Domenica 25 Ottobre 2020
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Rassegna stampa Alcol e guida dell’15 maggio 2007

A cura di Alessendro Sbarbada e Roberto Argenta

 

L’ADIGE
Festa analcolica a Levico, un successo

LEVICO - C’era un centinaio di giovani già nel primo pomeriggio alla seconda festa analcolica presso il Bar Biliardi di Levico. Organizzata dall’assessore alle politiche sociali Arturo Benedetti, dal delegato alle politiche giovanili, Tommaso Acler e dal Centro Aperto di Levico la festa è andata avanti fino alle 22. Occasione che già lo scorso anno aveva raggruppato diversi ragazzi attorno a della musica dal vivo senza il bisogno di bere alcolici. Una anticipazione della tre giorni «Liberi da?Liberi di?» che si svolgerà a Pergine nel prossimo fine settimana sugli stili di vita giovanili e dove il Comune di Levico e il Centro Aperto hanno lavorato in rete con il Coordinamento alcol e guida.


L’ADIGE

Tre giorni di festa per i giovani da giovedì nelle vie e nei bar

Svago e cultura, ma senza alcol

PERGINE - «Giovani in festa. Liberi di.. Liberi da?: tre giorni per riflettere sugli stili di vita giovanili», partirà giovedì 17 maggio per le strade del centro storico di Pergine, nei bar e in discoteca. Lo hanno presentato Davide Montanaro, Rossella Nisco, Silvia Lenzi, Paola Rampelotto, Federica Scarpetta, Alice Trentin, Marta Comin e Deborah Moschen. Sono i «peer leader», i ragazzi del Marie Curie impegnati nella preparazione di un convegno che proporranno a tutti gli alunni dell’Istituto superiore venerdì 18. I ragazzi hanno ricordato i vari componenti della rete creata dal Coordinamento alcol e guida della Valsugana: i Comuni (quello di Pergine capofila quest’anno, nel 2008 sarà Levico, lo scorso anno fu Baselga di Piné), le scuole (Marie Curie, Pergine I e II, Alberghiero di Levico, Barelli), il Comprensorio C4 (finanziatore, con il Curie e il Comune di Pergine che ha raddoppiato il finanziamento grazie alla Provincia), i centri giovanili (Pergine, Levico e Baselga) e il Centro di alcologia, che ha fatto da collante e ha formato i ragazzi «peer leader» e gli insegnanti che li hanno seguiti. «Negli ultimi due decenni la pressione psicologica e di marketing esercitata dalle catene industriali per il consumo di bevande alcoliche si è indirizzata prevalentemente sui giovani attraverso messaggi altamente persuasivi. Per questo è fondamentale promuovere iniziative che incitino i giovani ad una scelta consapevole e critica», hanno detto i ragazzi. E la scelta del Coordinamento è stata di far passare attraverso loro i messaggi, nel linguaggio proprio dei coetanei, cercando di creare un circolo virtuoso che ha coinvolto il territorio. Si partirà dunque giovedì sera con la serata no-alcol in discoteca, al Paradisi N°1. Venerdì mattina circa 600 giovani assisteranno al convegno preparato dai «peer leader» al Teatro don Bosco. Il pomeriggio di venerdì sarà il centro dell’iniziativa: i centri giovani hanno coinvolto varie associazioni che presenteranno le loro attività, alternative al bar, forme di divertimento e cultura «sane». Alcuni negozi esporranno i lavori dei ragazzi dei due istituti comprensivi: tavole a tema realizzate pensando alla cultura libera dal consumismo e dalle droghe. Alla sera musica dal vivo in piazza Municipio fino a notte. I gestori dei bar del centro si sono impegnati a non vendere alcolici. Sabato mattina i ragazzi delle classi terza e quarta assisteranno, sempre al don Bosco, allo spettacolo teatrale «Fughe da Fermi», una produzione della Comunità di San Patrignano.


TRENTINO

Vini e grappe: un mondo di sapori 

Da giovedì a sabato al Teatro Sociale, espongono 71 produttori 

TRENTO. E’ fissata per giovedì 17 maggio l’inaugurazione della 71ª Mostra dei vini, che si terrà dal 17 al 19 maggio al Teatro Sociale di Trento, dalle 17 alle 22.

 In mostra ben 71 produttori, ma la kermesse che mette in mostra il meglio dell’offerta vitivinicola prevede anche una serie di manifestazioni collaterali. Dopo l’inaugurazione di giovedì, alle ore 18, al Teatro Sociale, da giovedì a sabato 19 maggio saranno vini, spumanti e grappe i protagonisti del centro storico. Gli eventi di cui si compone questa 71.a edizione sono due che si svolgono in due differenti locations: da una parte il Teatro Sociale, dall’altra Palazzo Roccabruna.

 Al Teatro Sociale si terrà la consueta grande degustazione: oltre a quelle dirette con le aziende presenti, cuore dell’evento, il pubblico potrà cimentarsi con molte altre attività inerenti la tematica dei vitigni e dei vini. Per esempio potrà cimentarsi con il Gioco dei Sensi mettendo alla prova le proprie capacità sensoriali, assistere agli incontri della Confraternita della Vite e del Vino, di Slow Food e dell’Istituto Tutela Grappa del Trentino. E ancora: partecipare a “Mangiare e... Trento Doc” così come alle “Anteprime” (un’anticipazione delle manifestazioni del vino dei prossimi mesi) e agli Incontri delle Strade del Vino e dei Sapori del Trentino. L’8ª edizione della Mostra dei Merlot d’Italia, che si svolge dal 26 al 28 ottobre 2007, sarà presentata il 18 maggio, a Palazzo Wolkenstein, alle ore 19.30, mentre il giorno dopo, alle ore 19.30, al Teatro Sociale, sarà la volta della XXª Mostra di Cembra di müller thurgau dell’arco alpino.

 Dalle 17 alle 22 (giovedì a partire dalle 18 circa) il pubblico potrà accedere al Teatro scegliendo ciò che preferisce anche attraverso il catalogo predisposto per l’occasione.

 A Palazzo Roccabruna invece, nei giorni 18 e 19 maggio, dalle 10 alle 20 si terrà “I vini e le grappe del territorio” dove i visitatori, comodamente seduti avranno a disposizione i vini testimonial del territorio per effettuare quelle che in gergo tecnico si chiamano le “degustazioni orizzontali”. Attraverso una lista si potranno scegliere vini (spumanti o grappe) della stessa tipologia e della stessa annata, magari anche dello stesso territorio ma di produttori diversi per metterli a confronto, scoprirne le differenze, apprezzarne le specificità. Info: Palazzo Roccabruna, tel. 0461/887101 www.palazzoroccabruna.it -info@palazzoroccabruna.it .

 Lo stesso centro storico, pavesato di bandierine e di vetrine allestite per l’occasione, parteciperà a questa kermesse, unendo il tragitto che separa il Teatro Sociale da Palazzo Roccabruna, realizzato in collaborazione con il Consorzio Trento Iniziative. Tutta la città di Trento sarà dunque coinvolta in questo evento, che promuove i frutti del lavoro di chi opera a diretto contatto con la terra e che ha l’intenzione di far comprendere ad appassionati e curiosi l’importanza del settore vitivinicolo, mostrando come il Trentino possa vantare - rispetto a tutte le altre regioni italiane - prodotti molto differenziati e anche di elevata qualità. La 71ª Mostra Vini del Trentino è a cura di Trentino Spa, società di marketing territoriale del Trentino.

 Info e prenotazioni: Trentino Spa, Società di Marketing Territoriale, tel. 0461 887132, progettovino@trentino.to , www.trentino.to/mostravini .


IL GIORNALE DI VICENZA

Tra esercizi pubblici e vigili un patto per la vendita controllata nei fine settimana

«Troppo allarmismo sul bere»

I giovani contestano la “repressione” sull’alcol

di Silvia Dal Ceredo

Tolleranza zero sulla distribuzione degli alcolici. È la linea che le forze dell’ordine intendono adottare nei confronti dei bar e della clientela più giovane; scelta seguita al rinvenimento nelle scuole, non si sa come, di alcuni depliant che pubblicizzavano happy hour con alcolici a prezzi stracciati. Ma con l’avvicinarsi dell’estate già si stavano intensificando i contatti tra Comune, forze dell’ordine, Ulss 4 e associazione Commercianti per redigere insieme un codice di autoregolamentazione; contromisure considerate però esagerate dal popolo della notte.

Si tratta del “codice di autoregolamentazione per contenere i disagi ai residenti”, gia adottato lo scorso anno.

Un insieme di precise regole, tra cui l’impossibilità per i clienti di uscire dal locale con bicchieri e bottiglie di vetro dopo le 23.30, il divieto per i gestori di servire alcolici ai minori e a chi è già in palese stato di ebbrezza, oltre che tenere a freno gli schiamazzi, proporre musica a basso volume e assicurare la pulizia nelle aree esterne ai bar.

Le autorità percepiscono dunque il “bere al bar” come un fenomeno diffuso e una tendenza rischiosa, comunicando alla cittadinanza un allarmismo che, spesso, non coincide però con la realtà locale. Almeno sentendo i principali protagonisti delle notti scledensi: i giovani.

«Non mi pare corretto - afferma Michela Pasin - fare di tutta l’erba un fascio, perché in questo modo si rischia di spaventare la popolazione. Mi sembra giustissimo non servire alcolici a chi è gia ubriaco fradicio, ma bisogna distinguere. C’è una bella differenza tra andare al bar con gli amici per qualche aperitivo ed essere patologicamente alcolizzati».

«Un allarmismo del genere sarebbe già più comprensibile nelle grandi città come Padova o Verona - si pone sulla stessa linea Fabio Santacaterina - dove il numero di abitanti è molto superiore e di conseguenza sale anche la percentuale di individui a rischio. Ma qui a Schio non direi proprio».

Giovani additati con troppa facilità anche secondo Maria Chiara Giomo che aggiunge che «la prevenzione è utile, ma bisogna farla nel modo giusto».

Altri ragazzi ritengono inoltre che una strategia di questo genere possa apparire come un elemento limitante per la vita sociale serale e mondana del centro storico, già piuttosto scarsa di proposte.

«Il centro di Schio - dice Flavio Pozzan - non offre molte attrattive per noi giovani e l’unica cosa che rimane sono i bar. Inoltre, spesso capita che se qualche locale propone qualcosa di nuovo e diverso, subito l’iniziativa viene stroncata dalle autorità. In molti casi comunque i problemi non dipendono dai locali e dai loro frequentatori, ma piuttosto dal vicinato che non tollera il minimo rumore».

«Se la percezione della limitazione è così forte - aggiunge Giulia Fioretto - andrà a finire che i giovani aggireranno il centro, preferendo piuttosto organizzare feste private dove fare tutto ciò che più pare e piace. Ma così il problema resterebbe, spostandosi semplicemente dai bar alle case».

«Con l’ostruzionismo - commenta Anna Menti - non si risolvono i problemi. Sarebbe meglio trovare delle alternative invece di limitarsi alla repressione».

E incalza Piero Martinello: «A Schio manca un punto di aggregazione che non sia il classico bar, dove per esempio organizzare concerti o iniziative artistiche. Inoltre sarebbe opportuno sensibilizzare i giovani al “bere bene”, con metodo, per assaporare e non per ubriacarsi, attraverso corsi di degustazione o iniziative culturali con cui verrebbero responsabilizzati più che con la repressione».


ASSOCIAZIONE NAZIONALE CITTA’ DEL VINO

Lettera aperta al Ministro per la Salute

Onorevole Livia Turco

http://www.cittadelvino.it/ctdv/index.bfr

Angoscia e tristezza: sono questi i sentimenti che trovano spazio, purtroppo, alla notizia della tragedia del pullman che si è capovolto provocando la morte di due bambini e il ferimento di altri tra cui alcuni ancora gravi.

E ancor più amarezza si prova nell’apprendere che l’autista avrebbe provocato l’incidente dopo aver bevuto troppo ed aver fumato cannabis.

Alle famiglie colpite esprimo con sincerità vicinanza e cordoglio.

Il fatto di cronaca, come era inevitabile, ha creato molte reazioni rinfocolando il dibattito sul tema dell’uso delle droghe leggere e dell’alcolismo, provocando – come spesso accade in certi drammatici casi – commenti che rischiano di creare nel dibattito equivoci e confusione.

E come presidente dell’Associazione nazionale delle Città del Vino, oltre 550 comuni italiani in rete, non posso non intervenire.

Mi riferisco, in particolare, ad un passaggio dell’intervista rilasciata dal Ministro per la Salute, l’On.

Livia Turco, uscita questa mattina sul quotidiano “la Repubblica”, nella quale, commentando le reazioni al tragico incidente, afferma che non si deve essere ipocriti strumentalizzando il dibattito sul dolore dei genitori e che “in Italia si demonizza la cannabis e si considera parte della nostra cultura il vino”.

A leggere queste righe si prova stupore e anche un po’ di rabbia.

Provo a spiegare perché.

Spero che il pensiero del Ministro Livia Turco sia stato interpretato in modo non corretto, altrimenti dovrei dedurre che la cannabis fa parte della nostra cultura, mentre il vino no.

Un accostamento fuorviante perché accosta l’illegalità al vino, quando ad essere illegale è la cannabis, non il prodotto della vendemmia di una vigna.

Non so come possa essere spiegata questa tesi alle oltre 33.000 aziende vitivinicole italiane, e agli oltre 700.000 addetti, che producono vino di qualità e che fondano la loro attività su una tradizione e una cultura, questa si, che ha millenni di storia.

Qui sta lo stupore.

La rabbia arriva quando si rischia di considerare una bottiglia di Brunello di Montalcino (definito il miglior vino del 2006, tra tutti i vini del mondo) alla stregua di uno spinello! Questo a me sembra davvero troppo!

Per quanto riguarda, invece, tutte le forme possibili di prevenzione che possano mettere al riparo da disastri come quelli che hanno coinvolto l’autista del pullman, non possiamo che trovarci d’accordo.

Purtroppo, oggi, si fa troppa poca prevenzione, soprattutto tra i giovani, e la strada più breve che spesso si intraprende è quella del proibizionismo, che però non sembra essere efficace.

Quello che non è accettabile è che ogni volta che succede un tragico fatto, il vino sia chiamato in causa, come se fosse fonte di tutti i mali della nostra società contemporanea!

Si parla di alcool e si pensa subito al vino, quando è statisticamente dimostrato che il vino non è al centro dello sballo di molti giovani nei fine settimana!

La domanda da porsi, invece, è perché si cerca questo sballo, quali sono le cause che inducono i giovani ad esagerare nei consumi di droghe, ancorché definite leggere, o perché decidono di ubriacarsi.

L’alcol e la droga, paradossalmente, non sono la causa del male ma lo strumento.

Il vino è un prodotto di successo; rappresenta l’identità italiana nel mondo e il suo legame con il territorio costituisce il valore aggiunto che proprio ne determina questo successo.

Ricordo che in questi anni l’Associazione nazionale Città del Vino ha lavorato molto – soprattutto tra i giovani – per la diffusione della cultura del vino, una cultura che non nasce certo all’improvviso, ma che trae sostegno dalla storia del nostro Paese.

In questo momento siamo riuniti a Riva del Garda in occasione degli “Stati Generali delle Strade del Vino e dei Sapori”, per discutere, oggi e domani, delle straordinarie opportunità offerte al nostro Paese dal turismo enogastronomico e dalle attività delle tante Strade del Vino che stanno organizzando una originale offerta turistica di qualità.

Molti territori italiani, oggi, proprio grazie al vino, possono porsi come modelli di sviluppo sostenibile, diffondendo nel mondo l’immagine migliore del nostro Paese.

Da una nostra ricerca, poi, risulta in modo evidente che i territori delle oltre nostre Città associate rappresentano i luoghi dove si vive meglio, dove l’ambiente è più curato, dove è cresciuta l’occupazione e si sono incrementate le strutture ricettive di tipo rurale, dove sono state costruite meno nuove case ma dove il recupero edilizio è praticato grazie anche all’adozione di pani regolatori che salvaguardano l’identità del territorio e il suo rapporto proprio con la coltura – e la cultura – del vino.

I paesaggi vitati italiani sono tra i più celebrati al mondo.

La cultura del vino, dunque, è strettamente collegata alle storie dei territori, e l’Italia rappresenta un caso unico al mondo in fatto di cultura del vino, intesa come espressione del lavoro di intere generazioni e comunità, e non può essere confusa con la diffusione di altre bevande che nulla hanno a che vedere con la nostra storia e la nostra tradizione.

Molto resta ancora da fare per educare al bere moderato e consapevole, nella convinzione che non servano generiche campagne proibizioniste, ma che invece occorrano serie campagne educative; è per questo che invece apprezziamo convinti il programma “Guadagnare salute” che invece dimostra di andare proprio nella giusta direzione: educare e informare per rendere consapevoli; oltretutto nel programma il vino è considerato una componente fondamentale della dieta mediterranea, e sono ormai più che noti i benefici effetti sulla salute dell’uomo di molte delle sue componenti, se consumato sempre con moderazione.

Resta il rammarico per una tragedia che doveva essere evitata.

L’autista non doveva né bere né fumare cannabis prima di mettersi alla guida del pullman.

Ma in tutto questo il vino che c’entra?

Un cordiale saluto

Valentino Valentini

Presidente Associazione nazionale Città del Vino


IL DENARO

una lettera al giorno 

Legalità diffusa per l’alcool: il peggiore killer degli ultimi anni

di Giacomo Nardone

Veramente magra la figura fatta da quei personaggi politici che nei giorni scorsi si sono accaniti contro gli impegni assunti dal Governo durante l’ultimo conclave casertano in materia di droga. Subito dopo le indiscrezioni che davano per positivo al tetraidrocannabinolo l’autista del pullman che ha causato recentemente l’incidente in cui hanno perso la vita due bambini. La droga, proveniente dalla cannabis assunta in genere attraverso i famigerati spinelli, è la stessa per la quale il ministro della Salute Livia Turco aveva d’impero modificato i valori di “minima quantità” stabiliti dalla legge Fini-Giovanardi. Quantità oltre la quale si passa, per legge, dal ruolo di consumatori a quello di spacciatori. Il fronte proibizionista, collocato in gran parte nelle forze di centrodestra, aveva subito creato un nesso di conseguenza tra il lassismo antiproibizionista, di cui accusa il governo di centrosinistra, e il consumo di droga da parte dell’autista, adducendo l’incidente come dimostrazione della necessità di una maggiore stretta punitiva nei confronti del consumo di droghe, di cui l’incidente cassava ogni differenziazione tra pesanti e leggere. E’ palese la strumentalizzazione tentata in questi giorni, capace di incidere sull’opinione pubblica che viene mantenuta nella più totale ignoranza rispetto alle evidenze catastrofiche che il proibizionismo determina. Intanto perché si continua a parlare di spinelli, sorvolando troppo spesso sulla diffusione enorme del consumo di cocaina, che ha sostituito gran parte del mercato dell’eroina, sostanza che aveva il difetto di marketing di uccidere il consumatore. Trascinando oggi l’Italia a valori statistici di consumo di cocaina paragonati al periodo degli anni Ottanta negli Usa, contro cui vi fu una campagna di informazione che fu la sola modalità per ridurre il consumo spietato di una sostanza che non comporta l’assuefazione fisica dell’eroina, ma che comunque altera i comportamenti in modo tale da divenire indispensabile per mantenere livelli di efficienza richiesti dall’arrivismo contemporaneo. Nulla a che vedere rispetto alla cannabis, che seppure parte del panorama delle sostanze psicotrope, produce meno danni e vittime dell’uso e abuso di alcool. Causa prima della maggior parte degli incidenti automobilistici, come, per esempio, nel caso dell’autista in questione che aveva bevuto birra prima di guidare, mentre lo spinello risaliva al giorno prima, avendo perso ogni efficacia. Se il fronte perbenista proibizionista si occupasse delle centinaia di migliaia di morti per alcolismo in Italia, se si proibisse, come già fu per il fumo delle sigarette, di pubblicizzare i superalcolici, specie esaltandone le caratteristica di ridurre i freni inibitori sessuali, con spot sistematicamente legati a festini e a belle donne, allora forse sarebbero credibili. Ma continuare a favorire, attraverso il proibizionismo, il contatto tra consumatori, specie quelli giovani, e la malavita diviene quello sì il vero gesto criminale che copre gli interessi ultramilionari di un mercato che oggi supera di gran lungo il fatturato di quello della produzione automobilistica italiana, con percentuali di marginalità talvolta a tre cifre. Lasciandoci comprendere quale sia il livello di influenza che tale mercato possa raggiungere, attraverso la spinta all’unica vera causa dell’arricchimento criminale: la sua proibizione. 


GAZZETTA DEL SUD

Cerignola Centrato da un vettura

Scooter investito muoiono padre e figlio

CERIGNOLA (FOGGIA)È stato denunciato per omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza il conducente della Renault Megane che la scorsa notte ha investito, alla periferia di Cerignola, una famigliola di romeni in sella al loro ciclomotore, uccidendo un uomo di 42 anni e il suo figlioletto di 9. Padre e figlio erano sul ciclomotore insieme con la mamma del piccolo che ha riportato lievi ferite. Vivevano in una piccola comunità di romeni, tutti braccianti agricoli nelle campagne foggiane. Il conducente della vettura, dopo l’incidente, si è fermato a prestare soccorso: sottoposto ad esame alcolemico, sono state trovate tracce di alcol nel sangue di poco superiore al limite consentito, frutto di una cena in cui ha dichiarato di non aver ecceduto nel bere.


IL RESTO DEL CARLINO (Reggio Emilia)

DENUNCIATO
Contromano sulla provinciale si scontra con auto e fugge
Era alla guida ubriaco
Protagonista un 23enne di Vetto alla guida senza patente, sospesa precedentemente per guida in stato di ebbrezza. Il pirata della strada non ha prestato soccorso alla donna coinvolta nello scontro. Denunciato per guida in stato di ebbrezza, omissione di soccorso e altri reati

 Reggio Emilia, 15 maggio 2007 - Ha imboccato contromano la strada provinciale, guidando ubriaco - il suo tasso alcolico è risultato 4 volte superiore alla norma - finendo quasi frontalmente contro un’auto guidata da una donna del paese, che fortunatamente è rimasta pressocchè illesa: guarirà in pochi giorni.

Poi, invece di prestare soccorso è scappato: si è successivamente scoperto che guidava senza patente. Gli era infatti stata sospesa per una precedente guida in stato di ebbrezza. L’uomo - un giovane di 23 anni di Vetto, comune di Castelnuovo Monti, nel Reggiano - è stato denunciato per guida in stato di ebbrezza, omissione di soccorso e altri reati.


L’ADIGE

Rimangono ancora parecchi punti oscuri, all’indomani della tragica morte di Virginio Betta, il quarantaduenne rivano trovato ormai in fin di vita tra i vigneti del Varone domenica mattina

 Rimangono ancora parecchi punti oscuri, all’indomani della tragica morte di Virginio Betta, il quarantaduenne rivano trovato ormai in fin di vita tra i vigneti del Varone domenica mattina. Tanti elementi da chiarire, ma non le cause del decesso su cui gli inquirenti ieri hanno fatto piena luce: il sostituto procuratore della Repubblica Valerio Davico non ha disposto l’autopsia. A Betta, come era emerso fin dal pomeriggio di ieri, è stato dunque fatale il trauma cranico che aveva riportato sabato sera in un incidente in motorino in via Santa Caterina. Proprio su questo punto si concentrano i dubbi residui legati alla vicenda: ovvero quelli riguardanti il ricovero di Betta al Pronto soccorso dell’ospedale di Arco. L’autorità giudiziaria dovrà accertare in che modo e perché la vittima, sabato sera, sia riuscita ad allontanarsi dal presidio ospedaliero prima che venisse sottoposto ad esami più approfonditi. Rimangono dunque da accertare eventuali responsabilità dei sanitari. Al momento, l’unica versione dei fatti raccolta, parla di un allontanamento volontario dopo il ricovero. Una vicenda grottesca, bizzarra, che si è conclusa però in tragedia. L’inizio della fine, l’episodio che avrebbe portato il quarantaduenne alla morte, si era verificato sabato, in via Santa Caterina poco dopo le 17: Virginio Betta, in motorino, aveva sbattuto la testa dopo lo scontro con una vettura (gli inquirenti escludono comunque che in seguito ai drammatici sviluppi possa essere ravvisata qualche responsabilità a carico del conducente). Sulle prime non era sembrato grave. All’ospedale di Arco i primi esami del caso, ma prima di sottoporsi a una visita più approfondita, Betta alle 19.10 era uscito anzitempo senza neppure firmare la liberatoria, e a piedi aveva tentato di tornare a casa, al rione Europa a Riva del Garda, tra Pasina e Varone. In via Basone, poco dopo la Cementi Riva, si è accasciato al suolo, sotto un filare di viti. Dove lo hanno trovato soltanto dodici ore dopo, in coma, sdraiato sull’erba. Vano il trasporto in elicottero al Santa Chiara di Trento. Dai controlli effettuati è emerso poi come la vittima, al momento dell’incidente, avesse in corpo un tasso alcolemico di 2,80 ovvero oltre cinque volte il limite consentito. A dettare a Betta la decisione di lasciare l’ospedale (e chissà, forse anche a indurre gli uomini del Pronto soccorso, di fronte ad un paziente non del tutto sobrio, e che apparentemente non sembrava destare condizioni preoccupanti, a non allarmarsi troppo per la sua sparizione), potrebbe essere stata anche la scarsa lucidità causata dall’alcol, assieme a quella legata ai postumi dello scontro. Lo chiariranno le indagini. Nel frattempo, con la decisione di non procedere all’autopsia, arriverà anche il nulla osta per i funerali, la cui data non è ancora stata fissata. Virginio Betta, muratore e imbianchino, un passato difficile alle spalle, lascia il fratello Luciano, con cui viveva da circa due anni nel rione Europa. Il padre, Giuseppe, era scomparso dodici anni fa. La madre li aveva lasciati nell’ottobre del 2005 dopo una breve malattia.


IL GAZZETTINO (VICENZA)

Montecchio Maggiore - Intervengono per sedare una lite coniugale, si ritrovano a fronteggiare un esagitato armato di coltello.

È capitano nel week-end ad una pattuglia dei carabinieri della stazione di Montecchio Maggiore alla quale, per venire a capo della situazione, sono arrivati a dar man forte anche i colleghi del radiomobile.

Teatro del movimentato episodio l’abitazione al civico 5 di viale Trieste ad Alte. A chiedere l’intervento dei militari dell’Arma sono stati i vicini, allarmati dalle grida provenienti dall’appartamento. Quanto la pattuglia ha bussato alla porta s’è trovata di fronte un uomo con in mano un grosso coltello da cucina in evidente stato di alterazione, tanto da procurarsi ferite alle braccia ed al torace ma anche da minacciare le forze dell’ordine. E’ stato poi appurato che l’energumeno era in stato di ubriachezza: nel sangue aveva una quantità d’alcol quattro volte superiore a quella consentita per guidare.

I carabinieri hanno dovuto faticare non poco per stringere le manette ai polsi di Vasile Dragoi, di origine romena, 31 anni, in attesa di occupazione: alla fine del concitato arresto ben tre militari hanno riportato vari traumi guaribili in una settimana.

L’uomo, trasportato al pronto soccorso per essere medicato, è risultato affetto da "autolesioni con ferite da tagli plurimi agli arti ed al torace" con prognosi di dieci giorni.

Successive indagini e accertamenti sanitari hanno appurato che il romeno soffre di disturbi mentali e che già in passato si era procurato con una lama ferite in varie parti del corpo.

L’uomo dovrà rispondere di violenza e resistenza a pubblico ufficiale oltre che di violenza privata


QUOTIDIANO.NET

VANDALI A ROMA

Danneggiano la fontana della ’Barcaccia’

Arrestati 4 extracomunitari ubriachi

I quattro hanno anche aggredito i militari per non dare le proprie generalità. L’opera in piazza di Spagna ha riportato una scalfittura, con il conseguente distacco di una porzione dello stemma papale 

Roma, La fontana monumentale ’della Barcaccia’ in piazza Di Spagna è stata danneggiata da quattro extracomunitari, sorpresi con un grosso cacciavite, che sono stati arrestati dai carabinieri del nucleo radiomobile di Roma.

L’opera ha riportato una scalfittura, con il conseguente distacco di una porzione dello stemma papale. I quattro vandali, di età compresa tra i 29 ed i 40 anni, in evidente stato di ebbrezza, hanno anche aggredito i militari per non dare le proprie generalità ma sono stati bloccati.


REPUBBLICA.IT

Bestie di Satana, la setta degli orrori

Così uccidevano gli adoratori del diavolo

MILANO - Con le condanne di oggi inflitte dalla seconda Corte d’Assise d’Appello di Milano ai cinque membri delle ’Bestie di Satana’, si chiude un nuovo capitolo giudiziario degli esponenti della setta accusati dell’omicidio e dell’occultamento di cadavere di Mariangela Pezzotta (27 anni), Fabio Tollis e Chiara Marino (16 e 19 anni) e dell’induzione al suicidio di Andrea Bontade.

L’inizio dell’indagine. Il lavoro degli investigatori inizia con l’omicidio di Mariangela Pezzotta, figlia di un esponente varesino di Forza Italia e con l’individuazione, pressoché in flagrante, del suo assassino, l’ex fidanzato, Andrea Volpe (30 anni), e della sua attuale fidanzata, Elisabetta Ballarin (19 anni). Agli inquirenti si apre la pista del disagio e della devianza giovanile, dell’uso smodato di droghe e alcool. Dell’ossessione sessuale e del giro di amicizie degli incriminati. Le cronache iniziano ad accennare al cosiddetto "satanismo acido".

I primi delitti. Chiara Marino e Fabio Tollis scomparvero da Milano il 17 gennaio del 1998. La sera della loro scomparsa erano con alcuni amici in un pub di Milano, frequentato anche da Volpe. Escono intorno alle 23,30 escono dicendo che sarebbero andati a telefonare, ma da quel momento non si hanno più loro notizie. I loro corpi furono ritrovati in una buca nei boschi di Somma Lombardo solo sei anni dopo, il 28 maggio del 2004. A portare la magistratura alla scoperta dei delitti delle ’Bestie di Satana’ fu proprio l’omicidio di Mariangela Pezzotta.

Lo chalet degli orrori. L’assassinio, consumato nello chalet degli ’orrori’ a Golasecca, fu una decisione collegiale, secondo le affermazioni del reo confesso Andrea Volpe, ex fidanzato della giovane, arrestato dopo il delitto con la sua nuova compagna, Elisabetta Ballarin, e Nicola Sapone, il leader delle ’Bestie’. Mariangela, ha detto Volpe, sapeva troppo.

Le messe nere. Nella baita di Golasecca gli investigatori trovarono una valigetta contenente tutto il necessario per compiere riti satanici: denti, capelli, teschi, un drappo nero, delle candele, immagini del Diavolo e scritti su come si compiono le messe nere. Elementi che fin dal primo momento li misero sulla pista del satanismo.

Una pista poi confermata da Volpe, che, nell’interrogatorio davanti al procuratore della Repubblica di Busto Arsizio, Antonio Pizzi, e nell’incidente probatorio dell’ottobre del 2005, ricostruì il massacro di Mariangela Pezzotta, Chiara Marino e Fabio Tollis e svelò molti dettaglio sui misterosi omicidi avvenuti nel Varesotto.

L’omicidio di Mariangela Pezzotta. Il giorno dell’omicidio, tra Andrea Volpe e Mariangela Pezzotta ci fu una violenta discussione: lei gli rinfacciava di averle fatto passare dieci anni difficili, lui sparò e la ferì (ma la ragazza venne poi finita a badilate), obbedendo a un ordine che gli era stato impartito dalla setta, ma che, in un primo tempo, Volpe avrebbe voluto eludere.

"Ho telefonato a Mariangela - ha spiegato Volpe - e le ho detto di venire a Golasecca perché volevo metterla in guardia, avvisarla che volevano la sua morte. Per questo quando è arrivata, Elisabetta imbracciava il fucile. Era a scopo intimidatorio. Ma poi ci siamo messi a bere per festeggiare il suo compleanno, Elisabetta è andata in cucina a preparare il caffè e io e lei ci siamo messi a litigare. Allora ho caricato l’arma e ho sparato".

"E ora, zombi, camminate". Volpe svelò che l’uso dell’ipnosi "era una abitudine dei capi per controllare gli adepti" e dei legami con la setta X di Torino. Poi, confermò la sua partecipazione all’uccisione di Fabio Tollis e Chiara Marino, raccontando delle coltellate e dei colpi di mazza inferti alle due giovani vittime, del riccio che fu loro messo in bocca per non far sentire le urla, dell’urina sui loro cadaveri ormai coperti di terra e dell’ultima esortazione: "E ora, zombi, camminate se potete".

I motivi. Quanto alle ragioni del duplice omicidio, secondo quanto riferito da Volpe, Fabio fu ucciso perché non avrebbe avuto la forza di reggere all’omicidio di Chiara, ammazzata perché voleva uscire dal gruppo. Ma, oltre agli omicidi di Fabio Tollis, Chiara Marino e Mariangela Pezzotta, alle ’Bestie di Satana’, furono ricondotti, più o meno direttamente, anche altri inquietanti episodi avvenuti nel Varesotto, come la morte di Andrea Ballarin, che il 7 maggio 1999 fu trovato impiccato sulle scale della sua scuola, o quella di Angelo Lombardo, un 28enne trovato bruciato nel cimitero di Legnano nel dicembre dello stesso anno. E ancora a Legnano, il 5 maggio 2004, viene trovato impiccato Luca Colombo, un amico di Nicola Sapone.

Suicidio indotto. Un’altra morte misteriosa fu quella di Stefano Bontade, uno degli ’anziani’ della setta, che, con gli altri, aveva contribuito a scavare la buca dove furono seppelliti Chiara Marino e Fabio Tollis. Tuttavia Bontade, temendo per la sua incolumità, aveva deciso di tirarsi indietro. Fu trovato morto in circostanze sospette: si suicidò la notte del 21 settembre 1998 schiantandosi con la propria auto.

La scelta degli adepti. Due erano i modi utilizzati dalle ’Bestie di Satana ’per scegliere gli adepti: al candidato poteva essere imposto di gettarsi a peso morto, dopo una lunga corsa, contro le siepi del parco prescelto per il rito, senza lamentarsi per il dolore, oppure di bere un cocktail di alcol e droghe e fare capriole senza vomitare, bestemmiando ad alta voce.

Il rito. Alcol, droga e bestemmie erano gli elementi indispensabili delle messe nere che venivano celebrate nei boschi della provincia lombarda, sotto la guida dei capi spirituali, a turno Sapone o Volpe, che orientavano il pentacolo con la bussola per consentire il collegamento con altre sette.

La musica. Un altro elemento fondamentale era la musica: ’Hell awaits’, l’inferno aspetta, è il disco della metal band americana degli Slayer, che le ’Bestie di Satana’ mettevano a tutto volume durante i rituali.


IL GAZZETTINO (UDINE)

Gli antiproibizionisti si mobilitano con alcol, fumo e camomilla

 Tolmezzo

(d.z.)Rilanciare la campagna per l’abrogazione della legge sulle droghe Fini-Giovanardi. Richiedere alla Regione di commissionare una nuova e ricerca sugli stili di vita giovanili, di promuovere un convegno a livello europeo sui risultati ventennali nel campo delle politiche di riduzione dalle dipendenze, di predisporre un progetto di prevenzione basato su un’informazione razionale e differenziata per tipi di sostanze. "Per dire No al silenzio dopo il gran clamore", gli antiproibizionisti friulani scelgono non a caso l’Alto Friuli, come sede nella quale riaffermare la loro storica battaglia "contro coloro i quali stanno conducendo con visione ideologica una vera war on drugs". Alla presenza del segretario del Forum droghe, Franco Corleone, del coordinatore della Colomba Massimo Brianese, di Mario Puiatti, già consigliere regionale e di Marco Lepre di Legambiente, con il provocatorio titolo "La Carnia in fumo?" si è ripreso a parlare del problema generale delle dipendenze, "trattato da tutti con troppa superficialità". Da un tavolo in cui campeggiavano sigarette, vino e birra e qualche grammo di erbe officinali, Corleone, nel rivendicare un principio razionale di valutazione dei rischi associati agli stupefacenti, ha criticato "l’eccessiva rigorosità da parte delle forze dell’ordine a livello locale dell’applicazione di una legge nazionale che criminalizza in modo terroristico chi fa uso di canapa". Ma i carabinieri quel controllo sulle erbe lo hanno poi fatto, portando il sacchetto sospetto in caserma. L’analisi ha confermato le parole di Corleone: camomilla.

"Una normativa che fa a pugni con il principio del giusto processo, che fa dell’Italia il paese più arretrato nelle politiche di riduzione del danno a livello europeo, per la quale ad un anno di distanza il nuovo parlamento non ha ancora posto rimedio" si è polemizzato, associando poi al dibattito anche la problematica del disagio giovanile in montagna, "che vede l’alcool e non il fumo, come prima grave criticità sociale".

"A causa di una classe politica ed amministrativa povera culturalmente, in questi anni non si è stati capaci di evitare l’omologazione dei giovani alla grande città, di offrire loro progetti originali - spiega Corleone - anzi ora si incentiva la loro fuga inasprendo i controlli". In attesa che la proposta di le

Mercoledì, 16 Maggio 2007
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