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Articoli 12/07/2007

Gran Bretagna, la Corte Europea boccia un ricorso all’italiana contro gli autovelox

“Costringere i cittadini ad autoaccusarsi, costituisce violazione dei diritti umani”, dicono i ricorrenti, ma da Strasburgo i giudici sono categorici: “no!”

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(ASAPS) LONDRA, 12 luglio 2007 – Forse, l’eco di migliaia di ricorsi presentati e vinti in Italia contro gli accertamenti “da remoto” (ma non solo quelli) delle violazioni al codice della strada, è arrivata anche in Gran Bretagna, patria della privacy. A Londra, nelle principali città del paese, in ogni autostrada, la telecamera della polizia vigila sul traffico ed ogni infrazione viene immediatamente avviata alla verbalizzazione.
I risultati non si sono fatti attendere: la Gran Bretagna ha già centrato l’obiettivo dell’UE di dimezzare la mortalità entro il 2010.
Tuttavia, la linea della fermezza ha provocato la nascita di un movimento di oppositori, probabilmente tutti sanzionati dal Grande Fratello britannico, che per evitare l’applicazione di sanzioni penali, economiche ed accessorie, le ha provate di tutte.
L’ultima iniziativa è stata adottata da due automobilisti inglesi, Idris Francis e Gerald O’Halloran, i quali hanno presentato una causa alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo (ECHR) contro il governo di Sua Maestà, nella quale hanno cercato di dimostrare che il principio giuridico su cui si fonda l’applicazione della pena (sia essa di carattere penale o amministrativo, in relazione alla gravità), susseguente all’accertamento remoto, costituirebbe nientemeno che una violazione palese dei diritti umani.
“Accidenti!”, viene da pensare: stavolta gli inglesi l’hanno fatta proprio grossa!
Poi, andando avanti con la lettura, si scopre che la violazione dei diritti umani, non è legata all’estrema durezza della pena, alla certezza che ogni singolo minuto del periodo di reclusione stabilito dal giudice sarà espiato e che ogni penny delle multe previste dal codice, dovrà essere versato: la questione è di tutt’altro genere.
Secondo i due ricorrenti, il governo di Sua Maestà costringerebbe gli utenti della strada ad incriminarsi da soli, ogni volta che la polizia pretende di conoscere le generalità di chi si trovasse alla guida di un veicolo per il quale esiste la prova scientifica di una violazione: insomma, un’aperta violazione dei diritti umani e del diritto al silenzio, “consolidato nella giurisprudenza da secoli”. Secondo Idris Francis e Gerald O’Halloran, i conducenti fotografati dai radar, “…dovrebbero poter rifiutare di rivelare il nome di chi era al volante”.
I giudici dell’European Court of Human Right, un po’ ci hanno pensato, e poi hanno cassato senza appello il ricorso, respingendo in blocco le argomentazioni dei ricorrenti, con la quasi unanimità del collegio (15 su 17).
Pochi giorni fa, la trasmissione scientifica “Il mondo di Quark”, aveva mandato in onda un documentario per illustrare la strategia operativa della Gran Bretagna, grazie alla quale la letalità è stata dimezzata nel giro di pochi anni: tante, tantissime telecamere, tolleranza zero, sanzioni pesanti e certezza delle pene.
Questo per quanto riguarda la repressione.
Sul fronte della prevenzione, centinaia di campagne di sensibilizzazione e dispositivi elettronici ben segnalati, praticamente ovunque, per smorzare le velleità velocistiche o comunque trasgressive dei conducenti. “Prevedere l’obbligo generico della contestazione immediata come avviene in Italia – ha detto un ufficiale della polizia stradale inglese durante la trasmissione di Piero Angela – vanificherebbe il nostro lavoro, che è invece incentrato sulla certezza di essere beccati ogni volta che si infrange il codice”.
Ad aver vinto, a Strasburgo, è un modello di sicurezza stradale che molti stati (non certo il nostro, al quale la sicurezza sulle strade sembra importare pochissimo) ambiscono a copiare.
La Corte – si legge nel comunicato ufficiale dell’ECHR – non ha accettato l’argomentazione dei ricorrenti secondo cui il diritto a restare in silenzio e il diritto a non incriminare se stessi sono diritti assoluti. Da chi sceglie di possedere e di guidare automobili, ci si può aspettare che accetti certe responsabilità e certi obblighi”.
Una dei due ricorrenti, Idris Francis,  ha risposto che la decisione dei giudici rappresenta “…un giorno nero per la giustizia e la libertà…”.
Mentre la signora velocista si lecca le ferite, e dà una risposta poco inglese (sorry), vorremmo ricordarle che ogni giorno, in Europa, muoiono circa 110 persone. È ognuno di questi giorni, ad essere nero per l’umanità, altro che… (ASAPS)


© asaps.it

Di Lorenzo Borselli

Giovedì, 12 Luglio 2007
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