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Articoli 04/10/2010

La protezione che non c’è e il Diritto alla Vita

 

Un salto nel buio

Premessa

Come avevamo annunciato nello scorso numero della nostra rivista, prosegue l’inchiesta che cerca di prendere in esame tutti i rischi in autostrada. Siamo dunque ai viadotti, a quelli senza reti, a quelli dei morti più evitabili. Si era parlato, a proposito del contromano, di un’ emergenza distruttiva e devastante, di scenario quasi da fiction, con rottami e detriti dappertutto, di vite stroncate nel dramma di un incidente. Si era parlato di “psicologia del contromano”, tentando di trovare una ragione, un motivo. Di recente due giovani fidanzati sono precipitati da un ponte, mentre saltavano appesi all’elastico del popolare “jumping”. Il moschettone non ha retto, ed ecco lo scandalo. Telegiornali e quotidiani, interrogazioni dei politici, inchieste della Magistratura. Morti assurde, si è detto. Assurdo morire così, perché quello non è uno sport. Forse i critici hanno la memoria corta? È forse utile scalare una montagna, o lanciarsi da un aereo con il paracadute, o sfidarsi a 300 all’ora su auto e moto in pista? E’ utile prendersi a pugni sul quadrato o sfidare l’oceano in immersioni o traversate solitarie? E’ semplicemente la vita, la tradizione, la reminescenza mitologica di Dedalo e Icaro, la necessità di misurarsi con tutto e con tutti. E giù con le polemiche, mentre l’ascoltatore interessato riflette dentro di sé che lui, di sicuro, non morirà così, perché mica gli frulla in testa l’idea di andare a lanciarsi da un ponte, con un elastico ai piedi. Forse in pochi si ricordano che in 11 anni ben 19 persone, tutte giovanissime, sono morte volando da un viadotto, non solo autostradale, mentre cercavano non il brivido di un’emozione adrenalinica, ma la salvezza. Erano usciti indenni da un incidente, o stavano tentando di soccorrere qualcuno o magari erano semplicemente rimasti senza benzina. Erano soli, in mezzo all’inferno della carreggiata, dove solo quando sei fermo e vedi gli altri che ti arrivano addosso comprendi l’incoscienza di chi guida. Soli, in una strada familiare solo dalla corsia di emergenza a quella di sorpasso. Mica sai se sei su un viadotto. Non ci pensi, o non te lo ricordi. Cerchi di salvarti, ma ti condanni. Meditate gente, provate solo a pensare il terrore di uscire da un’auto accartocciata, mentre il vapore del liquido di raffreddamento si incolonna come il fumo di un incendio, e allora ripensi ai film e vedi le auto che scoppiano, oppure vedi un autotreno che ti viene addosso. Come fai a riflettere, ad essere lucido? Magari hai sbattuto la testa, pensi solo a salvarti, e corri, salti. E allora il terrore si mescola allo stupore, perché sotto i tuoi piedi non hai la terra. E’ indegno, di una società civile, permettere che i suoi figli possano morire così. Non è per fare la solita polemica; solo per puntualizzare che non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere e peggior sordo di chi non vuole sentire. Per noi, semplicemente assurdo.


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La protezione che non c’è e il Diritto alla Vita
Di Lorenzo Borselli*

Abbiamo sempre iniziato i nostri articoli e le nostre ricerche tentando di attirare l’attenzione del lettore, di suscitare emozioni, di far rivivere nell’operatore di polizia le sensazioni provate in circostanze analoghe a quelle che stavamo analizzando. Stavolta non possiamo, perché l’argomento è di quelli che scottano, di quelli che pesano in virtù della loro semplicità di risoluzione: in fondo basta mettere una rete. La legge prevede protezioni di 150 centimetri, l’altezza di un new jersey. E qui casca il primo fondamento tecnico alla base della normativa: un metro e mezzo è poco, lo si scavalca con un salto. Ecco perché a cadere nel vuoto sono soprattutto i giovani, coloro cioè che una simile altezza la superano con un balzo. Nel corso degli ultimi undici anni si ha notizia di ben 19 persone[1] cadute nello strapiombo di un viadotto, restando uccise. A queste si devono aggiungere quelle che hanno riportato lesioni, quasi sempre permanenti, o quelle fortunate che hanno scavalcato un muretto oltre il quale c’era il più classico pendio erboso. A loro la fortuna è stata amica, ed hanno assistito alle carambole di chi cercava di evitare i veicoli incidentati al sicuro, magari osservando stupito la tipologia dei rifiuti gettati dalle auto in corsa. Una bella differenza di trattamento, viene da pensare, riserva a volte il destino. Perché questo è: destino. Ma il destino, quando non riguarda una patologia medica incurabile, può e deve essere combattuto, cambiato. Parleremo per questo della storia di Diego Cianti, il giovane caduto dal Quercia-Setta, viadotto appenninico dell’A/1 e i cui genitori, Sergio ** e Gina, sono divenuti il simbolo di una battaglia di civiltà, tesa a fare in modo che da quella mancanza nella struttura, da quella disattenzione incolpevole e fatale, nascano le basi perché simili episodi non si ripetano. Battaglia aspra, che spesso viene definita disperata, ma che tale non è, anche se la gente continua a precipitare nel vuoto e, spesso, a morire.

Le circostanze: sono le più comuni e per questo le meno etichettabili. E’ possibile però distinguere tra le situazioni immediatamente conseguenti ad un sinistro, e quindi soggette a reazioni emotive particolari, e tra quelle invece da considerare normali, almeno da un punto di vista originario. Il viadotto porta su di sé un tratto di strada, sopraelevandolo, identico per conformazione e caratteristica a quello posato sul suolo. La differenza sta nell’area circostante, quella oltre il classico guard rail, dove quasi sempre c’è il vuoto. Ecco dunque che, spostando lo scenario di una qualsiasi emergenza stradale, dalla gomma forata al sinistro tra più veicoli, si assiste ad un mutamento radicale della medesima situazione.

Il new jersey: quando abbiamo iniziato a raccogliere i dati per questo studio, ci siamo resi conto che in realtà le cifre disponibili non sono affatto attendibili, per difetto. I recenti interventi di posa dei new jersey soprattutto nei tratti di autostrada montani, prima tra tutti l’Autosole, ha permesso di ridurre drasticamente il numero di sinistri con fuoriuscita dei veicoli. Fino a pochi anni fa, infatti, erano decine gli autoveicoli che, dopo aver sbandato in carreggiata, sfondavano il guard rail laterale e precipitavano per trenta, quaranta, a volte settanta metri. Poliziotti, Vigili del Fuoco e Sanitari ricordano quel periodo come la preistoria della sicurezza, nel quale non c’era giorno in cui il rumore delle troncatrici non si mescolasse a quello delle acque dei torrenti montani delle valli sottostanti, mentre le gru piazzate in alto tiravano in strada le carcasse di autotreni e vetture. La carneficina si ripeteva uguale, per anni. Ed anche oggi, se si ha la possibilità di osservare i new jersey posti all’esterno delle curve sui viadotti, si notano decine di urti, di mille colori diversi. Quei veicoli impazziti, una volta, finivano nel vuoto, ed oggi testimoniano, come i ceri nei santuari, una grazia ricevuta. Ma il miracolo non è piovuto dal cielo: è stato sufficiente che qualcuno, un bel giorno, decidesse di togliere le armi al destino, ed ora – paradossalmente – nel vuoto dell’autostrada sopraelevata, si cade solo a piedi, quando l’utente automobilista diventa per forza pedone, utenza debole, disarmata.  

Le storie: è il novembre del 1988, il primo del mese. Vicino a Grottammare, sull’autostrada A-14, uno schianto terribile. Persone intrappolate tra le lamiere, mentre sulla carreggiata opposta sta transitando Mario Porretti. Ferma la macchina in corsia di emergenza e salta lo spartitraffico centrale per andare ad aiutare i malcapitati. Cade nel vuoto e dopo un’ora viene raggiunto da altri soccorritori e trasportato in ospedale, ma le ferite sono troppo gravi, e Mario non ce la fa. Passano tre anni, ed è il 6 dicembre 1991 quando Lorenzo Arpino percorre l’autostrada A-4. Ad un certo punto, con la sua macchina investe il battistrada di un pneumatico scoppiato di un autotreno, sbanda e sbatte contro il guard rail. Esce illeso dall’incidente, e decide di togliere dal centro strada quella carcassa desciappata [2], per impedire che altri possano investirla con conseguenze peggiori, quando ecco sopraggiungere un’altra auto. Scavalca il guard rail per evitare di essere investito e precipita.Oggi suo figlio ha quindici anni. Il 6 febbraio 1994 invece tocca a Stefano Pecchia finire nel vuoto, sempre sulla A-14. Del suo caso non si è riusciti ad avere notizie precise, mentre dettagliata ci è giunta la storia di Diego Cianti. È il settembre 1998 e Diego, insieme ad alcuni suoi amici, parte da Campi Bisenzio alla volta di Monaco, per il tradizionale appuntamento con l’Oktober Fest. Ma l’appennino è in agguato e dopo un incidente dal quale tutti escono praticamente illesi, c’è da mettersi in salvo, perché le auto in autostrada arrivano velocissime, e di notte non ti vedono nemmeno. Diego resta vicino all’auto, forse per recuperare il cellulare e chiamare i soccorsi, mentre i suoi compagni di viaggio vanno a mettere il triangolo per segnalare l’ostacolo agli atri veicoli in arrivo. Quando tornano non lo trovano più. Tocca ad un agente della sottosezione di Pian del Voglio capire, illuminare il buio sotto la strada e intravedere Diego esanime. Passano pochi mesi e il 23 gennaio 1999 tocca a Luigi Tramontini soccombere. Al volante della sua auto stava per varcare il confine con l’Austria, sulla A-23. Resta senza benzina e percorre a piedi un chilometro per raggiungere l’area di servizio e mettere qualche litro di carburante nella tanica. Attraversa l’autostrada col sottopasso e qualcuno gli offre un passaggio fino al punto in cui ha lasciato la sua macchina, in sosta però dall’altra parte della carreggiata. Scena vista e rivista da chi in autostrada lavora: scende dall’auto e attraversa il guard rail centrale. Sotto, un salto di 15 metri. Si accorge di lui una pattuglia, che aveva notato l’auto ferma, il giorno successivo. Lascia la moglie e due figli. Ora i dati diventano completi, perché i media cominciano ad interessarsi di queste morti assurde, estranee alla realtà oggettiva della sicurezza stradale. È un po’ come parlare di gente che cadono su gradini di scalinate sprovviste di pellicole antiscivolo o di gente che fugge da un cinema in fiamme e che trova l’uscita di sicurezza sbarrata da un’auto in sosta. Morti assurde, è vero, ma che pesano tanto, perché alla loro origine ci sono negligenze e muri di gomma. Alla fine dello stesso anno, il 21 dicembre 1999 è un soccorritore a cadere nel vuoto. Un angelo, di nome Filippo Bestini, che di mestiere faceva il Vigile del Fuoco, che nel tratto aretino della famigerata E-45 era intervenuto con i suoi colleghi su un incidente stradale tra mezzi pesanti, in una notte terribile. È stato trovato ancora vivo 35 metri sotto il viadotto, ma quando è arrivato in ospedale non c’era più niente da fare, era già morto. Il 7 agosto 2000 muoiono due amici: si chiamano Marco Vestrini e Marco Vittori, che viaggiavano tra Terne ed Orte a bordo di un’Audi A3. L’auto sbanda e sbatte, come nel più classico canovaccio di queste tragedie. Ne escono illesi, ma una prima auto finisce addosso alla loro. Arriva il panico, e come dalla curva sbuca un’altra vettura i due saltano per mettersi in salvo, trovano la morte. Il 27 novembre 2001 è la volta di una giovane mamma, moglie di un collega. La loro auto percorre il tratto appenninico della A-1, a Barberino del Mugello. Un incidente dal quale escono illesi e il primo pensiero è per il piccolo Riccardo. Ilaria Chini, questo il nome della donna, scavalca il new jersey laterale e sparisce nel buio, per sempre. Giorni vicini, ma la cadenza degli eventi è impressionante. Il 1 febbraio 2002 muore Antonello Gimbasso, giù da un viadotto dell’appennino, e dieci giorni dopo, l’11 febbraio un giovane militare di leva, Emanuele Cicchetti precipita ad Arezzo, sempre in autostrada, dopo essere uscito indenne dall’incidente nel tentativo di salvarsi dalla serie di tamponamenti successiva. Emanuele si accorge all’ultimo momento che sotto c’è il vuoto, si aggrappa alla sbarra, ma la presa non tiene.

Il diritto alla vita: è anche il diritto di salvarsi. Sembra un gioco macabro, di un gatto che si diverte a veder atterrito il topolino, che quando crede di essere salvo trova la zampata fatale. Nelle tragedie dei tunnel, in quelle dei normali incidenti stradali, dobbiamo spesso fare i conti con tecnologia, con scelte politiche, spesso con valutazioni – giuste o sbagliate – in ordine alle soluzioni da prendere. In questo caso però ci sembra che di soluzioni non ce ne sia che una. Ogni ente proprietario o concessionario della strada, non può difendersi semplicemente dicendo “la legge prevede che… e noi siamo in regola”. È un fatto che a seguito di un evento traumatico come un incidente stradale, ognuno reagisca in maniera diversa. C’è che si mette a vagare, perché lo choc è stato terribile, che invece mantiene la freddezza e ragiona. In ogni caso c’è una fase di dissociazione mentale, perché non c’è la consapevolezza piena di dove si è (intendendo in questo caso a terra o sospesi in aria su un ponte), anche se si è in grado di capire tutto con lucidità. Ecco che una scelta spesso improvvisa, presa per forza nel tentativo magari di salvarsi da un pericolo evolvente e causato dall’evento all’origine della situazione, potrebbe comportare la decisione di abbandonare la sede stradale, finendo nel vuoto. I colleghi di Arezzo piangono un collega, caduto nel vuoto durante un intervento, mentre innumerevoli sono le storie di medici e infermieri caduti nel vuoto mentre tentavano di portare soccorso. Tutti questi nomi non figurano in quella lista che abbiamo proposto prima, ma la prima regola che un pattugliante autostradale impara, è quella di trovare subito una via di fuga e solo dopo averla memorizzata, iniziare a lavorare. Vorremmo sfoggiare la nostra competenza ipotizzando soluzioni e suggerendo innovazioni tecniche, ma dobbiamo limitarci ad un solo imperativo.

Mettete la rete!: è una battaglia di civiltà, quella intrapresa dai genitori di Diego Cianti. Una battaglia che non è persa in partenza, come tante altre di cui parliamo spesso, ma è sicuramente una lotta dura. La stessa Società Autostrade parla di 1200 miliardi delle vecchie lire stanziati per la messa in sicurezza degli standard autostradali. La tragicità della questione, questo lo dobbiamo dire, sta anche nella risposta data a Sergio Cianti dai vertici di una società [3], la quale ha risposto che è in atto la posa di parapetti del tipo new jersey con corrimani posti ad altezze superiori 150 cm, aggiungendo che in autostrada è vietato il transito dei pedoni. Il fatto è che dopo un incidente gli utenti devono per forza scendere dall’auto, e la possibilità che un evento infortunistico accada proprio su un viadotto è piuttosto alta, se si considera che i ponti sono spesso nei tratti più critici delle autostrade e che solo la società più grande ne conta tra le proprie pertinenze circa 1500, per un totale di 195 chilometri. Sappiamo che le reti costano, ma che prezzo ha la vita?

(*) lorenzoborselli@katamail.com
(**) sergiocianti@unaretepernonmorire.org


[1] Il dato non è purtroppo da considerare attendibile, in quanto manca un censimento generale su questa fattispecie, che a fatica possiamo definire infortunistica.
[2] E’ il modo gergale con cui i tecnici definiscono il battistrada del pneumatico quando si stacca intero dal corpo dello stesso. Il desciappamento è comune soprattutto tra i pneumatici dei veicoli pesanti, spesso ricostruiti. 
[3] Tale materiale informativo è stato acquisito presso il sito internet www.unaretepernonmorire.org, in cui è possibile ripercorrere tutte le tappe della battaglia di Sergio Cianti e dove si leggono alcune tra le storie terribili che l’hanno originata, tra cui quella della morte di suo figlio Diego  

 

 

 




di Lorenzo Borselli

Lunedì, 04 Ottobre 2010
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