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Incidenti Bambini , Posta ,... 27/06/2014

Dopo la  tragedia del piccolo Gionatan a Ravenna
LETTERA DI UN OPERATORE DI POLIZIA

Il luogo in cui è stato investito il piccolo Gionatan - Foto Zani da ravennanotizie.it

“Il primo giorno di ferie estive.
Una domenica qualunque. Di una serata estiva qualunque. Guido pensando che non vedo l’ora di arrivare a casa e godermi un po’ di riposo. Gli amici. Qualche uscita. Tutto quello che fa  un ragazzo di 31 anni.
Poi le auto rallentano improvvisamente. Allungando lo sguardo vedo caos in mezzo alla strada e una sirena inizia a farsi sentire in lontananza.
Capisco subito che è successo qualcosa. Un altro incidente, penso. Mai avrei immaginato quello che avrebbero visto i miei occhi da lì a poco.

 

Mi porto avanti nel traffico e accosto, insieme a me l’ambulanza.
I sanitari si precipitano su un piccolo corpicino esanime, su cui già qualcuno stava prestando i soccorsi. Capisco immediatamente che la situazione è grave.
Spariscono tutti i pensieri, sparisce l’aria di ferie dalla mia testa.
Inizio a chiedere informazioni ai presenti, mi riferiscono che un’auto ha investito un bimbo e non si è fermata. Il primo lancinante pensiero: se fossi passato cinque minuti prima!

 

C’è anche l’automedica, i soccorsi al piccolo sono concitati. Viene caricato immediatamente in ambulanza. Ma non partono: continua incessantemente il massaggio cardiaco. Incrocio lo sguardo di alcuni soccorritori, voglia di fare, di non arrendersi.
Continuo con le mie domande, in diversi riferiscono che l’investitore era alla guida di una Mercedes scura con targa straniera. Finalmente arrivo ad incrociare lo sguardo di una persona, occhi che non dimenticherò mai. In un istante capisco che è il padre del bimbo.
Arriva la pattuglia dell’infortunistica della Polizia Municipale, che interrompe i nostri sguardi.
Intanto i soccorsi continuano, all’interno dell’ambulanza il massaggio cardiaco non si ferma. Tanti professionisti intorno alla barella. Fleboclisi, siringhe, presidi sanitari di ogni genere. Vedo i loro occhi, sento le loro voci. E un infermiere ritmicamente massaggia quel corpicino per far ripartire il cuoricino.

 

Attendo qualche istante e mi avvicino ai colleghi della Municipale che mi confermano i dettagli sull’auto.
Mi viene in mente che tramite lo smartphone sono collegato ad un gruppo di operatori di forze di polizia che collega tutta la Romagna ed oltre: dalla provincia di Rovigo a Misano Adriatico. Invio immediatamente un messaggio su tutto il gruppo con i dati dell’auto pirata. I colleghi rispondo istantaneamente e partono le ricerche.
Riprendo lo smartphone e contatto un amico del 118 di Ravenna, socio come me di ASAPS: gli racconto quanto sta accadendo. Si attiva immediatamente e riesce a mandare in onda su Isoradio diversi appelli per la ricerca dell’auto pirata.
Intanto alcune persone presenti al momento dell’incidente mi fanno vedere il punto in cui era riverso quell’angioletto: a terra una piccola macchia rossa. Quel rosso che non vorresti mai vedere.

 

Più in là mi indicano l’attraversamento pedonale dove è avvenuto l’urto. E non voglio crederci. Saranno quasi un centinaio di metri di distanza… mi sembra impossibile.
Si aprono le porte dell’ambulanza, scendono gli autisti. Una domanda urlata velocemente “E’ vivo?”. L’autista dell’automedica correndo verso il mezzo di soccorso riesce solo a dire “E’ grave”.
I mezzi di soccorso partono, mentre gli operatori sanitari sono ancora intenti nel massaggio cardiaco.
Passa qualche istante e sul posto iniziano a giungere i primi giornalisti. Scattano foto. Fanno riprese. Il loro lavoro insomma. In mezzo a quella moltitudine di commenti, di gente, di caos, di voci.
Il pensiero che mi attanaglia continua ad essere: “Se fossi arrivato un po’ prima lo avrei fermato!”.

 

Qualche istante e sopraggiunge un’auto che si ferma approssimativamente sulla strada. Scende una ragazza bionda, sconvolta. Mi getto su di lei e la tiro via dalla strada, quasi si faceva investire. Scoppia a piangere. Qualcuno le urla “Vai all’ospedale”. Scoprirò poi essere la giovane zia del piccolo Gionatan. Già perché improvvisamente quel bimbo ha anche un nome, conosciuto da tutti in zona. E non immagino neanche che quel nome mi accompagnerà per tutti i giorni successivi e probabilmente per tutta la vita.
La ragazza si dirige piangendo verso la macchina. La trattengo nuovamente: non è in grado di guidare in quelle condizioni. Continua a piangere, un pianto straziante. Un pianto che mi accompagnerà per tutta la notte. La fermo e la faccio accompagnare da qualcuno, non so neppure chi sia.

 

Gli agenti della Municipale continuano i rilievi. Io mi metto in disparte. La mia mente è ancora alle scene di qualche istante prima.
Si avvicina un fotoreporter. Un amico. Scambiamo qualche parola e poi mi dice “sei scosso, stai tremando”.
Sono un agente di polizia, prima ho lavorato anche in ambulanza ed in protezione civile. Quante me ne saranno capitate? Quanti casi? Quanto sangue? Quanto dolore? Dover dare la notizia della morte di un caro, dover fare i rilievi di un mortale, portare soccorso nelle situazioni più impensabili, più delicate, intervenire in un terremoto. Quante ne ho passate? Ma non ci si fa mai l’abitudine.

 

Guardo le mie mani e mi rendo conto che sto tremando come una foglia. L’adrenalina è andata giù. E mi rendo conto, nonostante tutto, di quanto sono fragile.
Ritorno alla mia macchina. Mi dirigo verso casa. Il pensiero delle ferie è solo un lontano ricordo.
Apro senza pensare la porta di casa. Il telefono continua a squillare. Colleghi da ogni parte mi informano delle ricerche. Vengono fatti posti di controllo. Battuti parcheggi, strade residenziali, strade di campagna. Zone conosciute alle forze dell’ordine. Campi nomadi.  Apprezzo l’impegno dei colleghi. Tanto. Ovunque.
Un’altra telefonata, una delle tante quella sera. La peggiore. Il piccolo Gionatan non ce l’ha fatta.
Mi tornano davanti agli occhi le scene dei soccorsi, il sudore sulla fronte dei sanitari, i volti dei genitori, il pianto della zia. Lo sento ancora, frastornante lì tra le mie mura così silenziose.

 

Inizio a pensare a ciò che sarà. A ciò che dovrà vivere la famiglia. Perché mi è successo ancora: so perfettamente come funziona. Atti e procedure. Per noi operatori la routine, finchè non si vivono in prima persona.  Per i familiari tutto è impossibile. Anche una banale firma su un verbale.
E poi casa vuota. Gli oggetti che non hanno più una identità. Le foto. Le ultime parole. L’ultima sgridata. Gli abbracci dei parenti. Degli amici. Di quelli che neppure conosci. Tutto fa bene, tutto fa male.
Continuo a pensare. Pensare.  Cosa poter fare. Come poter aiutare.

 

E continua come un pugnale “Se fossi arrivato un po’prima lo avrei preso”. Un tormento. Nonostante tutto. Sì nonostante tutto, perché tante volte mi sono sentito dire “Chi te lo fa fare?”. Già perché so meglio di chiunque altro come funziona la legge. Si corre sempre. E non si sa mai se si arriva. Dove si arriva. Come si arriva. Ed ogni tanto anche io me lo sono chiesto “Chi me lo fa fare?”. A volte un rischio che dura un istante. Altre volte indagini che durano mesi. In tutti i casi dobbiamo stare attenti. Noi dobbiamo stare attenti, non i delinquenti. Già perché noi potremmo tornare a casa feriti, oppure non tornarci affatto. Ma i delinquenti, attenzione a non fargli male. Attenzione che le manette non siano troppo strette. Attenzione che non si facciano male da soli. Perché poi ti portano in tribunale e nei guai ci finisci tu. E per loro l’avvocato è gratis, mentre tu te lo devi pagare. Se invece ti va bene, tu passi giorni a scrivere, a riempire scartoffie. Burocrazia. E mentre tu sei ancora lì che scrivi, in straordinario, e hai perso la cena con gli amici, o la serata con la fidanzata, o il pranzo dai parenti. E ti tocca anche giustificarti per non esserci. Loro sono già fuori.
E allora chi te lo fa fare?
Semplicemente la coscienza. Il credere in ciò che fai. Quel grazie, vero e sincero, che sa tanto di buono, che viene dal cuore di chi hai aiutato e che dà un senso a tutto.
Mi metto a pensare a come poter rendermi utile, qualche idea mi viene. Ed inizio a lavorarci su.
Tanto non si dorme. Neanche stanotte.”

 


Flavio Vichi
 


 

Una toccante testimonianza di chi si è trovato sul posto col bimbo ancora nell'ambulanza mentre i sanitari tentavano di rianimarlo. (ASAPS)

 

 

 

 

Venerdì, 27 Giugno 2014
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