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Notizie brevi 17/09/2011

Rifiutata la grazia a Renato Vallanzasca

L’assassino, condannato a 4 ergastoli, l’aveva richiesta 2 anni fa

Foto dalla rete


(ASAPS) MILANO, 21 settembre 2007 – Il presidente della Repubblica ha detto “no” e noi ne siamo lieti. Di più, siamo felici. Renato Vallazasca, il sanguinario killer della Comasina, resterà in carcere a scontare i suoi 4 ergastoli (e rotti). Confessiamo di aver vissuto con apprensione i tempi di questa decisione: l’assassino ha cercato in tutti i modi di ottenere la pietà di chi doveva sottoscrivere il provvedimento, dicendosi “cambiato” – ma mai pentito, lo sottolineiamo – reclamando il diritto di poter tornare ad una vita normale. Il fatto è che lui, una vita normale, non potrà più averla. Si è strappato da solo quel diritto, quando ha premuto e ripremuto i grilletti delle sue pistole, quando ha sfoderato le sue lame, quando ha deciso che una vita non meritava la sua clemenza. Clemenza che ora chiede. Clemenza che non gli arriva. Resti ad Opera, a fare carcere duro, come ha fatto negli ultimi anni: precisiamo che non sono 37, come dicono i giornali, come dicono le fonti informate. Eh no, perché il 2 febbraio 1977, quindi 30 anni fa (e non 37), uccise due dei nostri a Dalmine. Uccise il maresciallo Luigi D’Andrea e l’appuntato Renato Barborini, dandosi poi alla fuga. Non ci sembra nemmeno il caso di ricostruire la brillante carriera da assassino per corredare la notizia. Ci limitiamo a riportare le dichiarazioni che ebbe il coraggio di pronunciare all’atto di presentare la domanda. “Io non ho mai fatto il pentito - disse in occasione della presentazione della domanda - però mi sento sicuramente cambiato. Non sono mai stato un brigatista. Con il mio codice deontologico sono a posto. Ho presentato la grazia perché lo dovevo a mia madre e alla mia compagna. Qui in carcere è un carnaio: queste nuove carceri sono strutturate più per distruggere la personalità di un recluso che non per insegnargli a vivere in società”. Questa notte, dopo aver saputo, Gabriella Vitali D'Andrea, moglie della nostra medaglia d’Oro, ha dormito serena. Per la prima volta dopo 30 anni, ha pensato che almeno quella notte, l’assassino di suo marito non sarebbe uscito. (ASAPS)





Milano

Sabato, 17 Settembre 2011
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