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Notizie brevi 17/09/2011

EROI DI SERIE B Un anno e 5 mesi a chi ha ucciso l’agente Massimo Michielin e ferito il collega Maurizio Moranti, viaggiando a velocità folle (e con il motore della macchina pure rubato). Omicidio colposo, lesioni, ricettazione insieme fanno un conto troppo "scontato".

EROI DI SERIE B
Un anno e 5 mesi a chi ha ucciso l’agente Massimo Michielin e ferito il collega Maurizio Moranti, viaggiando a velocità folle (e con il motore della macchina pure rubato). Omicidio colposo, lesioni, ricettazione insieme fanno un conto troppo "scontato".

Troppo spesso, alcuni di quelli che fanno il nostro mestiere con coraggio e dedizione, che indossano la divisa con passione, pagano cara la loro aspirazione di essere poliziotti al servizio degli altri. In molte di queste occasioni, i nostri colleghi si sono trovati al posto sbagliato al momento sbagliato: questo è valso il 6 febbraio 1977, quando Renato Vallanzasca uccise a Dalmine Luigi d'Andrea e Renato Barbolini, componenti di una pattuglia di Polizia Stradale; ma si trovarono al posto sbagliato nel momento sbagliato anche Stefano Villa, Luca Benincasa o Stefano Biondi, e con loro tutti i nostri fratelli centauri caduti sulle strade delle vacanze degli altri, falciati da ubriachi o da pirati.
L’Agente Scelto Massimo Michielin

Massimo Michielin, 27 anni, nel gennaio del 2003 stava soccorrendo gli occupanti di un’auto finita contro il guardrail, quando una Fiat Bravo lo investì, uccidendolo. Massimo morì poco dopo il suo arrivo all’ospedale Niguarda. Nei giorni scorsi un giudice di Milano ha condannato l’investitore del giovane Assistente della Polizia di Stato, in servizio al distaccamento di San Donato Milanese, ad un anno e 5 mesi di reclusione: pena ovviamente sospesa. I capi d’imputazione, per il ragazzo di 24 anni che ha ucciso Michielin, erano omicidio colposo e ricettazione, perché il motore montato sulla macchina da lui condotta era rubato.
Al diffondersi della notizia di una condanna così mite, molti tra i nostri colleghi, li abbiamo sentiti noi stessi, hanno gridato allo scandalo, si sono rivolti ai sindacati, hanno provato un senso di scoramento e di abbandono.
A mente fredda, non possiamo far altro che accettare(con dolore) il verdetto del giudice, che ha applicato – in ragione del patteggiamento ottenuto dall’imputato – lo sconto di un terzo della pena prevista. È doveroso, però, ritagliarci uno spazio per una misurata reazione, se volete anche serena, per ricordare a tutti che le morti di questi nostri colleghi costano troppo poco a chi le provoca.
Comprendiamo, da conoscitori della legge che facciamo applicare, che ragazzi come Massimo sono caduti non sotto i colpi di arma da fuoco esplosi proditoriamente dalla criminalità, ma falciati da un’era moderna che si accorge del pericolo solo quando dopo la frenata si sente il tonfo sordo dell’impatto, quando i cristalli di parabrezza e fari si sparpagliano con gli oli e i liquidi bollenti del motori, sull’asfalto scuro, seguito d’un fiato dal rumore inconfondibile dei corpi che “trovano quiete” in quegli attentati stradali.
Chi ha visto ciò che resta dopo una bomba sa benissimo che la differenza non c’è.
È dunque un incidente stradale, un evento colposo, e questo lo sappiamo. Però vorremmo una giustizia più vera, la prossima volta. Vorremmo che chi uccide, anche se con colpa, non debba sempre passarla liscia: correre a 200 all’ora, anche senza una macchina sospinta da un motore rubato, e poi uccidere qualcuno e ferire gravemente un’altra persona (l’altro componente della pattuglia riportò lesioni gravissime alle gambe) è parte di una condotta del quale l’autore doveva prevedere le conseguenze. Si chiama “dolo eventuale”. La legge, questo, dovrebbe capirlo. Non c’è rancore, ma solo tristezza e preoccupazione. O un timore, se volete, di essere eroi di serie B, o di morire per una parcella d’avvocato nemmeno tra le più alte.
E questo, francamente, non ci sta bene.






 

Sabato, 17 Settembre 2011
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