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Articoli 29/07/2019

di Lorenzo Borselli*
Non relativizziamo la morte di Mario

Il punto dove è stato ucciso il Carabiniere Mario Cerciello Rega con i fiori portati dai cittadini

Così il nemico, stavolta, ha un “visto”. Turistico, presumiamo.
È stampato sul passaporto di un giovanotto mesciato che dorme in una stanza a quattro stelle nel centro di Roma, sceso, forse, da una first-class transcontinentale, vestito di marca.
Poco sappiamo della dinamica e, francamente, poco ci interessa per il breve ragionamento che vorremmo provare a fare.
Nell’Italia scalcinata, sdoganata nel mondo dagli stereotipi – “spaghetti”, “pizza”, “sole”, “calcio” e “mafia”, tanto per dirne alcuni – anche un pusher ha il diritto di denunciare uno scippo.
Il carabiniere che riceve la denuncia fa solo il suo dovere, anche perché lo spacciatore non dice di esserlo.

Nemmeno sappiamo se davvero sia uno spacciatore o solo un finto venditore di droga, perché tra i tanti luoghi comuni, anche quella del truffatore è un’immagine tutta italiana: ma lui ha la faccia tosta di denunciare il furto di una borsa e del cellulare, che forse è ciò a cui tiene di più, e spiega al militare che il ladro è disposto a restituirlo in cambio di denaro e di un grammo di cocaina.
Il “cavallo di ritorno”, altra pratica tipica dello Stivale, che il codice penale inquadra all’articolo 629: estorsione. Da 5 a 10 anni di carcere.
Ricapitoliamo: un turista vuole della cocaina. La compra da uno spacciatore in pieno centro di Roma, scopre che invece è aspirina tritata e torna a cercare il pusher; lo trova, gli ruba la borsa e, quando scopre che di droga non c’è traccia e magari sta già pensando di buttare tutto in un cassonetto della spazzatura, ecco che dal borsone arriva il trillo di un cellulare.
Lui risponde e fissa un appuntamento col derubato-truffatore-spacciatore il quale, visto che la fantasia non gli manca, decide di fregare per la seconda volta il ragazzotto americano mesciato.
Va dai Carabinieri e frega anche loro: li usa per riprendersi il cellulare e per imbrogliare di nuovo quel tipo che vuole fare il furbo con lui.
All’appuntamento ci sono i Carabinieri: Mario Cerciello Rega e il collega tirano fuori il tesserino, l’americano, invece, un coltello che affonda per 11 volte nel petto del militare. Dicono che il telefono del finto-pusher costi 100 euro e sappiamo che un grammo di cocaina è pagata dagli 80 ai 100: ogni coltellata vale dunque 18 euro e 20 centesimi.

È questo il prezzo della vita del sottufficiale, che si disperde sull’asfalto insieme al sangue che esce e che inzuppa i vestiti e che si allarga sui sampietrini.
In altri tempi, quando non eravamo ancora abituati a scrivere dei nostri fratelli e sorelle in divisa morti sul lavoro (usiamo questo termine, così anche gli odiatori a prescindere non potranno attaccarsi al nostro spirito di Corpo), avremmo cercato di scrivere un pezzo strappalacrime, magari retorico, con lo scopo di attirare l’attenzione del cosiddetto mondo civile.
Avremmo sottolineato che nessuno avrebbe organizzato una fiaccolata per Mario e saremmo giunti, come sempre, alla conclusione che alla gente non freghi niente della morte di un Carabiniere.

Se chiedessimo ai passanti per strada chi siano stati Alessandro Giorgioni o Stefano Biondi, riceveremmo in cambio l’espressione basita di chi è colto di sorpresa, ma se invece parliamo di delinquenti famosi, beh, allora…
Del resto, nella rete, ci sono persone che scrivono di quanto le sirene azionate per Mario abbiano loro “cagato il cazzo”.
Scusateci se riportiamo alla lettera.
Allora non ci sarebbe rimasto che ripiegare, simbolicamente, e ricompattarci per poter continuare.
Stavolta è diverso: ecco una specie di illuminazione.
Vuoi vedere che Mario non è morto per niente?
Vuoi vedere che stavolta al cosiddetto mondo civile è scattato qualcosa?
Vuoi vedere che stavolta anche i social e la fretta di dire le cose sempre prima degli altri, ci daranno una mano?
Durerà poco, ma dobbiamo approfittarne per lasciare un bel graffito sul muro virtuale della rete, una di quelle scritte che sovrasti il “10, 100, 1000 Nassirya”.
Sì, perché quando il capo di Mario si è reclinato, nella rete si è sparsa la voce che ad ammazzarlo fosse stato uno spacciatore magrebino, improvvisatosi spacciatore ed evolutosi in estorsore. Si leggeva, nella rete, che si trattava di un pregiudicato già graziato dai giudici compiacenti, sulle cui coscienze sarebbe dovuta ricadere quell’uccisione.
E invece no: l’assassino reo confesso è un bianco, americano, che dorme in un hotel di lusso e che non ha attraversato lo stretto di Sicilia su una carretta piena di falle, ma l’oceano Atlantico in una cabina pressurizzata.

Una doccia fredda per gli odiatori e i frettolosi del web che ha messo a nudo la superficialità di tutti (non solo gli odiatori e i frettolosi del web).
Un casino.
Di più, un messaggio che suona come la notifica insistente di una chat che improvvisamente si anima.
Ci sono tutti gli elementi per mettere a nudo molti dei problemi del nostro Paese, ammalato soprattutto delle carenze di serietà e consapevolezza.
Che soffre di relativizzazione.
E chi diffonde questa epidemia relativistica siamo tutti noi, quando non allacciamo le cinture, quando beviamo troppo, quando evadiamo le tasse o quando non ci facciamo fare una fattura, quando pensiamo che le condotte illecite siano solo quelle degli altri;
quando la Politica depenalizza (è praticamente impossibile tenere dentro uno spacciatore o un ladro, per non parlare dei truffatori), quando la Giustizia relativizza giudicando i comportamenti: ci sono sentenze che ci farebbero sorridere se non ci facessero invece rabbrividire (apriamo le scommesse sulle attenuanti che saranno riconosciute in caso di condanna, del tipo: il militare era in borghese e l’imputato ha avuto paura?).
Politica e Giustizia insieme, perché il sistema nel suo complesso non riesce quasi a rendere davvero rieducativo il processo di espiazione, per cui, anche se uno sta in carcere, quando esce è spesso una persona diversa solo perché sarà un delinquente più bravo, perché in carcere non si fa assolutamente nulla per cambiare il detenuto.

Per concludere in tema di leggi: non trovate che il pusher, per essere seri, dovrebbe essere condannato in concorso?
Il “come” non lo sappiamo (è un compito della politica), ma il “perché” è evidente: la sua trovata è costata la vita di un Uomo.
Uno Stato che non si protegge, che non punisce cioè comportamenti sbagliati e che non garantisce la certezza di sanzioni e pene, non potrà mai essere uno Stato sicuro. Uno Stato che non fa niente per proteggersi è destinato a perdere autorevolezza e quando lo Stato non è autorevole, i suoi componenti si aprono all’uso della violenza. La accettano, anche solo per difendersi o per far valere le proprie ragioni: l’americano si è armato per affrontare uno spacciatore. Si è armato per avere droga.
Qualche giorno fa, alcuni minori, appena rimessi in libertà per reati gravissimi, hanno girato un video sulle scale del tribunale: video indirizzato agli “sbirri”, mandati allegramente a fare in culo.
E come dice quell’adagio? “so’ ragazzi…”
Andate a dirlo a Mario, va…

(*) Ispettore della Polizia di Stato, Responsabile Nazionale della comunicazione di Asaps
 


Un commento asciutto e senza rischiose sbandate sulla retorica del nostro Lorenzo Borselli sulla uccisione del Carabiniere Mario Cerciello Rega. (ASAPS)

Lunedì, 29 Luglio 2019
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