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Articoli 30/10/2020

di Lorenzo Borselli*
La Francia, i terroristi islamici e quel corridoio chiamato Italia
In gioco, sull’asse franco-italiano, c’è il concetto stesso di civiltà occidentale

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(ASAPS) Nizza, 30 ottobre 2020 – “Brahim Aouissaoui veniva dall’Italia!”, scrivono con tono polemico molti quotidiani. Ed è assolutamente vero: il killer di Nizza è sbarcato a Lampedusa, ha fatto la quarantena sulla “Rapsody”, è stato trasferito a Bari, dove gli è stato notificato un provvedimento di espulsione e poi si è dileguato, per poi apparire di nuovo a Nizza, ieri, armato di coltello, per fare una strage in chiesa.
Per alcuni leader politici italiani, ovviamente di opposizione, l’attentato della cattedrale nizzarda è colpa del nostro governo, troppo morbido con i clandestini.
Proviamo a ragionare.
Intanto, è circostanza oggettiva che, in materia di rimpatri, l’Italia non riesce a dare esecuzione a un ordine semplicissimo: “caro signore, lei deve lasciare il territorio nazionale”. Ma quanti lo fanno, quanti vengono rimpatriati coattivamente e quanti, invece, semplicemente spariscono?
Gli addetti ai lavori, in materia di immigrazione, sanno bene quanto sia difficile effettuare queste operazioni, la politica un po’ meno.
Ma andiamo avanti.

La Francia è in crisi da molto tempo col mondo islamico, a causa – riteniamo – di una serie di circostanze: la sua politica nello scacchiere mediterraneo (non dimentichiamo cosa accadde in Libia per mano di Parigi), la sua intransigente e sacrosanta difesa della libertà di espressione (non dimentichiamo il massacro di Charlie Hebdo, rivista che ha scatenato anche gli ultimi tre attacchi di ieri) e, di stringente attualità, la crisi geopolitica con la Turchia.
Già, la Turchia: la sua crescente islamizzazione è spia certa delle velleità del suo capo politico, Erdogan, di diventare il leader di tutti i musulmani e il suo atteggiamento di sfida all’occidente, anche prima della pubblicazione delle ultime vignette di Charlie Hebdo che lo riguardano (dalla presenza in Libia a quella in Siria, dalla rinnovata ostilità con Grecia e Cipro, per non parlare del Kurdistan), sono più di un campanello d’allarme.
Non c’è poi da stupirsi se l’Europa ha sempre rimandato la questione dell’ingresso turco nell’Unione, dunque.
Però è un fatto che molti altri terroristi che hanno colpito al cuore i nostri vicini europei, siano passati per l’Italia: nel 2016, il tunisino Anis Amri, che commise la strage ai mercatini di Natale di Berlino, aveva seguito la stessa rotta di Brahim Aouissaoui, scendendo da un barchino a Lampedusa. I suoi legami con l’Italia sono chiari ed è proprio nel nostro Paese che venne poi ucciso nel corso di una sparatoria alla periferia di Milano. Ancora prima, per Salah Abdeslam, il terrorista naturalizzato belga ma di origine marocchina, jihadista dell’ISIS, membro del commando che sterminò il pubblico del Bataclàn di Parigi nel novembre 2015 (95 vittime), è stato accertato il primo contatto europeo in Puglia, da cui ripartì per Patrasso con destinazione Siria e poi nuovamente in Puglia, cinque giorni dopo, con destinazione finale Molembeck. Anche il kamikaze della stazione della metropolitana belga di Maelbeek, Khalid El Bakraoui, aveva dormito a Venezia prima di prendere un aereo per la Grecia e legami con l’Italia sono stati accertati anche per Ahmed Hanachi, il tunisino che accoltellò due donne a Marsiglia, nell’ottobre 2017, uccidendole. Hanachi era stato addirittura sposato con un’italiana.

Ma questi lupi solitari della porta accanto, che sbarcano in Italia, non sono mai stati schedati come terroristi, perché di loro non si sapeva niente e per questo non è neppure ipotizzabile – questo è il nostro parere – una responsabilità morale o diretta del nostro Paese, perché noi siamo una delle propaggini meridionali dell’Europa, cui una politica comunitaria di difesa del propri confini sembra proprio sfuggire. E poi noi, anche questo ci sembra oggettivo, di attentati non ne abbiamo sostanzialmente avuti e ogni volta che a carico di qualcuno si concentrano anche solo sospetti di integralizzazione, scatta l’espulsione amministrativa a firma del ministro dell’Interno.
La verità è che in ballo non ci sono solo le questioni delle vignette satiriche: lo scontro di civiltà in atto tra il mondo occidentale e quello islamico si configura così, come un acquitrino melmoso, nel quale ogni mossa può essere fatale.
Charlie Hebdo dovrebbe smettere di pubblicare vignette offensive nei confronti dell’Islam, gente come Salman Rushdie dovrebbe starsene zitta e non esprimere il proprio pensiero perché in un mondo diverso dal nostro, totalitario e integralista, la religione ha il sopravvento su tutto?

Dovremmo abdicare a tutti i nostri principi fondanti, compresa quella parte di accoglienza che continuiamo a praticare in nome di quei principi etici (e anche religiosi di carità cristiana, per chi ci crede), per paura degli altri e delle loro vendette per il nostro stile di vita?
Per sopravvivere, purtroppo, bisogna trovare la cosiddetta via di mezzo e dire al nostro prossimo che attraversa il mediterraneo per venire da noi che se ha un valido motivo per farlo, potrà anche restare, ma che questa è casa nostra e le regole non le decidono loro.
Sicuramente, dovremmo smetterla di fare l’occhiolino a quelle potenze, soprattutto  petrolifere, rette da dittatori, sceicchi, califfi e similari, con tutte le loro medaglie auto-insignitesi, ai quali regaliamo navi e aerei con cui fanno poco o nulla per contrastare l’emigrazione di massa (salvo violare apertamente i più elementari diritti umani) e che, invece, tengono sequestrati gli equipaggi dei nostri pescherecci, nel silenzio sconcertante dei media. Ecco, di questo dovremmo forse prenderne atto. (ASAPS)


(*) Ispettore della Polizia di Stato,
Responsabile della Comunicazione di ASAPS

 

 



Venerdì, 30 Ottobre 2020
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