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RESPONSABILITA’ AUTOMOBILISTICA
Sentenze in materia di responsabilità civile, penale, amministrativa - RISARCIMENTO: L’ASSICURAZIONE PUO’ ESSERE TENUTA A PAGARE OLTRE IL MASSIMALE PREVISTO DALLA POLIZZA

a cura di Ugo Terracciano
RESPONSABILITA’ AUTOMOBILISTICA
Sentenze in materia di responsabilità civile, penale, amministrativa
RISARCIMENTO: L’ASSICURAZIONE PUO’ ESSERE TENUTO A PAGARE OLTRE IL MASSIMALE PREVISTO DALLA POLIZZA
a cura di Ugo Terracciano*

(ASAPS) Si chiama “massimale”, ma evidentemente nel diritto assicurativo la semantica non è poi così determinante. Infatti, non si tratta della somma massima che la Compagnia assicuratrice è tenuta a sborsare qualora si sia resa inadempiente di fronte ad una richiesta di risarcimento avanzata per tempo dalla vittima di un incidente stradale. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione in una recente sentenza (n. 17460/2006), ritenendo appunto che al massimale, a titolo di responsabilità per inadempimento, possono essere aggiunti gli interessi legali nel tempo maturati e la rivalutazione delle somme dovute.

Va innanzitutto osservato, a sostegno della decisione, che l’assicuratore è direttamente responsabile nei confronti del danneggiato che abbia avanzato rituale richiesta. L’art. 22 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, in tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, prevede infatti che l’azione per il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli o dei natanti, può essere proposta solo dopo che siano decorsi sessanta giorni da quello in cui il danneggiato abbia chiesto all’assicuratore il risarcimento del danno a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento. Quindi, una volta scaduto il termine di sessanta giorni, l’assicuratore è in mora verso il danneggiato.

In tal caso, non solo l’obbligazione dell’assicuratore verso il danneggiato può superare i limiti del massimale (per "mala gestio" cosiddetta impropria) a titolo di responsabilità per l’inadempimento di un’obbligazione pecuniaria, ma non sussiste neanche la necessità che egli alleghi prova del danno quanto agli interessi maturati sul massimale per il tempo della mora ed al saggio degli interessi legali.

Sul piano strettamente procedurale, poi, non è necessario che il danneggiato proponga già in primo grado, nell’ambito dell’azione diretta, anche una domanda di responsabilità dell’assicuratore per colpevole ritardo, ma è sufficiente che egli, dopo aver dato atto di aver costituito in mora l’assicuratore, richieda anche gli interessi ed il maggior danno da svalutazione ex art. 1224 cod. civ., ovvero formuli la domanda di integrale risarcimento del danno, che è comprensiva sia della somma rappresentata dal massimale di polizza, sia delle altre somme che al massimale possono essere aggiunte per interessi moratori, rivalutazione e spese (Cass. 5 settembre 2005, n. 17768; Cass. 8 luglio 2003, n. 10725).

Il danneggiato non deve necessariamente proporre contro l’assicuratore una specifica domanda di responsabilità per colpevole ritardo (mala gestio c.d. impropria) ma è sufficiente che egli, dopo aver dato atto di aver costituito in mora l’assicuratore, richieda anche gli interessi ed il maggior danno da svalutazione ex art. 1224 cod. civ, oppure formuli la domanda di integrale risarcimento del danno, che è comprensiva sia della somma rappresentata dal massimale di polizza, sia delle altre somme che al massimale possono essere aggiunte per interessi moratori, rivalutazione e spese. Ne consegue che, allorquando la sentenza di primo grado liquidi una somma che, essendo inferiore al massimale, non pone il problema del suo superamento, il danneggiato stesso, in sede di impugnazione, non ha l’onere di specificamente impugnare il mancato riconoscimento della responsabilità dell’assicuratore per mala gestio, essendo sufficiente che egli impugni la sentenza stessa per conseguire l’integrale risarcimento del danno perchè il Giudice d’appello, ricorrendone i presupposti, emetta condanna dell’assicuratore por il pagamento di interassi, rivalutazione e spesa (queste ultime se provate), anche oltre i limiti del massimale.



* Funzionario della Polizia di Stato e
Docente di Politiche della Sicurezza
Presso l’Università di Bologna

 

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Giurisprudenza di Legittimità

corte di Cassazione Civile

Sentenza 31 luglio 2006, n. 17460


Svolgimento del processo

Il Tribunale di Roma condannò S.M.G. e la Compagnia Tirrena di Ass.ni in L.C.A. al pagamento in favore di S.S. della somma di L. 46.891.000 a titolo di risarcimento del danno da sinistro stradale.

A seguito dell’impugnazione dell’infortunato, la Corte d’Appello di Roma elevò l’importo risarcitorio alla somma di L. 427.155.000, contenendo la condanna nei confronti della Compagnia in L. 200 milioni, corrispondente al massimale di legge all’epoca del sinistro.

Propone ora ricorso per Cassazione S.S., svolgendo un unico motivo. Risponde con controricorso la Compagnia Tirrena di Ass.ni in L.C.A.. Entrambe le parti hanno depositato memorie per l’udienza.


Motivi della decisione

Censurando la violazione e falsa applicazione degli arrt. 323,324, 346 e 336 cod. Proc. civ., della legge 990 del 1969, art. 19 e 21, nonchè i vizi della motivazione, il ricorrente censura il punto della sentenza laddove "...sottolineato come non risultino formulate specifiche censure in ordine al mancato riconoscimento di comportamenti dilatori della società assicuratrice suscettibili di legittimare il superamento dei massimali ..." è stata contenuta la condanna a carico della Compagnia in L. 200 milioni, "incontestatamente indicato quale massimale di legge all’epoca del sinistro".

Sotto un primo profilo il ricorrente sostiene che l’affermazione dell’impossibilità di ravvisare nel comportamento dell’assicuratrice la mala gestio era incidentalmente contenuta nella sola motivazione della sentenza di primo grado, sicchè la mancata estensione della condanna solidale contro la stessa (in quel grado di gran lunga inferiore all’importo del massimale), oltre i limiti del massimale di legge, non costituiva autonoma statuizione determinante la soccombenza. Di conseguenza, non era necessaria una specifica censura relativa a quel punto, bensì era necessaria l’integrale riproposizione in appello della domanda (effettivamente riproposta) tesa alla condanna solidale della compagnia nella stessa misura (se del caso, dunque, anche oltre i limiti del massimale) che sarebbe stata determinata a carico dell’assicurato. Siffatta domanda era sufficiente a determinare la piena devoluzione al Giudice dell’appello anche della questione concernente la sussistenza o meno della "mala gestio".

Sotto un secondo profilo, il ricorrente argomenta che, anche a voler ritenere quello relativo alla mala gestio della Compagnia un autonomo capo della sentenza di primo grado, esso sarebbe stato comunque coinvolto, quale capo dipendente ed in base all’effetto espansivo interno disciplinato dall’art. 336 cod. proc. civ., dall’accoglimento in appello del distinto capo concernente il quantum liquidatorio, con conseguente elisione dell’onere di specifica impugnazione.


Il ricorso è fondato nei limiti di cui si dirà.

E’ stato già chiarito, in tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, che l’assicuratore, a seguito della richiesta del danneggiato formulata della 990 del 1969, ex art. 22, è direttamente obbligato ad adempiere nei suoi confronti il debito d’indennizzo derivante dal contratto di assicurazione.

Una volta scaduto il termine di sessanta giorni da detta norma previsto, l’assicuratore è in mora verso il danneggiato, qualora sia stato posto nella condizione di determinarsi in ordine all’an ed al quantum della responsabilità del suo assicurato.

In tal caso l’obbligazione verso il danneggiato dell’assicuratore può superare i limiti del massimale (per "mala gestio" cosiddetta impropria) a titolo di responsabilità per l’inadempimento di un’obbligazione pecuniaria e, quindi, senza necessità di prova del danno quanto agli interessi maturati sul massimale per il tempo della mora ed al saggio degli interessi legali, ed oltre questo livello in presenza di allegazione e prova (anche tramite presunzioni) di un danno maggiore.

Inoltre, per ottenere la corresponsione degli interessi e rivalutazione oltre il limite del massimale non è necessario che il danneggiato proponga già in primo grado, nell’ambito dell’azione diretta, anche una domanda di responsabilità dell’assicuratore per colpevole ritardo, ma è sufficiente che egli, dopo aver dato atto di aver costituito in mora l’assicuratore, richieda anche gli interessi ed il maggior danno da svalutazione ex art. 1224 cod. civ., ovvero formuli la domanda di integrale risarcimento del danno, che è comprensiva sia della somma rappresentata dal massimale di polizza, sia delle altre somme che al massimale possono essere aggiunte per interessi moratori, rivalutazione e spese (per questi concetti, cfr. soprattutto Cass. 5 settembre 2005, n. 17768, nonchè Cass. 8 luglio 2003, n. 10725).

E’ stato, inoltre, spiegato che l’omissione, da parte del danneggiato, di una esplicita istanza di risarcimento del danno dovuto alla mora dell’assicuratore, non può essere ritenuta abdicativa del diritto alla corresponsione di interessi e rivalutazione, essendo in contrasto con il suo interesse ad ottenere l’integrale risarcimento (Cass. 5 settembre 2005, n. 17768). E ciò, diversamente dalla "mala gestio" propria, la quale, sostanziandosi nella domanda dell’assicurato di essere tenuto indenne anche oltre il massimale di polizza, deve essere espressamente formulata, non potendo ritenersi implicita nella chiamata in causa dell’assicuratore da parte dell’assicurato nel corso del giudizio introdotto dal terzo danneggiato (Cass. 25 maggio 2004, n. 10036).

A seguito di quanto premesso, può essere affermato che, in tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, il danneggiato non deve necessariamente proporre contro l’assicuratore una specifica domanda di responsabilità per colpevole ritardo (mala gestio c.d. impropria) ma è sufficiente che egli, dopo aver dato atto di aver costituito in mora l’assicuratore, richieda anche gli interessi ed il maggior danno da svalutazione ex art. 1224 cod. civ., ovvero formuli la domanda di integrale risarcimento del danno, che è comprensiva sia della somma rappresentata dal massimale di polizza, sia delle altre somme che al massimale possono essere aggiunte per interessi moratori, rivalutazione e spese. Ne consegue che, allorquando la sentenza di primo grado liquidi una somma che, essendo inferiore al massimale, non pone il problema del suo superamento, il danneggiato stesso, in sede di impugnazione, non ha l’onere di specificamente impugnare il mancato riconoscimento della responsabilità dell’assicuratore per mala gestio, essendo sufficiente che egli impugni la sentenza stessa per conseguire l’integrale risarcimento del danno perchè il Giudice d’appello, ricorrendone i presupposti, emetta condanna dell’assicuratore por il pagamento di interassi, rivalutazione e spesa (queste ultime se provate), anche oltre i limiti del massimale.

Nella specie, è indiscusso che il massimale obbligatorio ammontava all’epoca a L. 200 milioni. Il primo Giudice emise condanna risarcitoria solidale, a carico del danneggiante e dell’assicuratore, per L. 46.891.000. Il Giudice d’appello elevò il risarcimento a L. 427.155.000. Il problema del superamento del massimale non s’è, dunque, neppure posto nella sentenza di primo grado, mentre è emerso in quella di secondo grado. Dai principi sopra affermati discende che erroneamente la sentenza impugnata ha contenuto la domanda a carico dell’assicuratore nei limiti del massimale, sul presupposto che il danneggiato non avesse formulato specifiche censure in ordine al mancato riconoscimento (da parte del primo Giudice) di comportamenti dilatori dell’assicuratore stesso. Ciò, sia in quanto la prima sentenza non conteneva una statuizione capace di passare in giudicato relativamente al risarcimento della mala gestio c.d. impropria, sia in quanto una siffatta statuizione non avrebbe comunque soddisfatto alcun interesse delle parti, visto che la condanna emessa dal Tribunale era di gran lunga al di sotto dei limiti del massimale.

Il Giudice d’appello, dunque, ricorrendone i presupposti, avrebbe dovuto eventualmente provvedere contro la compagnia per interessi, rivalutazione e spese (queste ultime se provate), anche oltre i limiti del massimale (siffatti limiti, intrinseci alla responsabilità da mala gestio c.d. impropria, vanno marcati, in quanto il ricorso sembra adombrare l’insostenibile pretesa di ottenere dalla compagnia, oltre il limite del massimale, l’intero risarcimento del danno come liquidato nella sentenza d’appello).

E’ per questo che la sentenza deve essere cassata ed il Giudice del rinvio si adeguerà al principio sopra enunciato, provvedendo anche sulle spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie per quanto di ragione il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma, anche per le spese del giudizio di Cassazione.

Così deciso in Roma, il 11 luglio 2006.

 

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2006


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Mercoledì, 10 Gennaio 2007
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