale. Ad Aosta la centrale operativa 1-1-8 [1] lavora da qualche tempo in perfetta coesione con il 1-1-5 dei Vigili del Fuoco, mentre in molte città italiane si stanno formando Centrali Operative della Polizia di Stato con personale della Questura e della Stradale; consideriamo ciò encomiabile, ma non possiamo esimerci dal fare almeno una considerazione: come possiamo mettere d’accordo tanti enti, tutti deputati in qualche modo al Soccorso Pubblico se siamo costretti ad “integrare” personale della stessa Polizia di Stato appartenente a specialità diverse? Negli Stati Uniti il servizio di emergenza viene attivato telefonicamente tramite il 9-1-1, ove lavorano spesso operatori di centrale “civili” debitamente formati coordinati in genere da un sottufficiale della Polizia Metropolitana: questo personale è in grado di effettuare veri e propri screaning della chiamata, di qualunque tipo essa sia. Ognuno di essi infatti si trova a ricevere richieste d’aiuto che vanno dalla richiesta di pattuglie per un “crime in progress”, per un emergenza sanitaria, per un incendio. In alcune zone il “9-1-1” è gestito dalle forze locali di Polizia (Sceriffo, Dipartimento Locale di Polizia o dei Vigili del Fuoco): in ogni caso è possibile affermare con una certa sicurezza che ogni tipo di chiamata relativa ad una emergenza, negli States, passa al vaglio e al coordinamento del “911”. A prescindere dal tipo di gestione però, è importante rilevare il tipo di professionalità che la cosiddetta “gente di centrale” acquisisce sia nella fase di formazione che in quella diretta sul campo. Infatti qui in Italia (ma non solo), esiste purtroppo la tendenza ad impiegare nelle varie centrali operative, dei più disparati enti di soccorso, personale che solo in una fase successiva alla loro presa in forza frequenta specifici corsi di formazione. Pensiamo all’agente in prova della Polizia di Stato, o più genericamente a un qualsiasi operatore di polizia (ivi comprendendo anche Carabinieri o Finanzieri), ad un infermiere professionale, a un medico o ad un Vigile del Fuoco, che venga assegnato o trasferito ad una centrale operativa (C.O.): in pochissimi casi questo si presenta in servizio con una robusta preparazione ad hoc. Solo successivamente, in relazione alle esigenze di personale o alla concomitanza di corsi di formazione, sarà avviato ai percorsi addestrativi. Un po’ come succede per i poliziotti destinati alla Stradale: solo ultimamente vengono formati al Caps di Cesena all’inizio della loro carriera, mentre ai vari corsi di specializzazione continuiamo a vedere assistenti e agenti scelti in forza alla specialità da anni. Poiché siamo d’accordo con chi sostiene che il luogo dell’evento non è l’occasione più adatta per fare didattica o autoapprendimento, ma solo esperienza diretta di ciò che abbiamo studiato a livello teorico, riteniamo che un operatore di centrale sprovvisto di specifica formazione non sia in grado di gestire il proprio compito con la sufficiente professionalità. C’è da chiarire comunque che anche in Italia, sia in seno alle forze di Polizia che ad altri enti deputati al Soccorso Pubblico, lavora personale specializzato e formato ai più disparati protocolli, siano questi volti alla ricezione delle chiamate che alla gestione delle grandi emergenze o al coordinamento delle unità operative (es.: controllo della chiamata isterica, con questionari brevi da porre al richiedente senza infastidirlo al fine di determinare la localizzazione dell’emergenza in atto, passando poi alla determinazione della sua tipologia e gravità, al numero di persone coinvolte ed a che titolo, ecc. ecc., anche al fine di valutare la necessità di interventi congiunti). In ogni caso allo stato attuale delle cose si cerca di ovviare alla formazione affiancando le matricole agli anziani, in modo tale da plasmarle e formarle fino al raggiungimento di uno standard senza infamia né lode: standard che, senza adeguati retraining, rischia di rendere “ereditari” gli errori, con lo svantaggio di non fornire le nuove leve di capacità critiche tali da svecchiare i protocolli. Ma come funzionano le centrali operative in Italia? Di sicuro ce ne sono troppe e di vario genere: troppe figure “gestionali” inserite alla fine nello stesso campo. Se possiamo dirci concordi sulla necessità di mantenere un silenzio operativo sul coordinamento e le comunicazioni tra le centrali di polizia e le unità operative destinate al controllo del territorio (ivi comprendendo la vigilanza stradale), a indagini di polizia giudiziaria o alla repressione di attività criminali, riteniamo opportuno inserire una fase comune nella quale tutti gli enti deputati a qualsiasi titolo al soccorso pubblico facciano capo alla stessa centrale. Nelle emergenze di protezione civile è attivo da tempo, sin dai terremoti degli anni ’80, il cosiddetto C.O.M., sigla risonante di Centro Operativo Misto, facente capo alla Prefettura; stiamo parlando però di strutture volanti, provvisorie, in stand by continuo e operative, nel vero senso della parola, solo all’attivarsi di emergenze di massa. Ora: è comprensibile che la soglia della difficoltà tecnica costituisca un ostacolo gigantesco, ma quello che manca veramente è la volontà di investire grandi risorse economiche e umane in un progetto d’avviamento sul quale dovrebbero confluire infrastrutture e personale, che alla fine porterebbe “l’unico” risultato di intervenire più celermente e su obiettivi noti.

[1] Si scrive “1-1-8” anziché “118”, e dovranno abituarci anche a dirlo (“uno, uno, otto” anziché centodiciotto), perché soprattutto ai più piccoli può sfuggire un concetto numerico così ampio. Nel sistema decimale invece l’uno e l’otto sono invece due numeri a portata di dita e, quindi, facilmente pensabili anche da un bambino.

 

di Lorenzo Borselli

Giovedì, 25 Agosto 2005
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