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Notizie brevi 12/02/2004

29 GENNAIO: CRONACA DI UNA BATTAGLIA CONTRO LA NEVE SULLA A1 IN APPENNINO. RIFLESSIONI SU UNA SCONFITTA. Ecco come sei ore di neve in pieno giorno sono riuscite a mettere in ginocchio il sistema, a spezzare in due l’Italia e a "sequestrare" migliaia di automobilisti. In inverno!

29 GENNAIO: CRONACA DI UNA BATTAGLIA CONTRO LA NEVE SULLA A1 IN APPENNINO. RIFLESSIONI SU UNA SCONFITTA.
Ecco come sei ore di neve in pieno giorno sono riuscite a mettere in ginocchio il sistema, a spezzare in due l’Italia e a "sequestrare" migliaia di automobilisti. In inverno!

Di Lorenzo Borselli
Il mattino ha l’oro in bocca, recita un  adagio. Il 29 gennaio scorso, invece, l’eccezione che conferma la regola. L’appennino è appena imbiancato da una leggera coltre di nevischio caduta il giorno prima, nel pomeriggio, mentre il cielo terso della tramontana ha spazzato i faggi e gli abeti dei crinali col brucello, o, come dicono i montanari di Corno alle Scale, con la galaverna. Eppure qualche fiocco di neve si posa sui parabrezza delle macchine che sfrecciano in pianura, portato dal vento del nord. Volteggia nell’aria gelata, sospinto da una leggera e costante brezzolina polare.


foto galleria "La Repubblica"
È la quiete prima della Tempesta Perfetta, così lontana nel tempo che nessuno, nei dintorni di Firenze, crede più al suo ritorno. Il pensiero torna all’85, quando gelarono l’Arno e il Bisenzio. Allora un militare di leva di Calenzano chiamò al bar degli amici da Roma, dove prestava servizio in Aeronautica. Chiamò e disse di comprare le catene, di preparare i cappotti e quei piumini della Monclaire che tanto andavano di moda tra i paninari adepti dei Pet Shop Boys. Avvertì che un fronte d’aria e neve avanzava a tutta velocità, pedinato a vista dal satellite Meteosat, freddando all’istante ogni cosa incontrata sul proprio cammino. Due ore dopo Firenze venne accerchiata dal freddo e servirono dieci giorni di scirocco per liberarla dall’occupazione del vento del nord e dalla coltre di mezzo metro di neve che paralizzò il capoluogo toscano mandandolo in tilt. Tilt:
parola anglosassone ormai divenuta di accezione mondiale. Parola adatta a descrivere i giorni di allora e di questo maledetto 29 gennaio.
Il cielo si vela, come un’eclissi. Dal Coa di Firenze guardano il fronte nuvoloso che si forma dal nulla, sulla verticale dell’appennino, arrivando da sud, impennandosi sulla ionosfera per poi fermarsi come una gigantesca spada di Damocle sull’arteria più congestionata d’Italia, l’Autostrada del Sole.
Sembra un eufemismo, ma il Re del sistema solare si defila, sparisce pian piano, come per alienarsi dal suo dovere, per farsi da parte e soccombere alla madre di tutte le perturbazioni. è l’inferno: a mezzogiorno in punto, come alla scadenza di un ultimatum, i fiocchi di neve piombano sull’asfalto e lo ricoprono, senza che l’armata difensiva degli spalaneve, dei "treni lama", possa scalare le pendici dei monti, in formazione defilata e intervenire con efficacia. Paradossalmente la concentrazione del fuoco nemico avviene sulle coordinate più deboli, sulla retrovia dell’appennino, la linea Maginot della neve. Tra Calenzano e Barberino del Mugello cadono i primi bisonti della strada, che si intraversano pesanti, privi come sono di difese, creando il panico tra le fila degli utenti e bloccando i corridoi d’accesso alla prima linea di sempre, la montagna.


Frattanto il termometro si attesta beffardo a zero gradi, dove sosta ormai da ore anche l’arma segreta del Generale Inverno, il famigerato "zero termico". L’asfalto diventa una ghiacciaia, il cloruro spruzzato sul manto stradale dalle "tecniche" in appalto alla società autostrade  e destinato a sciogliere la sottile patina lasciata dalla frequente rotta degli spazzaneve in realtà passati poche volte, si mescola alla coltre di venti centimetri di neve e, invece che sciogliere, ingrossa il paciugo, lo rende insidioso,  vanifica la presa di chi - pochi per la verità - aveva a bordo le contromisure e procedeva all’assalto del nemico con le catene montate.
Presi di sorpresa, poliziotti e personale della società concessionaria si precipitano nella mischia e scavano trincee attorno alle ruote dei camion, nel difficile tentativo di liberarli dalla morsa del ghiaccio che tutto ricopre. Al chilometro 268, nemmeno duecento metri sul livello del mare, il by pass sparisce sotto quaranta centimetri di neve. Il treno lama in arrivo svolta, ma uno dei mezzi d’opera che calza la baionetta d’acciaio per spazzare la strada si pianta sul taglio.
è il caos, tutto va in tilt. I "civili", come al solito, pagano il prezzo più alto e si bloccano increduli alle notizie di Isoradio, voce amica che stavolta si disperde, disorientata nell’etere, parlando semplicemente di code a tratti, attirando i tanti ignari don Chisciotte verso i Mulini a Vento.
Tilt. Si tarda a montare la corsia unica, a scavare quella trincea ideale dove convogliare il traffico e disciplinarlo in un’ordinata fila indiana verso il valico della Citerna, spartiacque tra la tormenta e la calma che invece regna verso la pianura padana. Il tempo passa e si arriva a metà pomeriggio. I motori delle auto bloccate cominciano a spegnersi, i camion tentano invano di uscire dal pantano di ghiaccio che li avvolge.

foto galleria "Varesenews"

Il silenzio della nevicata conquista posizioni e quei pochi uomini di legge che riescono a passare dai varchi risalgono a piedi la coda, annotano le necessità dei profughi, stabiliscono le priorità, ricevono insulti e minacce, unica costante di questa strana battaglia. E come nella miglior tradizione bellica si registra disinformazione dalla parte di chi sta perdendo la guerra e ostinazione a ingrossare le fila dei pellegrini verso Little Big Horn, la Caporetto della viabilità sostenibile. La voce rassicurante di Isoradio che parla, come il ministro dell’informazione di Saddam Hussein con i Black Hawk sopra la testa, di "coda a tratti", che pare invece essere stata quantificata dal bollettino vero della Waterloo autostradale in 36 chilometri ininterrotti di auto e camion incolonnati.
Alla fine, la resa dei conti. Una decisione d’imperio presa dalla Polizia Stradale che suona la ritirata e impone la chiusura del fronte: una decisione obbligata, alla quale doveva fare da contrappeso quella della società di aprire le vie di fuga, i caselli. Muovere il traffico, spingere la colonna come una tonnara e restituire al profugo la libertà di una strada statale pulita alla perfezione.
Il meccanismo si è inceppato infatti proprio nel suo punto più debole, dove la strategia del Generale Inverno ha concentrato la massima potenza delle batterie dell’etere, sulla pianura che comincia la scalata al valico dell’appennino, che tanto fece tribolare anche Annibale e l’armata di elefanti alla conquista di Roma. Per non parlare degli aiuti della Protezione Civile, altro buco inspiegabile nella difesa, arroccata nel magazzino interregionale sul cocuzzolo della Cavallina, a Barberino del Mugello, dove i vivandieri per arrivare devono mettersi in coda nella coda, solo per prendere coperte e viveri da distribuire nella strada della disfatta.
Panico e terrore in molti casi, ma soprattutto un gigantesco e improduttivo disagio, nel quale sono finiti tutti, professionisti della strada e non, che niente hanno potuto fare per tirarsi fuori da una situazione indubbiamente eccezionale e fuori dal normale, ma che nel 2004 appare inaccettabile.
Impossibile, per gli attori di questo teatro, eludere le proprie evidenti responsabilità; improbabili i tentativi di dare la colpa a qualche camionista finito intraversato nel ghiaccio, vittima, insieme ad altri 36 chilometri di veicoli, di un evento fuori dal comune, ma che resta comunque una "semplice" nevicata di sei ore. Ma quanto è  costato al Belpaese lo scorso 29 gennaio perso in appennino? Sicuramente troppo, con l’aggiunta dell’ormai consueta beffa di chi, in trappola, ha dovuto pagare anche il biglietto per uscirne.
Rabbia che si è concentrata soprattutto sull’immagine della società concessionaria, che - si dice - versi  gran parte degli introiti derivati dal  pedaggio allo Stato e che non possa per questo permettersi di perdere nemmeno un ticket. Del resto si parla di una società che deve perseguire i massimi utili possibili e garantire i massimi  dividendi tra gli azionisti.
Francamente sarebbe stato meglio, per l’immagine della società, e quindi per la società, perdere qualche utile monetario a vantaggio di un "utile" mantenimento di immagine derivato dall’erogare un "utile" servizio all’utenza: consentire l’uscita alla clientela che ha usufruito stavolta di un servizio erogato male e che per questo non doveva essere richiesta alcuna corresponsione. è bastata una nevicata a offuscare l’immagine di una società, Autostrade per l’Italia, che in genere lavora bene. Periodicamente, per fortuna "solo" una volta o due all’anno, accadono imprevisti di questo genere; un maxi ingorgo o la neve, un grosso incidente o la nebbia. Fattori fisiologici o climatici che su 365 giornate in strada restano comunque un fenomeno sporadico, risolvibile con l’evacuazione dell’autostrada piuttosto che con l’incolonnamento-trappola, che comporta un clamoroso disagio al cliente. E il cliente, si sa, ha sempre ragione.

Di Lorenzo Borselli

Giovedì, 12 Febbraio 2004
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