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RESPONSABILITA’ AUTOMOBILISTICA
Sentenze in materia di responsabilità civile, penale, amministrativa - Responsabilità del Comune per difetto di manutenzione: va provato il nesso con l’incidente stradale

a cura di Ugo Terracciano

RESPONSABILITA’ AUTOMOBILISTICA
Sentenze in materia di responsabilità civile, penale, amministrativa

Responsabilità del Comune per difetto di manutenzione: va provato il nesso con l’incidente stradale
a cura di Ugo Terracciano*

La relazione tra danno subito e responsabilità della pubblica amministrazione deve essere concretamente provata.
E’ questa la risposta che la Corte di Cassazione (sentenza 15 giugno 2006, n. 13770) ha dato ad un motociclista di Catania caduto a causa di una buca sulla carreggiata non debitamente segnalata.
La decisione precede un’altra importante sentenza in materia, nella quale la Suprema Corte aveva illustrato in maniera quasi didattica la posizione della giurisprudenza al riguardo della responsabilità civile della pubblica amministrazione per danni derivanti dalla circolazione stradale (Cass.
Civ, Sez. III, 6 luglio 2006, n. 15383, pubblicata su www.asaps.it). Il primo orientamento, aveva spiegato la Corte, cioè quello maggiormente seguito dai tribunali, ritiene applicabile l’art. 2043 del codice civile, norma pilastro della responsabilità extracontrattuale e caposaldo del principio fondamentale di romanistica memoria del neninen laedere. La pubblica amministrazione, secondo questo punto di vista, è dotata di una propria discrezionalità nello svolgere il proprio compito di manutenzione delle strade, ma incontra un preciso limite: quello di evitare danni all’utenza. Per questo, ha l’obbligo di eliminare i pericoli nascosti, cioè quelli che non possono essere individuati da chi percorre la strada con l’ordinaria attenzione che deve necessariamente prestare chi guida. Così, sono stati elaborati i concetti di “insidia” e “trabocchetto”, come paradigmi del pericolo occulto, fonte di responsabilità civile. Nondimeno, un diverso orientamento, meno seguito, applica un’altra norma del codice, ovvero l’art. 2051 che contempla i casi di responsabilità per danni arrecati dalle cose in custodia. Semplificando, il ragionamento è che, la pubblica amministrazione in quanto proprietaria del bene, deve evitare, attraverso la vigilanza e la manutenzione, che esso possa produrre danni. Si tratta di due modelli giurisprudenziali che, in fondo, prevengono alla stessa conclusione di ritenere centrale l’obbligo della pubblica amministrazione di manutenere i beni pubblici di sua proprietà. Tuttavia le due soluzioni si differenziano notevolmente anche sul piano della prova in giudizio: applicando l’art. 2043 cod. civ. occorrerà dimostrare che sussisteva un pericolo nascosto, applicando invece il 2051, si dovrà allegare le prova del danno e dimostrare la relazione tra questo ed il difetto della strada. Alcuni giudici, ed in diverse sentenze la stessa Cassazione, hanno preferito applicare un modello intermedio tra le due diverse posizioni sopra descritte: operando una pragmatica distinzione, hanno ritenuto che l’art. 2051 (responsabilità per cose n custodia) si potesse applicare solo ai beni pubblici sottratti ad un uso generale, oppure a quelli di libero utilizzo, ma di dimensioni così ridotte da consentire alla pubblica amministrazione una effettiva vigilanza.
Ricordato tutto questo, osserviamo che la sentenza 15 giugno 2006/13770 che qui commentiamo riguarda un altro punto: quello della prova che chi avanza la richiesta di risarcimento deve necessariamente portare in ogni caso, tanto appellandosi all’art. 2043, quanto appellandosi all’art. 2051 cod. civ.Il motociclista caduto, causa anche il buio della sera, non si era accorto che sulla strada che stava percorrendo era presente una buca. Ricorrendo al pretore, aveva sostenuto di essere incorso in una specie di trabocchetto poiché il Comune non solo non aveva chiuso la buca, ma non l’aveva nemmeno segnalata o transennata determinando così le premesse dell’incidente. Il giudice gli aveva dato ragione e condannato l’Ente a risarcire il danno. Diversamente, la Corte d’Appello adita dal Comune, aveva ritenuto che, al di là della eventuale responsabilità della pubblica amministrazione teoricamente ipotizzabile, ad impedire il risarcimento ostava la mancata prova del fatto che il motociclista fosse caduto proprio nella buca in questione. Non c’erano testimoni diretti e, quelli sopraggiunti, non avevano riferito alcun elemento dal quale si potesse desumere che ci fosse un nesso tra presenza della buca e danni subiti.
Anche per la Cassazione la mancata prova di una diretta relazione tra difetto di manutenzione stradale e danno esclude la responsabilità del Comune.

 * Funzionario della Polizia di Stato e
Docente di Politiche della Sicurezza
Presso l’Università di Bologna

___________

Cassazione Civile
Sentenza 15 giugno 2006, n. 13770

Svolgimento del processo


D.F. conveniva davanti al Pretore di Catania il Comune premettendo che il 18.1.1996, verso le ore 18,30, mentre a bordo della propria moto percorreva a normale andatura il corso Indipendenza di Catania verso viale (OMISSIS), andò a finire improvvisamente con la ruota anteriore della moto in una profonda e larga buca esistente nella semicarreggiata di destra.

La buca non era stata segnalata, né era avvistabile, anche per la sopraggiunta oscurità dell’ora serale e, malgrado avesse tentato di mantenere in equilibrio la moto, non potè evitare di andarvi a finire dentro, cadendo rovinosamente a terra e riportando lesioni personali.

Chiedeva, pertanto, il risarcimento dei danni subiti, conseguenti all’infortunio. Si costituiva il Comune che non assumeva allo stato alcuna posizione, se non quella interlocutoria di riservarsi di chiarirla all’esito dell’istruttoria amministrativa senza, peraltro, che una precisazione avvenisse nel corso dell’intero giudizio.

All’esito dell’istruttoria espletata, con sentenza in data 9.4.1999, il Pretore accoglieva la domanda riconoscendo la colpa del Comune per non avere provveduto alla regolare manutenzione della strada, per non avere transennato il punto pericoloso o, comunque transennato la buca in modo visibile, condannandolo al risarcimento dei danni liquidati in L. 49.136.759 oltre rivalutazione ed interessi, nonché alle spese processuali.

Avverso tale sentenza proponeva appello il Comune di Catania chiedendone la riforma.

Si costituiva l’appellato che deduceva l’inammissibilità del ricorso e, nel merito, contestava le argomentazioni del Comune.

La Corte di Appello di Catania, con sentenza in data 23.10.2001, accoglieva l’appello proposto ed, in riforma della sentenza impugnata, rigettava la domanda di risarcimento, con la compensazione delle spese processuali.

Riteneva il giudice dell’appello che l’attore non avesse fornito la prova dei fatti esposti nell’atto di citazione.

Rilevava, inoltre, che anche nell’ipotesi di responsabilità della P.A. ai sensi dell’art. 2051 c.c., esclusa dal primo giudice, e riproposta come appello incidentale dal D., le conclusioni non potessero sere dissimili da quelle adottate, per giungete all’affermazione di una responsabilità dell’ente gestore della strada urbana, essendo, anche in questo caso, indispensabile la prova del nesso eziologico tra l’evento dannoso e la cosa sulla quale non è stata cut rata la custodia e la normale - cioè scevra di pericolo - fruibilità da parte del pubblico.

Avverso la sentenza ha proposto ricorso per Cassazione il D. affidandosi a due motivi.

Il Comune intimato non ha svolto attività difensiva.


 

Motivi della decisione


Con il primo motivo il ricorrente denuncia la "Violazione e falsa applicazione degli artt. 183, 189, 190 e 122 c.p.c., in relazione agli artt. 342 e 345 c.p.c., comma 2 - Insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia ( art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5)".

Rileva che il Comune ha adottato, sui fatti esposti dall’attore, una posizione interlocutoria che non ha sciolto nel corso dell’intero giudizio concludendo, in sede di precisazione delle conclusioni, dichiarando di riportarsi "integralmente a quanto dedotto ed eccepito nella comparsa di risposta".

Ne consegue che l’impianto difensivo è rimasto affidato ad un atteggiamento passivo ed indifferente, con effetto della mancata contestazione della domanda risarcitoria, posto che "il postumo tentativo di durre nel processo per la prima volta con una comparsa denominata "memoria di replica", eccezioni e contestazioni all’istruttoria chiusa, e persino dopo la scadenza del termine perentorio di 60 giorni, sancito dall’art. 190 c.p.c., per il deposito della comparsa conclusionale è stato processualmente assolutamente inammissibile".

Alle parti è, infatti, offerta non solo la facoltà della emendatio, ma anche della mutatio libelli, a condizione che ciò avvenga nell’udienza di trattazione prevista dall’art. 183 c.p.c..

Nessuna valenza giuridica può, quindi, essere attribuita alla "memoria di replica postumamente depositata perché non preceduta dalla conclusionale".

"Il Giudice di appello non poteva e non doveva supporre come proposta la eccezione di "assoluta carenza di prova dell’accaduto considerandola come autonoma ed avulsa rispetto al comportamento negativo mantenuto dal Comune sia all’udienza di precisazione e soprattutto in ostativa della espressa volontà del Comune che confermandola in sede di precisazione l’aveva resa definitiva e immutabile".

L’art. 345 c.p.c., comma 2, vieta la proposizioni di nuove eccezioni che "alterino l’assetto sostanziale dell’azione e i termini della controversia".

Ancora, "la consolidata negatività della posizione difensiva del Comune non poteva certo consentire alla Corte una (non richiesta e comunque inammissibile) rimessione in termini o la ipotizzazione d’ufficio di una supposta eccezione, in ogni caso non più proponibile perché decaduta ai sensi dei predetti artt. 183 e 189 c.p.c.".

L’asserita mancanza di prova sull’accadimento avrebbe dovuto essere eccepita in primo grado, in modo da determinare un contraddittorio sulla stessa.

Dedotta, invece, per la prima volta in appello, costituiva una eccezione nuova e, come tale, inammissibile ai sensi dell’art. 345 c.p.c., comma 2, che impedisce al giudice di appello di prenderla in esame.

Il motivo non è fondato.

Ai sensi dell’art. 345 cod. proc. civ., comma 2, (come sostituito, nel testo vigente, dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 52), non sono ammissibili in appello nuove eccezioni, al di fuori di quelle rilevabili d’ufficio, mentre sono sempre proponibili le mere difese, che ai differenziano dalle prime poiché con esse le parti si limitano a contestare genericamente le reciproche pretese (Cass. 12.9.2005 n. 18096; Cass. 19.7.2005 n. 15211).

Nel caso di specie, il Comune non ha per nulla sollevato un’eccezione in senso tecnico - che gli sarebbe stata preclusa dall’art. 345 c.p.c. - ma ha proposto mere tesi difensive.

Ha, infatti, impugnato la sentenza di primo grado chiedendone la riforma, contestando la sussistenza del fatto costitutivo della domanda, e, comunque, la ricorrenza del nesso eziologico tra il fatto e la produzione dell’evento.

Con il secondo motivo denuncia la "Violazione e falsa applicazione degli ; dell’art. 2043 c.c. e degli artt. 97 e 32 Cost. - emessa insufficiente e perplessa motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia(nn. 3 e 5)".

Erroneamente la Corte di merito, per effetto dell’errore di diritto denunziato con il primo motivo, ha ritenuto possibile la proposizione in appello della eccezione di "assoluta carenza di prova dell’incidente" considerandola autonoma e svincolata dall’attività processuale svolta dal Comune in primo grado.

La preclusione sancita dall’art. 345 c.p.c., che consegue alla struttura delle preclusioni impresse al processo di primo grado, vieta all’appellante di dedurre per la prima volta fatti impeditivi che non abbiano formato oggetto di eccezioni e contestazioni nel primo giudizio ove non era mai stata concretizzata alcuna contestazione avverso la domanda risarcitoria del D..

L’appello proposto dal Comune è anche inammissibile per violazione dell’art. 342 c.p.c., che sancisce la deduzione di motivi specifici dell’impugnazione.

Nel caso di specie, la doglianza del Comune non esprimeva alcuna censura in ordine ad un’ingiustizia scaturente dalla sentenza, ma soltanto una doglianza nuova e del tutto autonoma rispetto alla decisione.

La Corte di merito, viceversa, considerando come non verificata la preclusione e decadenza, ha egualmente esaminato l’eccezione di difetto causale, mai dedotta nel giudizio di primo grado, rilevando che il D. non aveva provato il nesso di causalità giuridica tra l’evento ed il danno, non essendo stati presenti i testi al momento dell’incidente, anche se accorsi sul posto subito dopo, a seguito della richiesta di aiuto dell’infortunato.

Inoltre, la Corte ha omesso di considerare una circostanza fondamentale ai fini della responsabilità, e cioè che la detta buca era stata causa di altri incidenti perché non segnalata, come avevano concordemente riferito i testi.

Per l’accertamento del nesso eziologico il giudice deve valutare tutti gli elementi della fattispecie al fina di stabilire se il fatto (nella specie la buca stradale non segnalata) era obiettivamente e concretamente idoneo a produrre l’evento dannoso.

L’esistenza della buca non segnalata, la verificazione di precedenti, analoghi incidenti costituivano una situazione di pericolo permanente che evidenzia la colpa dell’amministrazione proprietaria della strada per non avere provveduto alla nomale manutenzione. Tale omissione comporta la conseguente responsabilità per l’inosservanza di specifiche norme e di comuni regole di prudenza e diligenza poste a tutela dell’integrità delle persone, e quindi della violazione della norma primaria del neminem laedere. il motivo non è fondato.

La Corte di merito ha ritenuto che l’attore non aveva provato il nesso eziologico tra il fatto e la produzione dell’evento, prova che allo stesso incombeva ai sensi dell’art. 2697 c.c..

Ora, sia che la fattispecie sia considerata sotto il profilo dell’art. 2043 c.c., sia sotto quello dell’art. 2051 c.c., la prova della sussistenza del nesso eziologico è prioritaria rispetto all’ipotesi di responsabilità eventualmente ricorrente.

E la Corte di merito ha adeguatamente e correttamente motivato le sue conclusioni in ordine all’insussistenza di tale nesso.

Ha, infatti, ritenuto - facendo proprie le censure mosse alla sentenza di primo grado dal Comune - che i due testi che avevano prestato soccorso all’attuale ricorrente dopo la caduta, il prof. Messina e la moglie, non avevano assistito all’incidente, ma erano intervenuti sul posto, su richiesta dell’infortunato, in un momento successivo, ed avevano potuto riferire soltanto che il D. era caduto dalla moto e che in quel tratto di corso Indipendenza vi era una buca sul piano stradale.

Ed ha concluso che "Dati questi tra i quali in effetti manca la prova del nesso causale, non avendo nessuno dei testi addotti, come già detto, assistito all’incidente".

Si tratta di una valutazione che compete al giudice di merito ed, essendo correttamente motivata, non è censurabile in questa sede.

Le conclusioni - come rileva lo stesso giudice di merito - non sono dissimili anche a volere ricondurre la fattispecie nell’alveo della responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, disciplinata dall’art. 2051 cod. civ..

Infatti, anche se tale tipo di responsabilità ha carattere oggettivo, perché possa configurarsi in concreto, è pur sempre necessario che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza.

Sotto il profilo dell’onere della prova, poi, in tema di responsabilità da cose in custodia, la presunzione di colpa stabilita dall’art. 2051 cod. civ., presuppone, pur sempre, la dimostrazione, da parte del danneggiato, dell’esistenza del nesso causale tra cosa in custodia e fatto dannoso. (Cass. 17.5.2001 n. 6767; Cass. 25.6.2003 n. 10131; Cass. 20.10.2005 n. 20317) Ed, ancora, va sottolineato che l’accertamento del nesso causale tra il fatto illecito e l’evento dannoso rientra tra i compiti del giudice del merito ed è sottratto al sindacato di legittimità della S.C., la quale, nei limiti dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, è legittimata al solo controllo sull’idoneità delle ragioni addotte dal giudice del merito a fondamento della propria decisione (Cass. 10.5.2005 n. 9754).

Per le ragioni già dette, anche in questo caso, correttamente, il giudice del merito ha ritenuto non dimostrata l’esistenza del nesso causale fra il fatto e l’evento di danno Conclusivamente il ricorso va rigettato.

Sussistono giusti motivi per compensare interamente fra le parti le spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.


La Corte rigetta il ricorso. Compensa le spese del giudizio di Cassazione fra le parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della terza sezione civile della Corte di Cassazione, il 9 maggio 2006.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2006


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Venerdì, 09 Febbraio 2007
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