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RESPONSABILITA’ AUTOMOBILISTICA
Sentenze in materia di responsabilità civile, penale, amministrativa - DEVE ESSERE ASSICURATA L’AUTO, ANCHE SE FERMA IN UN’AREA PRIVATA AD USO PUBBLICO

a cura di Ugo Terracciano
RESPONSABILITA’ AUTOMOBILISTICA
Sentenze in materia di responsabilità civile, penale, amministrativa
Deve essere assicurata l’auto, anche se ferma in un’area privata ad uso pubblico
a cura di Ugo Terracciano*

(Asaps) Non importa se un’area è privata, quello che conta, in caso di incidente, è solamente l’uso che di quel luogo ordinariamente si fa. Con questa motivazione, la Cassazione (sent. 13254/2006) è tornata a trattare dell’annoso problema della copertura assicurativa dei veicoli in aree di proprietà privata. Dando ragione al pretore il quale, in prima istanza, aveva stabilito che, ai fini dell’applicazione della normativa sull’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore (legge 24 dicembre 1969, n. 990), è indifferente la natura pubblica o privata dell’area aperta alla circolazione, poiché “è rilevante soltanto l’uso pubblico della stessa”, la Suprema Corte ha ribadito un orientamento oramai piuttosto datato ed incontrastato. Per uso pubblico, secondo detto orientamento – si intende l’apertura dell’area e della strada ad un numero indeterminato di persone e cioè la possibilità giuridicamente lecita di accesso da parte del pubblico (Cass., 12.2.1996, n. 1062; Cass., 12.8.1995, n. 8846).

A questo punto, dunque, diventa essenziale l’individuazione dei parametri che consentono la definizione di questo uso.

Il caso era stato originato da un investimento di un pedone in un’area di cui non era ben provata la natura, se pubblica o privata. La parte lesa aveva prodotto una certificazione dell’Ufficio Tecnico Comunale il quale interpellato in merito aveva attestato che il cortile nel quale era avvenuto il sinistro era da considerarsi alla stregua di una pubblica via, ma il pretore non aveva tenuto in debita considerazione detta risultanza. In realtà, la certificazione non si dimostrava affatto determinante poiché, appunto, quello che interessava ai fini della definizione della causa era l’uso dell’area o meglio la sua utilizzabilità, a prescindere dalla proprietà. In quanto ai parametri per definirla, questa utilizzabilità, l’area di parcheggio o sosta di un veicolo, quando risulta priva di recinzione o riparo protettivo o cartello ben visibile - mezzi tutti idonei ad impedire l’accesso a veicoli altrui - deve considerarsi come strada di uso pubblico, ancorché risulti di proprietà privata.

Del resto, è quello che si evince dalla lettura dell’art.1 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, il quale prevede l’obbligo dell’assicurazione della responsabilità civile per i veicoli a motore posti in circolazione "su strade di uso pubblico o su aree a queste equiparate". E per l’art. 2 del D.P.R. 24 novembre 1970, n. 973 (Regolamento esecutivo della legge n. 990 del 1969), aree equiparate alle strade di uso pubblico sono da considerarsi quelle, di proprietà pubblica o privata, aperte alla circolazione del pubblico.

Per questo motivo la Cassazione ha stabilito per esempio, che per l’osservanza dell’obbligo di assicurare il veicolo sussiste anche nel cortile privato utilizzato per l’accesso di clienti e fornitori di un negozio, poiché come più volte ripetuto è indifferente la natura pubblica o privata dell’area aperta alla circolazione, essendo rilevante soltanto la possibilità giuridicamente lecita di accesso da parte del pubblico, ossia di tutti i soggetti diversi dai titolari dei diritti stessi (Cass., 7 maggio 1992, n. 5414; Cass., 25 agosto 1989, n. 3785).

Nello stesso senso si era espressa anche la giurisprudenza penale, prima della depenalizzazione della violazione dell’art. 32 della legge n. 990 del 1969 ritenendo in circolazione il veicolo che si trovava temporaneamente in sosta sulla pubblica via per riparazioni ad opera di un’officina meccanica (Cass. pen., 21 aprile 1981, n. 3694). A nulla era servito, in quella circostanza, far notare che il mezzo si trovava in quell’area privo di ruote e quindi nell’impossibilità di mettersi in marcia. E’ evidente che, per la Cassazione, muoversi e circolare non sono sinonimi.(Asaps)

* Funzionario della Polizia di Stato e
Docente di Politiche della Sicurezza
Presso l’Università di Bologna

 

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Cassazione Civile

Sentenza 6 giugno 2006, n. 13254

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 7.6.1996 N.C. conveniva in giudizio, avanti al Pretore di Nocera Inferiore, C.S. e la Assitalia Ass.ni S.p.A. chiedendo la condanna al risarcimento dei danni subiti a seguito di gravi lesioni personali provocate dal veicolo condotto dalla C., che l’aveva investita mentre percorreva a piedi Via (OMISSIS) in San Marzano sul Sarno.

Si costituiva la Assitalia S.p.A. contestando la domanda attrice. La C. rimaneva contumace.

Istruita la causa con la produzione di documenti ed assunzione di prova per testi, disposta C.T.U., il Pretore adito, con sentenza del 10.5.1999 rigettava la domanda.

Avverso la predetta sentenza proponeva appello N.C..

Si costituiva l’Assitalia Ass.ni S.p.a. contestando il gravame;

rimaneva contumace C.S..

La Corte d’Appello di Salerno con sentenza n. 289/2001, depositata il 5.9.2001, rigettava l’appello per mancanza assoluta di prova sulla dinamica dell’incidente, non ritenendo inoltre rilevante il contenuto della certificazione del responsabile dell’Ufficio Area Tecnica del Comune di San Marzano in ordine all’apertura al pubblico dello spazio in cui avveniva il sinistro, e compensava integralmente le spese processuali.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per Cassazione N. C. per due motivi.

Non resistevano gli intimati.

Motivi della decisione

Il ricorso viene affidato ai seguenti motivi:

1) Violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. Nullità della sentenza per assoluta carenza di motivazione e, comunque, contraddittorietà della stessa.

2) Omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Con il primo motivo la ricorrente assume che la Corte d’Appello ha violato le disposizioni dell’art. 345 c.p.c., comma 2, e art. 352 c.p.c., motivando la sentenza con un’insussistenza assoluta di prova in ordine all’evento dannoso. La Corte, precisamente, avrebbe frettolosamente liquidato la questione relativa all’errata valutazione delle prove da parte del giudice di primo grado. Secondo la ricorrente, cioè, sarebbe stata data la piena prova ed incontrovertibile dell’accadimento dell’evento attraverso l’escussione dei testi e la produzione di copiosa documentazione.

Tale censura è inammissibile e quindi da rigettarsi perchè il giudizio espresso non è sindacabile in sede di legittimità, trattandosi, nel caso, di valutazione delle prove.

Il Supremo Collegio ha infatti statuito al riguardo che è devoluta al giudice del merito l’individuazione delle fonti del proprio convincimento e, pertanto, anche la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, nonchè la scelta, fra le risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, privilegiando in via logica taluni mezzi di prova e disattendendone altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio, con l’unico limite della adeguata e congrua motivazione del criterio adottato (Cass., 23.4.2001, n. 5964).

Con il secondo motivo la ricorrente deduce che la Corte, senza motivazione, ha negato ogni rilevanza al contenuto della certificazione del responsabile dell’Ufficio Area Tecnica del Comune di San Marzano sul Sarno, da cui emergerebbe la piena libertà di transito nel cortile di Via (OMISSIS) con civico 22 da parte di veicoli e di pedoni, con conseguente parificazione di detto cortile ad area pubblica.

La Corte territoriale ha osservato che, ai fini dell’applicazione della normativa sull’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore di cui alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, è indifferente la natura pubblica o privata dell’area aperta alla circolazione poichè rilevante è soltanto l’uso pubblico della stessa, per tale intendendosi l’apertura dell’area e della strada ad un numero indeterminato di persone e cioè la possibilità giuridicamente lecita di accesso da parte del pubblico (Cass., 12.2.1996, n. 1062; Cass., 12.8.1995, n. 8846).

Ha precisato la sentenza impugnata che la documentazione fotografica prodotta evidenzia trattarsi di cortile interno al fabbricato, posto al servizio esclusivo dei condomini dello stesso e non certo aperto ad un pubblico indifferenziato.

Trattasi quindi di una valutazione di merito anche in ordine alle rilevanze di quella certificazione.

Anche tale motivo è quindi da rigettarsi.

Nulla per le spese non essendosi costituita l’intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta. Nulla spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 22 febbraio 2006.

Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2006

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CASSAZIONE CIVILE

Sezione Prima

Sentenza 12 febbraio 1996, n. 1062

 Svolgimento del Processo

Con ricorso al Pretore di Sciacca depositato il 2 novembre 1990 Onofrio Tavormina proponeva opposizione avverso l’ordinanza-ingiunzione con cui il prefetto di Agrigento gli aveva ingiunto il pagamento di L. 1.200.000, a titolo di sanzione amministrativa, per avere posto in circolazione il proprio veicolo sprovvisto della copertura assicurativa prescritta dall’art. 32, primo comma della legge n. 990 del 1969. L’opponente deduceva che la vettura si trovava parcheggiata all’interno di un’autofficina per le riparazioni, priva delle due ruote anteriori e non funzionante, sicché, non essendo in sosta sulla pubblica via, non era soggetta all’obbligo dell’assicurazione.

Il pretore, con la sentenza depositata il 31 maggio 1991, ha accolto l’opposizione. Il pretore ha premesso che, dal verbale di accertamento della guardia di finanza, risultava che l’autovettura si trovava posteggiata "a fianco" l’officina meccanica di Polimeno Nicolò, per riparazioni. Tale equivoca dizione non consentiva di evincere la natura dell’area in cui il veicolo si trovava, potendo "trattarsi di spazio normalmente utilizzato dalla officina per il parcheggio delle vetture da riparare, e quindi non destinato alla circolazione dei veicoli". Da ciò il pretore ha desunto la insussistenza della violazione, non potendo considerarsi in circolazione il veicolo parcheggiato su area privata non aperta al transito delle vetture.

Avverso la sentenza del pretore la prefettura di Agrigento ha proposto ricorso per cassazione. L’intimato non ha svolto attività difensiva davanti a questa Corte.

Motivi della decisione

1.- Con l’unico motivo di ricorso la prefettura deduce vizi di motivazione e la violazione e falsa applicazione dell’art. 1 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5. L’amministrazione ricorrente lamenta, in primo luogo, che la sentenza impugnata è contraddittoria, perché, dopo avere osservato che dal rapporto di polizia nulla si rileva sull’esatta ubicazione del veicolo, conclude affermando che il veicolo era parcheggiato su area privata non aperta al transito.

Tale conclusione, in secondo luogo, si pone in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte in ordine alla determinazione dei luoghi ove i veicoli a motore sono tenuti all’obbligo assicurativo. Secondo detta giurisprudenza, l’area di parcheggio o sosta di un veicolo, quando risulta priva di recinzione o riparo protettivo o cartello ben visibile - mezzi tutti idonei ad impedire l’accesso a veicoli altrui -, deve considerarsi come strada di uso pubblico, ancorché risulti di proprietà privata.

Al contrario, alla stregua delle argomentazioni del pretore, sarebbe legittima l’utilizzazione, da parte di officine meccaniche, di suolo pubblico come spazio privato.

2.- Il ricorso è fondato in tutte le sue censure.

Innanzitutto la motivazione della sentenza del pretore è intrinsecamente contraddittoria, perché, dopo avere rilevato che "l’equivoca dizione dei verbalizzanti" in ordine al luogo in cui si trovava l’autovettura del Tavormina "non consente in nessun modo al decidente di evincere la natura dell’area in cui si trovava il veicolo in sosta per le riparazioni", ne ha subito dopo tratto la conclusione che si trattava "di spazio normalmente utilizzato dalle officine per il parcheggio delle vetture da riparare, e quindi non destinato alla circolazione dei veicoli".

Siffatta conclusione non è coerente con la rilevata assenza di elementi probatori sulla natura dell’area su cui si trovava il veicolo, né essa è dal pretore appoggiata su qualunque considerazione idonea a superare la assenza medesima.

È opportuno ricordare che la dizione usata dai verbalizzanti, considerata dal pretore "equivoca", avrebbe potuto giustificare l’esercizio dei poteri probatori di ufficio previsti dall’art. 23, sesto comma della legge 24 novembre 1981, n. 689, che consente al pretore di "disporre la citazione di testimoni anche senza la formulazione di capitoli".

3.- Va, poi, osservato che il principio affermato dal pretore - e in applicazione del quale egli ha ritenuto la insussistenza della violazione contestata -, oltre che incoerente con la situazione probatoria rilevata dallo stesso giudicante, è erroneo perché contrasto con l’art. 1 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, il quale prevede l’obbligo dell’assicurazione della responsabilità civile per i veicoli a motore posti in circolazione "su strade di uso pubblico o su aree a queste equiparate". Aree equiparate alle strade di uso pubblico sono considerate quelle, di proprietà pubblica o privata, aperte alla circolazione del pubblico (art. 2 del D.P.R. 24 novembre 1970, n. 973, contenente il regolamento esecutivo della legge n. 990 del 1969)

Per l’osservanza di detto obbligo è, perciò, indifferente la natura pubblica o privata dell’area aperta alla circolazione, essendo rilevante soltanto l’uso pubblico della stessa, per tale intendendosi l’apertura dell’area ad un numero indeterminato di persone, e cioè la possibilità giuridicamente lecita da accesso da parte del pubblico, ossia di tutti i soggetti diversi dai titolari dei diritti stessi (Cass., 7 maggio 1992, n. 5414; Cass., 25 agosto 1989, n. 3785, che ha ritenuto equiparato alla strada di uso pubblico "il cortile privato che serviva per l’accesso di clienti e fornitori ad un negozio").

Nello stesso senso si era espressa anche la giurisprudenza penale, prima della depenalizzazione della violazione dell’art. 32 della legge n. 990 del 1969: Cass. pen., 21 aprile 1981, n. 3694 aveva ritenuto in circolazione il veicolo che si trovava temporaneamente in sosta sulla pubblica via per riparazioni ad opera di una officina meccanica.

La sentenza impugnata, nell’affermare che non è destinato alla circolazione dei veicoli "lo spazio normalmente utilizzato dalla officina per il parcheggio delle vetture da riparare", non ha tenuto conto dell’ambito di applicazione definito dall’art. 1 della legge n. 990 del 1969 e dall’art. 2 del D.P.R. n. 973 del 1970, secondo cui sussiste l’obbligo assicurativo anche per i veicoli che si trovano in sosta su aree aperte alla circolazione del pubblico.

4.- In conclusione, la sentenza impugnata va cassata e la causa va rinviata al pretore di Sciacca che, nella persona di diverso magistrato, giudicherà nuovamente sulla opposizione proposta dal Tavormina.

Il giudice di rinvio si pronunzierà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al pretore di Sciacca, anche per le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma il 14 luglio 1995.


© asaps.it
Lunedì, 04 Dicembre 2006
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