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Articoli 19/07/2013

Oltre la Linea Rossa (del Senso del Dovere)
Una profonda riflessione sul senso del dovere e sull'ormai irreversibile disprezzo per la divisa

di Francesco Forasassi*
I due uomoni arrestati per l'aggressione ai due agenti di Polizia sulla Mattinata-Vieste

> Poliziotti pestati a sangue sulla Mattinata-Vieste: automobilisti sotto shock, due arresti


 

Basta una rapida scorsa alla nuda cronaca dei fatti, per rimanere già impressionati al punto giusto da questa esplosione di violenza, l’ennesima innescata da quello che ha tutta l'apparenza di un banale diverbio stradale, malauguratamente degenerato.
Scendendo però nel dettaglio delle circostanze e, soprattutto, scorrendo attentamente l'entità e la qualità delle lesioni riportate dai due operatori di polizia rimasti feriti, l'impressione iniziale si acuisce fino ad assumere i contorni dello sconcerto.
Sconcerto si, ma non sorpresa.

 

I diverbi per questioni di circolazione sono talmente frequenti da essere oramai parte integrante del malcostume stradale quotidiano, già ricco della più variegata panoramica di comportamenti sgradevoli e maleducati.
Fin qui, possiamo dare la colpa alla degenerazione - anzi, alla decomposizione, oramai - dei valori sociali di rispetto e buona educazione intersoggettiva, desueti a tal punto da suonare anacronistici anche a chi scrive.
Fin qui, l'amara considerazione sul progressivo degradamento socio-culturale dei rapporti tra gli utenti della strada.
Ammesso che la causa scatenante dell'intervento del primo operatore sulla scena sia effettivamente riconducibile ad un diverbio stradale, degenerato in lite violenta tra due gruppi di contendenti - i due soggetti raffigurati nelle immagini di stampa e gli occupanti di un altro veicolo - il diverbio in questione non può più essere liquidato come banale accesso di malcostume.

 

Sulla strada, un diverbio per motivi di viabilità può divenire l'innesco per materie altamente infiammabili, facendo precipitare all’istante la situazione verso un contesto classificabile nel più ampio fenomeno della "violenza stradale".
Con questa espressione, in un numero sempre crescente di paesi viene rubricata una vasta serie di comportamenti "stradali" che, muovendo dalla maleducazione e dal malcostume, sfociano apertamente in azioni di violenza deliberata, con picchi di ferocia estrema.

 

Tutto inizia dal molto piccolo, recita la battuta di un film piuttosto famoso, nel suo genere.
Semplici regole del vivere civile, trascurate perchè i valori non sono oramai più di moda, che generano mostri.
Si, perchè se la ricostruzione giornalistica dei fatti accaduti viene assunta come veritiera, allora è proprio di mostri che stiamo parlando, nel senso letterale del termine.
Mostri di inaudita ferocia.
Il lobo di un orecchio strappato a morsi.
Come in un combattimento tra cani.
Liberi dal servizio, mentre sono in viaggio con le rispettive famiglie (mogli, figli) due poliziotti intervengono per sedare una lite degenerata in aperta violenza; si qualificano e, per tutta risposta, vengono aggrediti a loro volta e selvaggiamente picchiati da due soggetti.
Aggrediti, picchiati con ferocia e feriti gravemente, davanti agli occhi di mogli e figli.
Senza pietà.
E' persino difficile  immaginare lo shock che possano aver provato i familiari - i figli, in primo luogo - dei due operatori rimasti coinvolti in questo episodio di pura barbarie.
Assisti ad una scena davanti alla quale è la tua professione, il tuo mestiere, che ti chiama ad intervenire.
E' qualcosa di istintivo, anche se sei fuori servizio, anche se sei in auto con la tua famiglia e stai andando in vacanza; fa parte del tuo lavoro intervenire in determinate situazioni e non ci pensi troppo su.

 

D'altronde, non c'è nemmeno molto a cui pensare, in fin dei conti: scendi dalla macchina, metti mano al tesserino di riconoscimento, ti qualifichi - Fermi, Polizia, basta così, smettetela - ed il gioco è fatto.
E' soltanto una banale lite stradale che sta degenerando ed anche se sei da solo ad intervenire, i contendenti si calmeranno e tutto rientrerà nei ranghi della normalità, per effetto naturale della funzione rivestita, dell'Ufficio in quanto tale.
Non c'è operatore di polizia degno di questo nome che non sentirebbe l'istinto ad intervenire in momento del genere e che non penserebbe di poter disinnescare una situazione potenzialmente pericolosa, soprattutto quando sembra necessario così poco per evitare guai peggiori; basta qualificarsi e quell'intimazione, quel Fermi, Polizia!,  quelle due parole in cui si concentra tutta la valenza sociale della funzione di forza pubblica, sono la formula solenne che sancisce il manifestarsi dell’Autorità.

 

Quelle due parole sono capaci di riportare pace ed ordine nel momento più acuto del conflitto tra i consociati, poiché sono finalizzate ad impedire che una situazione degeneri e venga portata a conseguenze ulteriori.
E’ per questa finalità che viene attribuito il potere autoritativo alla funzione di polizia, ed i consociati sono obbligati dalla norma giuridica ad ottemperare all’ordine della forza pubblica, con effetto cogente.
Ne consegue che i consociati stessi, consapevoli dell’obbligo di soggiacere all’ordine dell’Autorità e consapevoli in egual misura della coercizione che si accompagnerebbe al rifiuto ad adempiere, si determinano liberamente ad ottemperare o meno a seconda del personale grado di devianza dalle regole vigenti.
Chiaramente, il sistema di regole si fonda sul rispetto della quasi totalità dei consociati, ritenendosi il ricorso alla sanzione – munita dello strumento coercitivo -  come alternativa residuale necessaria per la minoranza di soggetti che, saltuariamente o regolarmente,  a livello dilettantistico o professionale, scelgono liberamente di non attenersi alle regole, ben consapevoli che potranno essere assoggettati alle conseguenze prevista dall’ordinamento.

 

La scelta se conformarsi o meno alle norme è assunta secondo coscienza, ma tutto il sistema poggia sul pilastro dell’ottemperanza, come regola generale, poiché si assume il rispetto da parte di tutti e la violazione da parte di pochi.
L’ottemperanza secondo coscienza viene comunque assistita dal potere “persuasivo” che accompagna il manifestarsi dell’Autorità, un potere che non deve nascere – all’interno di un paese fondato sul principio di legalità – dalla paura indotta nei consociati, ma dalla consapevolezza che ad ogni violazione corrisponderà la certezza della sanzione.
L’entità o misura di una sanzione di per sé certa, vede ulteriormente rafforzato il proprio potere persuasivo in misura direttamente proporzionale alla pesantezza delle conseguenze afflittive sui consociati inottemperanti.
Ecco, il nodo è proprio qui: in un paese che non riesce a prevedere e punire con norma certa l’insulto ad un pubblico ufficiale, il potere persuasivo – e deflattivo rispetto al ricorso alla forza - dell’Autorità viene gravemente pregiudicato.
Al punto di scatenare addirittura una reazione opposta di incontrollata violenza, nella quale si condensa tutto il malanimo che i soggetti devianti coltivano nei confronti delle regole e di coloro che sono chiamati a farle rispettare.
Parliamo di malanimo, ma forse sarebbe più adeguato parlare di odio.
Perché soltanto l’odio può scatenare una violenza tanto più feroce quanto più sostenuta dai motivi più futili.

 

Gli operatori di polizia devono porsi davanti al problema della perdita del potere persuasivo legato all’Autorità, alla funzione pubblica dagli stessi rivestita ed impersonata.
Intorno al Senso del Dovere, non si può continuare ad ignorare il confine segnato dalla linea rossa della “sostenibilità” di un intervento, soprattutto quando si confida soltanto nel potere autoritativo di una divisa o di un distintivo, nient’altro.
Oggi, prima di intervenire, occorre tener presente che l’apparizione sulla scena di un operatore di polizia può palesare un bersaglio d’elezione per sentimenti di ostilità precostituita, cresciuti sul terreno di coltura della scarsa tolleranza – se non del rifiuto - al sistema delle regole ed ingigantiti dalla molle incertezza di un sistema giuridico capace di trovare la massima rigidezza soltanto quando si tratti di punire i pubblici ufficiali che abbiano, a torto o a ragione, fatto ricorso alla forza per imporre l’Autorità delle leggi dello Stato.

 

Una distorta interpretazione della democraticità di un paese vede nella forza pubblica un male necessario, da confinare in uno spazio rigidamente prefissato e contenere in misura sempre crescente, via via che si indeboliscono i principi di rispetto delle regole e di civile convivenza tra i consociati.
Si giunge al punto di tollerare l’ingiuria, lo scherno e l’insulto alla divisa rubricandole alla voce “malcostume prodotto dal progressivo degradarsi dell’educazione e della civiltà dei comportamenti a livello generale nella società”, se non quando vengono apertamente accettate in virtù della libertà di manifestazione del dissenso contro le ingiustizie economico-sociali dell’universo – notoriamente impersonate dai poliziotti.
Tutto nasce dal molto piccolo, non dimentichiamolo.
Oggi, prima di intervenire, bisogna porsi delle domande, anzi, una domanda soltanto:
che cosa mi accadrà se sarò costretto ad usare la forza per difendermi, nel caso in cui la mia divisa, il mio distintivo, il mio potere autoritativo non persuadano più nessuno ad ottemperare ad un’intimazione?
Oggi, prima di intervenire, si deve necessariamente valutare se si disponga dei mezzi e delle risorse necessarie a fronteggiare la più bieca e feroce esplosione di violenza che sia possibile immaginare.

 

Occorre valutare – e valutare molto bene – se sia possibile, nell’ipotesi peggiore, ricorrere ad una forza legittimamente applicata con la più rigorosa trasparenza nelle cause di giustificazione, ben consapevoli che la fascia di tolleranza è pressoché inesistente, per coloro che indossano una divisa.
Quando si naviga nelle acque infide e brumose della resistenza a pubblico ufficiale, è sufficiente una leggera ecchimosi su di un polso, provocata dalle manette, per scatenare vicende giudiziarie che vedono operatori di polizia trascorrere anni sul banco degli imputati, prima di veder dimostrata – con grande fatica – la legittimità del ricorso alla coazione fisica,.
La stessa ecchimosi è sufficiente a riempire le pagine dei quotidiani ed a colmare le piazze di paladini delle libertà costituzionalmente garantite, mobilitati contro forze di polizia capaci di aberrazioni tanto violente da far impallidire i peggiori regimi dittatoriali del mondo.
Oscurata dietro ad una simile cortina di ostilità precostituita, la notizia dell’orecchio staccato a morsi ad un poliziotto – intervenuto fuori servizio per sedare una lite - non fa davvero notizia per nessuno, anzi.
La non-notizia si trasforma così nell’invito strillato per tutti gli altri operatori di polizia:
voltatevi dall’altra parte, la prossima volta.
Se invece di subire i pugni, i calci ed i morsi, gli operatori coinvolti nel terribile episodio accaduto sulla Mattinata-Vieste, un sabato pomeriggio di luglio, si fossero difesi in modo proporzionale all’offesa, con ogni probabilità staremmo parlando di due rei acclarati, imputati in annosi processi, dipinti con ognuna delle cinquanta sfumature della “violenza di polizia”.
Voltatevi dall’altra parte, la prossima volta.  
Ancora meno dubbi abbiamo sulle mille ed una attenuanti che sosterranno la levità della mano del giudice nei confronti dei soggetti che hanno picchiato senza pietà i due poliziotti.
Non vi è da sperare in pene esemplari, mettiamoci l’animo in pace.
Ma non voltiamoci dall’altra parte, la prossima volta, questo no.
Il Senso del Dovere è un albero che non inaridisce, purtroppo, poichè viene bagnato dal sangue di tutti coloro che lo versano in servizio e fuori servizio.
Riflettiamo un attimo, però, prima di lanciarsi alla risoluzione di eventi che sulle prime possono anche apparire banali; soprattutto, ponderiamo bene la reale portata dell’effetto persuasivo di un’Autorità che viene sminuita in tutti i modi ogni giorno che passa, tanto dal potere politico quanto da quello giudiziario.
Se l’intervento tempestivo di quei due poliziotti – fuori servizio, diretti verso la meta delle vacanze con le rispettive famiglie, ricordiamolo – sia poi servito a deviare verso di loro la violenza scatenata dagli aggressori contro le vittime inizialmente designate – sottraendole, magari, alle conseguenze fisiche e psichiche poi concretizzatesi - questo non è aspetto che interessi a nessuno. 
Per cui, anziché confidare nel legittimo potere di una divisa o di un distintivo, dobbiamo iniziare seriamente a confidare nella capacità di sostenere il possibile/probabile scontro con manifestazioni improvvise di ostilità e violenza sempre più arroganti e sfrenate.
Tutto questo, sempre e comunque quando si cerca soltanto di seguire il Senso del Dovere.
Ovvero, quando non si reprime a forza quell’istinto ad agire per servire e per proteggere che, del tutto inspiegabilmente, non è ancora stato definitivamente soffocato dall’indifferenza apatica che dilaga ormai in tutti gli strati sociali.
Non voltiamoci dall’altra parte, ma non continuiamo ad ignorare il rosso vivo di quella linea di attenzione che non dobbiamo oltrepassare.
E’ rossa del sangue delle divise.
 

 

*Ispettore Polizia Municipale di Firenze
Istruttore Area S.A.F.E.

 

Venerdì, 19 Luglio 2013
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