di Lorenzo Borselli*
Condannato per omicidio esce per lavorare e ammazza ancora. Poi si uccide.
L’ennesimo caso di recidiva nel Paese patria del diritto: ma cosa c’è che non funziona?
L'11 maggio scorso, un uomo che indossa una kefiah sul capo sale la scalinata del Duomo di Milano, una di quelle che portano alla terrazza panoramica, e dopo aver scavalcato la balaustra si getta nel vuoto.
Si schianta trenta metri più in basso, morendo sul colpo. Il suo nome è Emanuele De Maria e in quelle ore era il ricercato numero uno: stava scontando nel carcere di Bollate una pena di 14 anni e 3 mesi per l’omicidio di Oumaima Racheb, la ragazza che aveva sgozzato nel 2016 (quindi, nove anni fa) in un albergo di Castelvolturno, ed era indiziato dell’omicidio di un’altra donna, Chamila Wljesuriya, e del tentato omicidio di Hani Fouad Abdelghaffar Nasra, suoi colleghi di lavoro. Perché Emanuele De Maria lavorava come receptionist in un albergo del centro di Milano: dopo il primo omicidio era stato latitante e venne arrestato in Germania nel 2018. Quindi, dopo sette anni di carcere, un assassino aveva già ampi scampoli di libertà...
da il Centauro n. 275
Una interessante analisi di Lorenzo Borselli. Da il Centauro n. 275. (ASAPS)
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