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Notizie brevi 23/03/2020

Il treno Frecciarossa deragliato a Lodi e il coronavirus: la linea del contagio

Carabinieri, poliziotti, finanzieri: i primi casi tra chi era sul deragliamento del Frecciarossa. Le caserme e l’assenza di mascherine: «Poche, ce le scambiavamo»
Il Frecciarossa Milano-Salerno deragliato all’alba del 6 febbraio all’altezza di Ospedaletto Lodigiano, in provincia di Lodi. Due le vittime, i macchinisti

Dobbiamo partire da una data. Lo scorso 6 febbraio. È il giovedì del deragliamento del Frecciarossa a Ospedaletto Lodigiano. Il contenimento delle morti (due vittime, i macchinisti, nessun ferito grave fra i pochi passeggeri), non evita, come da prassi in caso di disastro, l’arrivo dei reparti di pronto intervento di carabinieri, finanzieri e poliziotti (solitamente, su una scala da zero a cento, sono ripartiti in 40-20-40 unità). Il personale gravita sulla scena dell’incidente, venendo in contatto con i colleghi incaricati dell’inchiesta, i curiosi che via via migrano dai vicini paesi, i rappresentanti istituzionali; ma gravita anche negli ospedali e negli esercizi commerciali. Il virus, in quella che, a brevissima distanza di chilometri, diventerà la prima «zona rossa», è già in circolo. E tra gli otto e i dodici giorni successivi, le forze dell’0rdine accusano i primi malati. L’inizio di una lunga scia che ci porta fino a oggi e fino a Milano, Bergamo e Brescia.

 

Camerate e mense

I sintomi sono identici: dolori muscolari, febbre anche sopra i 39 che abbatte i corpi, gola secca e fatica a deglutire, tosse. Pur se con una portata superiore alla norma, gli indebolimenti vengono catalogati come influenza di stagione. È pur sempre il momento durante il quale l’intera Italia, per niente aiutata da catastrofici slogan a uscire il più possibile di casa, sottovaluta la futura pandemia. Non è ancora la fase dei tamponi e così quei carabinieri, finanzieri e poliziotti dormono in caserma insieme agli altri, mangiano in caserma insieme agli altri, e appena si riprendono tornano sui mezzi e in azione insieme agli altri. Fino a quando — e arriviamo al 23 febbraio, domenica — bisogna iniziare a garantire la sorveglianza ai confini di quella «zona rossa» nel Lodigiano. E il personale torna a stretto contatto con il virus.

 

 

Senza difese

Il Corriere ha ascoltato sette differenti testimonianze. Coincidono. Coincidono a cominciare dall’assenza di protezioni. In questo periodo, febbraio, manca la consapevolezza, lo ripetiamo, della gravità della situazione, e permangono indecisioni nelle scelte governative e di conseguenze su quanto sia importante garantire la sicurezza personale. Ascoltiamo uno dei testimoni: «Ci sono stati anche contatti ravvicinati con i residenti. Parecchie volte. Non so quanto sia filtrato alla stampa, ma in certe situazioni è capitato di spingere via, anche fisicamente, chi a tutti i costi voleva “evadere”. Dopodiché, dobbiamo essere onesti: le mascherine erano poche. Pochissime. E sicuramente con leggerezza noi per primi, ce le scambiavamo: chi smontava dal turno le consegnava al collega che attaccava dopo di lui...». Nel flusso dell’organico inviato ai lembi della «zona rossa», nell’ambito del turnover, ci sono anche uomini che in precedenza, il 19 febbraio, mercoledì — altra data centrale, ferale — sono impiegati nell’ordine pubblico della partita di Champions League, giocata al Meazza tra Atalanta e Valencia, in quella che i medici hanno definito una «bomba biologica», un terrificante vettore del virus per strade e mezzi pubblici di Milano.

 

Reparti in isolamento

L’assenza di una decisa «regia» da Roma, al netto delle sollecitazioni dei vertici locali delle forze dell’ordine, genera ulteriori peggioramenti. Oggi reparti dei finanzieri sono a casa, malati o in quarantena; ci sono comandi provinciali chiusi. E ci sono carabinieri e poliziotti in isolamento, probabilmente colpiti dalla pandemia. Scriviamo probabilmente in quanto l’assenza di tamponi non permette d’avere la certezza, un «vuoto» che permane anche per le sorti del personale una volta cessata la febbre: riprendere il servizio come se niente fosse stato? Con quali garanzie per se stessi e i colleghi? La linea del contagio ha avuto un’ulteriore estensione nella Bergamasca e nel Bresciano, viaggiando con le forze dell’ordine. Notizia di venerdì sera è l’aggravamento di un agente del reparto mobile della Questura.

di Andrea Galli
da corriere.it


L’assenza di una decisa «regia» da Roma, al netto delle sollecitazioni dei vertici locali delle forze dell’ordine, genera ulteriori peggioramenti. Oggi reparti dei finanzieri sono a casa, malati o in quarantena; ci sono comandi provinciali chiusi. E ci sono carabinieri e poliziotti in isolamento, probabilmente colpiti dalla pandemia. Scriviamo probabilmente in quanto l’assenza di tamponi non permette d’avere la certezza, un «vuoto» che permane anche per le sorti del personale una volta cessata la febbre: riprendere il servizio come se niente fosse stato? “(ASAPS)

Lunedì, 23 Marzo 2020
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