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Articoli 14/02/2006

L’ora di punta dà alla testa Il traffico cittadino è la causa dell’aggressività alla guida?


Già in passato ci siamo trovati a doverci occupare dei comportamenti aggressivi alla guida (Albanese, 2005), dato che questo fenomeno sta progressivamente diventando sempre più comune. A livello più macroscopico, dal canto suo la Psicologia del Traffico si è simbolicamente presa l’impegno di individuare quali siano i fattori implicati in questo tipo di comportamenti da parte di alcuni utenti della strada. Gli studi più recenti si sono occupati di indagare gli atteggiamenti individuali (Parker et al., 1998), i fattori di personalità (Underwood, Chapman, Wright e Crundall, 1999), e le condizioni del traffico, in particolare il caso dell’ingorgo (Shinar, 1998).
 Pertanto, il focus di questi lavori ha interessato tanto le differenze individuali tra comportamenti aggressivi e non, quanto variabili di tipo situazionale, come appunto le condizioni del traffico. Una delle più recenti formulazioni teoriche sul perché dell’aggressività alla guida riguarda infatti le condizioni del traffico (Shinar, 1998), la particolare condizione di congestione, di ingorgo. Le considerazioni su cui si fonda questa ipotesi, fanno riferimento alla classica formulazione circa aggressività e frustrazione da Dollard, Doob, Mowrer, Miller e Sears nel 1939. Gli assunti di questa teoria sono due: innanzitutto, la frustrazione, intesa come l’inibizione non voluta di un comportamento diretto a una meta, conduce sempre all’aggressività; secondariamente, l’aggressività deriva sempre dalla frustrazione. Nello scenariotraffico, l’ipotesi aggressività/frustrazione sposta inevitabilmente l’attenzione dal guidatore a quei fattori collegati alle condizioni del traffico che gli impediscono di raggiungere il suo obiettivo (mobilità e/o piacere). In accordo con l’ipotesi dell’aggressività/ frustrazione, Shinar (1998) ha proposto che la causa principale dell’aumento dell’aggressività al volante sia l’incremento della congestione del traffico, in quanto questa innalza il livello “sociale” di frustrazione e, di conseguenza, l’aggressività alla guida. In questo modo, la frustrazione causata dagli ingorghi provoca il superamento della soglia di comportamento aggressivo manifesto di un numero di persone sempre maggiore, determinando un aumento di comportamenti aggressivi al volante. Questa ipotesi suggerisce che la frequente guida in condizioni di frustrazione (ad esempio nel traffico cittadino) sia fortemente correlata ai comportamenti aggressivi alla guida. Pertanto, i conducenti esposti frequentemente a densità di traffico elevate possono fare ricorso a comportamenti aggressivi durante la guida più frequentemente di quelli che vi risultano esposti in sposti in misura decisamente inferiore. In un recente studio (Lajunen, Parker e Sommala, 1999) è stato indagato se i comportamenti aggressivi fossero maggiormente collegati alla guida durante le ore di punta nel traffico cittadino o alla guida in orari ed in luoghi in cui il traffico è scarso. In realtà, da questo studio non sono emerse correlazioni significative tra intensità del traffico e comportamenti aggressivi, il che sembra andare contro l’ipotesi di Shinar di cui abbiamo fatto cenno.
Questi risultati non ci devono però scoraggiare, per un semplice motivo: benché il trovare la causa di un fenomeno possa darci una qualche forma di sicurezza, in questo caso non è forse la consapevolezza a poter “guarire la malattia”, la cura all’aggressività che scalpita dentro di noi, imprigionati in una colonna di lamiere coi pneumatici, non è certo il sapere che questa dipende dalla frustrazione. E, in ultima istanza, non è sicuramente solo la frustrazione dell’ingorgo che ci può rendere aggressivi. Possiamo portare con noi il peso di mille altre frustrazioni che niente hanno a che vedere con la condizione di guida: una situazione familiare o lavorativa che non ci soddisfa, ambizioni irrealizzate perché irrealizzabili, la proiezione di noi stessi in un futuro oggettivamente non troppo futuribile. Ed ecco che ci sediamo al volante col “vaso pieno” ed il traffico cittadino rappresenta la classica goccia che lo fa traboccare. Non dimentichiamo infine la funzione di protezione che esercita nei confronti del guidatore l’autovettura, prolungamento della propria personalità, esteriorizzazione di se stesso ed allo stesso tempo robusta armatura di protezione, rifugio, garitta, carro armato dal quale fare la propria personale guerra al mondo in condizione di sicurezza. Non possiamo dire dunque con certezza che il traffico cittadino sia la causa dell’aggressività alla guida, perché almeno uno studio scientifico disconferma questa ipotesi, ma ciò non vuol dire che almeno non vi contribuisca. Qualsiasi limitazione, e soprattutto quella della mobilità, è fonte di frustrazione, perché l’uomo, come qualsiasi altro animale, non è fatto per stare in gabbia, e la tendenza naturale del prigioniero è quella di aggredire il proprio aguzzino appena possibile, per riconquistare la propria libertà. È chiaro, questa è una metafora, ma nella sua essenza è forse possibile ritrovare quantomeno l’origine della smania che ci assale quando siamo incolonnati nel traffico, contro la nostra volontà. Secondo Noam Chomsky, nella società di oggi si è perso la percezione di essere schiavi.
Questa è forse l’unica situazione in cui ce ne rendiamo conto.

 
* Dottore in Psicologia, operatore di Polizia Stradale

 


© asaps.it

di Francesco Albanese*

da "Il Centauro" n. 100 novembre-dicembre 2005
Martedì, 14 Febbraio 2006
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