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Stefano Guarnieri: “Dieci anni di omicidio stradale. Così ho onorato il mio Lorenzo”
Il promotore della legge che introdusse il reato: «Ora servono più controlli»
da lastampa.it

«La mia vita è cambiata dopo quella notte del 1° giugno 2010. Ero un manager, membro del consiglio d’amministrazione e responsabile dell’area finanziaria di una multinazionale farmaceutica, la Eli Lilly. Tornavo da una cena con amici e avevo telefonato a mio figlio Lorenzo, per sapere l’orario del suo ritorno a casa. Abbiamo negoziato che lui rientrasse a mezzanotte e mezza. Ma lui non è mai rientrato».

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Stefano Guarnieri oggi è un consulente di imprese, ha lasciato il suo incarico nella multinazionale da dieci anni, perché quel posto faceva parte della sua vecchia vita. Proprio dieci anni fa, il 25 marzo 2016, entrò in vigore la legge sull’omicidio stradale, lo scopo della battaglia che Stefano Guarnieri cominciò dopo il dramma di Lorenzo, suo figlio: morto a 17 anni, travolto a Firenze sul suo scooter da un motociclista che guidava ubriaco e sotto l’effetto di cannabis. La legge stabilisce che chi si mette alla guida di un mezzo, ubriaco o drogato, e uccide una persona, non commette un errore, non è responsabile di omicidio colposo, ma di un reato più grave.

Cosa accadde quella notte, quando Lorenzo non tornò a casa?
«La polizia telefonò dicendo che c’era stato un incidente. Corsi con la macchina al parco delle Cascine e vidi Lorenzo a terra, semicoperto da un lenzuolo. Riconobbi le sue scarpe, il motorino lì vicino. Chi l’aveva investito non c’era, era stato portato in ospedale per i traumi»

Quando le dissero che l’investitore era sotto l’effetto di alcol e droghe?
«Ne parlavano i giornali, noi lo scoprimmo nella fase istruttoria, quando leggemmo negli atti che il suo tasso alcolemico era molto alto e che era sotto l’effetto di cannabis. Non so se lui se n’era accorto».

>ENTRO’ IN VIGORE IL 25 MARZO 2016
Omicidio stradale, la legge compie dieci anni. I promotori: “Una battaglia di civiltà”

Perché dice questo?
«Perché nel libro (La legge che non voleva nascere. Dieci anni di omicidio stradale: una battaglia di civiltà edito da Giunti, ndr) pubblichiamo una lettera che lui ci inviò, nella quale non chiede scusa ma dice che anche per lui quella era una serata normale, una cena con amici. Ma lui aveva 45 anni all’epoca, mio figlio solo 17».

Fu lei a coniare il termine «omicidio stradale»?
«A dir la verità, fu Giordano Biserni, il presidente dell’Associazione Amici della polizia stradale, che ha scritto il libro con me ed è sempre stato in prima linea per far approvare la legge. La battaglia cominciò proprio quando scoprimmo che l’investitore che aveva ucciso Lorenzo non era nelle condizioni di guidare. La morte di mio figlio non poteva essere liquidata come una semplice colpa, con il responsabile punito come se avesse rubato un portafogli su un autobus. Anche se alla fine l’investitore se la cavò con 2 anni e 8 mesi, condanna confermata in Cassazione. Cercammo alleati per arrivare alla legge, uno dei primi fu Matteo Renzi, all’epoca sindaco di Firenze».

Cominciò anche una raccolta di firme?
«Era già partita, ne avevamo raccolte più di 85mila, la mobilitazione fu grande, i giornali ci appoggiarono con forza. Ma le firme non sarebbero bastate per arrivare alla legge di iniziativa popolare. Così, cercammo appoggi in Parlamento».

Perché parlate di legge che non voleva nascere?
«Perché l’argomento non aveva appeal politico. Era più facile immedesimarsi nei panni degli investitori piuttosto che delle vittime, un meccanismo bizzarro. Poi, l’omicidio stradale diventò anche una battaglia politica. All’inizio il testo era quasi bipartisan, il primo firmatario fu Mario Valducci, deputato di Forza Italia. Poi cadde il governo, Matteo Renzi diventò presidente del Consiglio e fu lui a insistere per far approvare la legge. Non fu facile, nel Pd diversi avrebbero votato contro per contrastare Renzi. Per far approvare la legge sull’omicidio stradale servirono due voti di fiducia».

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Un bel successo, non crede?
«Fu un colpo di fortuna perché il sindaco di Firenze, che conosceva il dramma di Lorenzo, era diventato premier. Ma c’erano anche quelle firme a sostegno della legge. E l’opinione pubblica era favorevole a punire chi guidava ubriaco o drogato. Siamo riusciti a cambiare il codice penale, non era facile».

In questi dieci anni lei ha continuato la sua battaglia?
«È nata la “Fondazione Lorenzo Guarnieri ETS”, di cui sono presidente. Ho continuato ad essere un marito e padre di mia figlia. La battaglia continua perché è sempre più indispensabile che la politica consideri la sicurezza stradale come una priorità. Non abbiamo i dati di quanti processi e condanne per omicidio stradale ci siano stati in questi dieci anni. Di certo le pene sono aumentate, anche per rispetto delle vittime. Ma c’è bisogno di una manutenzione della legge, per aumentare pene e controlli sulla velocità e sull’uso dello smartphone alla guida. In Italia ci sono 300 omicidi volontari e 3mila vittime di incidenti stradali. Basta questo numero per capire quale sia la priorità di sicurezza, soprattutto nelle città».

“ConVIVERE sulLA STRADA”: un progetto nazionale per la sicurezza stradale nelle scuole

di Pino Di Blasio
da lastampa.it

>“La legge che non voleva nascere. Dieci anni di omicidio stradale: una battaglia di civiltà”
Presentato a Firenze il volume curato da Stefano Guarnieri e Giordano Biserni, con prefazione di Matteo Renzi

 

 

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Giovedì, 26 Marzo 2026
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