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Articoli 11/06/2018

di Lorenzo Savastano*
L’opposizione del segreto professionale nelle operazioni di polizia amministrativa

La disciplina pulviscolare degli accessi amministrativi impone l’intreccio e l’analisi di vari comparti di settore al fine di ricercare la migliore best practice nel caso concreto Cosa fare in caso di formale eccezione di segreto professionale durante le operazioni di polizia

Una disciplina senza “fissa dimora normativa
Come noto, l’attività di polizia amministrativa non ha mai formato l’oggetto di un corpus di disposizioni specifico, in particolare sotto un profilo strettamente processuale(1) .
Seppure, difatti, i tratti essenziali del diritto amministrativo di polizia risiedano nella Legge 24 novembre 1981 n. 689, recante “Modifiche al sistema penale”, per risolvere importanti dubbi procedurali connessi all’attività che quotidie gli organi di polizia svolgono nella loro veste amministrativo-preventiva (e non, quindi, repressivo-giudiziaria ai sensi dell’art. 55 del codice di rito penale), occorre riferirsi alle norme esplicitate in singoli settori di polizia (2) . L’immagine che ne risulta è dunque quella di un diritto processuale di polizia amministrativa pulviscolare, privo di un complesso unitario di norme in cui trovi stabile dimora giuridica.
Segnatamente al tema del presente contributo, il comportamento proceduralmente corretto da tenere nel caso in cui – nel corso di un’operazione di polizia amministrativa – un professionista eccepisca il segreto professionale su informazioni e/o documenti cartacei o digitali al fine di evitarne il sequestro, non è disciplinato dalla richiamata Legge n. 689/1981. Occorrerà pertanto ricercare aliunde una disciplina che funga – quantomeno – da punto di riferimento al fine di evitare non solo la nullità dell’atto del sequestro amministrativo ex art. 13 della richiamata L. 689/1981(3)  ma, soprattutto, le gravose conseguenze penali e disciplinari a carico dell’operatore di polizia, derivanti dalla illegittima effrazione del segreto.

 

La forza giuridica soft del segreto professionale
Prima di lumeggiare gli adempimenti degli organi di polizia operanti, occorre premettere che la nozione di segreto professionale è – tautologicamente – connaturata alla natura dell’attività professionale prestata. Una sua definizione in positivo è, pertanto, da ricercarsi nelle singole normative di settore che regolano la categoria professionale di riferimento. A titolo d’esempio, si consideri la definizione che di esso offre la L. 31 dicembre 2012, n. 247, recante la “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”, che all’art. 6, primo comma (rubricato: “Segreto Professionale”)(4), dopo aver precisato che: “L'avvocato è tenuto verso terzi, nell'interesse della parte assistita, alla rigorosa osservanza del segreto professionale e del massimo riserbo (…)”, sancisce al successivo terzo comma che “L'avvocato, i suoi collaboratori e i dipendenti non possono essere obbligati a deporre nei procedimenti e nei giudizi di qualunque specie su ciò di cui siano venuti a conoscenza nell'esercizio della professione o dell’attività di collaborazione o in virtu' del rapporto di dipendenza, salvi i casi previsti dalla legge”.

Su un piano civilistico, l’introduzione di una regolamentazione specifica del segreto professionale, discende direttamente dall’art. 12 D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 che, in materia di privacy, attribuisce al Garante il compito di promuovere la sottoscrizione di codici di deontologia e di buona condotta per determinati settori, nell’ambito delle categorie interessate(5).
Parallelamente, il presidio in campo penale del segreto professionale è rappresentato dall’art. 622, cpv., del codice penale, il quale prevede che “Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 30 a euro 516”.

In sintesi, le disposizioni dei codici professionali, seppur aliene al diritto positivo strettamente inteso, non sono per questo prive di una propria ed autonoma vis normativa, “dal momento che le regole dell’arte alle quali confrontare la condotta tenuta in concreto da qualsiasi professionista sono contenute in una normativa secondaria”(6) , integrando una sorta di soft law utile per comprendere i contorni ed i contenuti dell’obbligazione professionale, salvo le sanzioni penali previste in caso di disvelamento senza giusta causa o al fine di ottenere un indebito profitto(7) .

Il segreto professionale negli accessi di polizia
Come anticipato, una disciplina inerente il corretto comportamento da tenere nei casi in cui il segreto professionale venga opposto durante operazioni di polizia amministrativa esiste solo partitamente nei singoli comparti di interesse operativo. A tal riguardo, un valido riferimento è senz’altro la disciplina inerente gli accessi di polizia tributaria, non solo per la presenza di una norma positiva che regola l’ipotesi de qua discimur, ma soprattutto per l’interessante giurisprudenza che su tale normativa – nel tempo – si è innestata.
Procedendo con ordine il riferimento ampiamente ricorrente, testé accennato, è l’art. 52, comma 3, D.P.R. 633/1972, che regolamenta l’esercizio del potere di accesso di polizia tributaria in ambito sia IVA sia delle imposte sui redditi (in forza del rinvio operato dall’art. 33, primo comma, del D.P.R. 600/1973). Expressis verbis dispone il richiamato articolo: “È in ogni caso necessaria l'autorizzazione del procuratore della Repubblica o dell’autorità giudiziaria più vicina per procedere durante l'accesso a perquisizioni personali e all'apertura coattiva di pieghi sigillati, borse, casseforti, mobili, ripostigli e simili e per l'esame di documenti e la richiesta di notizie relativamente ai quali è eccepito il segreto professionale ferma restando la norma di cui all'articolo 103 del codice di procedura penale”.
Chiaramente, come precisato dalla Suprema Corte(8) , nel corso di accesso ai fini fiscali, il segreto professionale può essere opposto soltanto per quei documenti che rivestono un interesse diverso da quelli economici e fiscali del professionista o del suo cliente, potendo essere eccepito per le scritture ufficiali né per l’acquisizione dei documenti che costituiscono prova dei rapporti finanziari intercorsi fra professionista e cliente. Diversamente opinando, il segreto professionale si presterebbe ad essere uno strumento di elusione dei controlli.

La procedura operativa per gli operatori di polizia
Il comma 3 dell’art. 52 fa salvo l’art. 103 c.p.p., che limita l’esecuzione di ispezioni, perquisizioni e sequestri nei confronti dei difensori di persone sottoposte a procedimenti penali e dei consulenti tecnici. In particolare, il sesto comma del richiamato art. 103, stabilisce che “Sono vietati il sequestro e ogni forma di controllo della corrispondenza tra l'imputato e il proprio difensore in quanto riconoscibile dalle prescritte indicazioni, salvo che l'autorità giudiziaria abbia fondato motivo di ritenere che si tratti di corpo del reato”.
Così ricostruita, la normativa in subjecta materia parrebbe investire due ipotesi fenomenologicamente distinte, a seconda cioè che il professionista opponga formalmente il segreto professionale su atti, documenti, dati, informazioni e programmi informatici che attengano, o meno, il rapporto con il proprio assistito in forza di un mandato professionale nell’ambito di un procedimento penale, in cui lo stesso risulti già imputato, ovvero:
- nel caso in cui la documentazione non afferisca documentazione che leghi il difensore al proprio assistito nell’ambito di un procedimento penale, ma rientri comunque nell’ambito di un mandato professionale, in caso di formale opposizione del segreto ai sensi dell’art. 200 c.p.p., la polizia operante dovrà interessare l’Autorità Giudiziaria competente che, se giudicherà infondata l’eccezione a seguito dei necessari accertamenti previsti dal secondo comma dell’art. 256 c.p.p., emetterà un decreto di esibizione, a fronte del quale il professionista ha obbligo di immediata rimessa degli atti e documenti. Tale iter procedurale è stato, inoltre, recentemente confermato dallo stesso giudice di legittimità(9) , che ha parlato di una tutela di carattere simmetrico rispetto a quella contemplata per la testimonianza (si veda, al riguardo, l’art. 200 cpv., del c.p.p., in materia di mezzi di prova(10) );
- nei casi in cui, al contrario, la documentazione attenga dati o informazioni strettamente inerenti il rapporto fiduciario fra difensore ed assistito nell’ambito di un procedimento penale (costituisca, cioè, la loro corrispondenza)(11), occorrerà un quid pluris, dovendo tali informazioni costituire ex se il corpo del reato. Di conseguenza, gli organi di polizia operanti dovranno trasmettere, anche oralmente, ai sensi dell’art. 347 c.p.p., la notitia criminis al magistrato competente, affinché egli proceda al sequestro probatorio della documentazione.
La ratio della distinzione summenzionata, si lasci notare, risiede evidentemente nella diversa intensità della tutela del diritto di difesa ex art. 24 della Carta costituzionale, di cui il difensore ne rappresenta l’estrinsecazione nell’ambito delle indagini preliminari e del successivo processo. Lo scopo ultimo è, in altri termini, evitare che il diritto di difesa dell’imputato venga scalfito da un uso improprio dei doveri di polizia.




*Capitano della Guardia di Finanza
in servizio presso il Nucleo Polizia Economico-Finanziaria di Milano




Note
(1) Sul punto, amplius: U. NANUCCI, Altre attività di polizia, in AA.VV., Manuale pratico della polizia giudiziaria, Roma, 2013, pagg. 565 e segg..
(2) Come noto la polizia amministrativa rappresenta “il complesso di attività organizzate dalla Pubblica Amministrazione dello Stato, finalizzato all’attuazione delle leggi e dei regolamenti che disciplinano le attività dei privati, in modo da preservare la sicurezza generale della società e l’ordine pubblico” (cfr. V. INGLETTI, Diritto di Polizia Giudiziaria, Roma, 2010, pagg. 505 e segg.).
(3) Per sequestro amministrativo si intende il “provvedimento sanzionatorio di carattere cautelare, tendente a conseguire la custodia e la conservazione dei beni che siano stati strumento o risultato di un illecito amministrativo o che siano comunque pertinenti all’illecito stesso e come tali utili ai fini dell’accertamento della infrazione, in vista di un eventuale provvedimento definitivo di carattere ablativo (la confisca)” (Cfr. AltalexPedia, voce “Sequestro amministrativo”, a cura di F. CAMPOBASSO, agg. al 23/10/2015)
(4) Nel corso del tempo sono stati pubblicate diverse decine di altri codici con caratteri e finalità analoghi. Ex pluribus: il Codice di deontologia medica (approvato il 18 maggio 2014) dalla federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri; il Codice deontologico degli psicologi italiani, approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi; il Codice deontologico degli ingegneri, approvato dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri nella seduta del 9 aprile 2014 et cetera.
(5 ) L’aspetto nodale della nuova disciplina è che questi codici “(…) sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana a cura del Garante e, con decreto del Ministro della Giustizia, sono riportati nell’allegato A) del presente codice (…)”(cfr. art. 12, comma 2, D. Lgs. 196/2003). La conseguenza è che “il rispetto delle disposizioni contenute nei codici di cui al comma 1 costituisce condizione essenziale per la liceità e correttezza del trattamento dei dati personali effettuato da soggetti privati e pubblici”, comportando l’obbligo al risarcimento del danno a carico del professionista, qualora con dolo o colpa grave ex art. 2236 c.c., danneggi il proprio assistito (cfr. art. 12, comma 3, D. Lgs. 196/2003).
(6) Così si esprime: M. FRANZONI, Dalla colpa grave alla responsabilità professionale, Torino, 2016, pagg. 6 e segg.. Prosegue lo stesso A. “(…) tecnicamente le regole di deontologia appartengono al genere della normativa secondaria, diversa anche dagli usi, che mal si coniuga con l’idea del diritto positivo (…)”. Tuttavia, le regole dei codici deontologici (in cui trova cittadinanza la definizione dell’istituto del segreto professionale), sono “cogenti per la categoria che le ha volute”, comportando – quindi – la responsabilità disciplinare, civile (ex art. 2236 cod. civ.) e penale (v. infra) del professionista, qualora lo violi.
(7) M. FRANZONI, op. cit., pag. 13.
(8)Cfr. Cass. civ. SU, 7 maggio 2010, n. 11082.
(9)Cfr. Cass. pen., Sez. II, 10 novembre 2017, n. 51446.
(10)Cfr. Libro III, Titolo II, Capo I del codice di procedura penale.
(11)Ai sensi dell’art. 103, comma 6 c.p.p. ed art. 35 del D. Lgs.271/1989, recante le disposizioni attuative del codice di rito pena
le

 

 




Un articolo per il Centauro ASAPS del Cap. Lorenzo Savastano della Guardia di Finanza nel quale si affronta la tematica afferente un aspetto molto delicato del cd. diritto di polizia: cosa fare e come comportarsi in caso di formale opposizione del segreto professionale durante un accesso amministrativo di polizia.
Pur essendo un tema trasversale che riguarda tutte le forze di polizia impegnate in attività di prevenzione di tipo amministrativo, la materia non trova una specifica collocazione normativa. Tale vuoto legislativo obbliga, pertanto, l’operatore di polizia a ricercare in più settori del diritto la corretta risposta procedurale all’ostico dubbio operativo. (ASAPS)


Lunedì, 11 Giugno 2018
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