Mercoledì 03 Giugno 2020
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Rassegna stampa Alcol e guida del 10 novembre 2006

A cura di Alessandro Sbarbada e Roberto Argenta

VARESENEWS

Varese - La campagna lanciata da Provincia, Asl, scuole e autoscuole: i risultati dell’educazione arriveranno tra qualche anno

«Cinquanta feriti al giorno per incidenti», parte "Ruote sicure"

Una campagna per la sicurezza sulla strada dai numeri impressionanti quella presentata oggi, venerdì 10 novembre, a Villa Recalcati dalle scuole, dalla motorizzazione civile, Unasca e Provincia. Tre mila ragazzi coinvolti tra scuole medie e scuole superiori nei vari corsi di sicurezza stradale "Ruote sicure" che dal 2002 annualmente viene proposta agli studenti dagli 11 ai 18 anni d’età. Così Carlo Baroni, assessore provinciale alla viabilità, insieme all’assessore alla Polizia provinciale Giuseppe De Bernardi Martignoni e all’assessore alla formazione e alla scuola Andrea Pellicini hanno descritto i cinque anni trascorsi dall’inizio dei corsi di educazione stradale.

Nell’anno delle morti in moto, che hanno subito un’impennata in numero di incidenti e gravità delle conseguenze, assume un valore strategico per il futuro questa serie di corsi dedicati soprattutto ai ragazzi che si approcciano alla strada tramite il classico ciclomotore. «Sia i nostri corsi, che prevodono teoria e pratica, che l’inserimento del patentino stanno creando una buona base di educazione stradale per la quale vedremo i risultati nei prossimi anni - sostengono i promotori del progetto - creare una cultura della strada e dell’andare in moto è il metodo migliore per abbattere quella mancanza che è presente in molti motociclisti di oggi i quali in gioventù non hanno avuto questo tipo di formazione».

Secondo i responsabili di "Ruote sicure" entro una decina d’anni si vedranno sulle nostre strade guidatori molto più preparati degli attuali con un sensibile abbassamento di incidentalità e morti conseguenti. La Provincia ha investito dal 2002 ad oggi quasi 300 mila euro e ha trovato nell’Unione delle autoscuole (Unasca), nel provveditorato agli studi, l’Asl e nella Motorizzazione civile gli alleati ideali per combattere il fenomeno assurdo delle morti su strada. «Assurdo è il numero di morti che ancora oggi restano a terra in seguito agli incidenti - spiega Baroni - di certo non si può eliminare definitivamente il problema anche a causa dell’aumento del numero dei veicoli sulle nostre strade». Interessante anche il dato della Prefettura che parla di una media di «50 incidenti al giorno con feriti in provincia».

Attualmente, infatti, vige una norma che chiede di segnalare tutti gli incidenti con feriti agli uffici preposti della Prefettura la quale dovrà poi stilare statistiche provincia lei per capire la frequenza di ogni tipo di incidente. Importante anche il fronte della prevenzione dei rischi derivanti dalla guida in stato di ebrezza: «Anche qui i dati fanno riflettere - come sottolinea la dottoressa Franca Sambo dell’Asl di Varese - abbiamo notato come le infrazioni per guida in stato d’ebrezza siano passate da 321 nel ’99 a 2128 nel 2005». Il dato risente dell’abbassamento della soglia di alcolemia da 0.8 a 0.5 ma anche dei maggiori e sempre più tecnologici controlli da parte delle forze dell’ordine.


GOMARCHE.IT

Stammibene e Capocenere protagonisti al Much More

Sabato 11 Novembre al Much More di Matelica, serata di spettacolo e prevenzione ideata e realizzata in partnership dal Comune di Matelica, dal Much More e da Stammibene.

MATELICA (MC) - Un tema serio come la prevenzione dell’HIV si può trattare in modo leggero? Secondo noi non solo si può, ma si deve. Ed ecco come nasce una serata all’insegna del buon umore che si lega al benessere, con lo spettacolo del comico e nostro nuovo testimonial Claudio Batta (alias Capocenere), con un’happy hour analcolico, con lo stand di Stammibene., gadget, opuscoli informativi ecc.

La serata prende origine da una collaborazione nata non più di qualche mese tra noi di Stammibene., il Comune di Matelica e la discoteca Much More e con il constributo dell’Azienda Farmacia comunale di Matelica.

Ecco come si configura questo sabato 11 novembre 2006 al Much More di Matelica:(entro le 24.30 ingresso gratuito per tutti)durante la serata "happy hour analcolico", cioè le bibite analcoliche saranno gratis per tutti. E poi, ovviamente, la presenza dello stand Stammibene. con informazioni e gadget su droghe, alcol e hiv.

Inoltre, come di consueto, il servizio di etilotest, cioè la possibilità gratuita per tutti di verificare il proprio tasso alcolico presso lo stand.

La serata di musica e ballo, nelle due sale del Much More con i dee jay e i vocalist sotto la direzione artistica di Luciano Beniani prevede un pezzo forte: i monologhi irresistibili di CAPOCENERE (personaggio che ha lanciato Claudio Batta su ZELIG) nelle vesti di testimonial della prevenzione dei comportamenti a rischio tra i giovani.


LA PROVINCIA DI CREMONA

Alcolismo, progetto per i più giovani

Un’opportunità di autonomia per giovani con problemi di alcolismo. Il progetto verrà presentato questa mattina presso il palazzo della Provincia alle 9,30. Interventi di Diego Maltagliati, Giorgio Cerizza, Lamberto Grillotti, Gianni Risari, Luca Brambatti, Sarah Carfi e Lorenzo Donati. L’iniziativa è dell’ospedale Maggiore (unità di Alcologia) con il Comune di Rivolta d’Adda.


LA PROVINCIA DI LECCO

Fuori strada la guerra alla bottiglia Civenna mette sotto accusa il Triangolo Lariano
Un fallimento totale il progetto prevenzione

Paola Cavallé

CIVENNA Per il vicesindaco di Civenna Paola Cavallé, il progetto «FuoriStrada», un programma specifico di interventi a favore dei giovani organizzato dalla comunità montana del Triangolo Lariano e dai Comuni, è stato «un fallimento totale». Sono le parole usate dalla stessa Cavallé nel bollare, nel corso dell’ultima assemblea dell’ente sovracomunale con sede a Canzo, il servizio offerto «costato 87mila euro». Un servizio che evidentemente non avrebbe dato i risultati sperati, almeno secondo il numero due del Comune di Civenna. Qualche problema, peraltro, è stato ammesso anche dall’assessore ai servizi sociali Maria Giulia Manzeni, che ha ricordato come siano state «troppo poche le risorse investite in rapporto al numero dei Comuni coinvolti nell’iniziativa». Il «progetto FuoriStrada» è partito un paio di anni fa. Nel 2004 il consorzio Solco in collaborazione con le cooperative sociali «Questa generazione» e «La linea dell’arco» avevano dato vita a un servizio per la prevenzione del cosiddetto disagio giovanile, vale a dire l’abuso di alcol e il consumo di droghe. Inizialmente indirizzato a un numero limitato di paesi, il progetto si è progressivamente allargato fino ad abbracciare i confini di ben 24 Comuni, disperdendo le risorse prima indirizzate a un territorio ben più limitato. «In fase iniziale - ha spiegato la Manzeni - le risorse erano ben distribuite, con interventi sufficienti a ottenere risultati concreti. Con il passare del tempo, le amministrazioni comunali coinvolte sono cresciute, ma le somme a disposizione sono rimaste sempre le stesse. È l’efficacia a essere diminuita». L’attenzione della Cavallé è stata indirizzata alle iniziative avviate in Vallassina, vale a dire sui territori di Asso, Barni, Caglio, Civenna, Lasnigo, Magreglio, Rezzago, Sormano e Valbrona. «Nel mio paese - attacca - il progetto FuoriStrada non ha avuto la benché minima incidenza. Anche quanto teoricamente gli operatori dovevano essere presenti, di fatto non c’erano. Per non parlare, poi, del furgone itinerante: quando l’abbiamo visto a Civenna, si è fermato un quarto d’ora. Peccato, però, che l’arrivo si è verificato alle 15.30 e il rientro del bus di linea degli studenti è fissato alle 15.15. In sostanza, per i giovani non c’è neppure stato il tempo di vederlo». Rivolto ai giovani compresi tra i 13 e i 23 anni, «FuoriStrada» mira prima di tutto a informare i giovani sul problema delle dipendenze. In alcuni casi, ha dato vita a centri d’aggregazione e giornate di festa nei paesi dell’Erbese. Non da ultimo, l’attenzione si fissa sul consumo di alcol che - si legge nel sito del progetto - «nel territorio della Vallassina e dintorni è particolarmente sentito ma anche culturalmente tollerato». «Gli interventi effettuati con le scuole - ha controbattuto la Manzeni - hanno dato un buon risultato, così come del resto quelli fatti sul territorio fino al terzo anno di sperimentazione. Purtroppo le risorse sono troppo poche e, come ha dimostrato l’esperienza, un solo furgone su tutta la Vallassina rappresenta un supporto troppo limitato». «Non tutto, però, è da buttare, visto che ad Asso e Sormano siamo riusciti a fare nascere e successivamente a consolidare due centri d’aggregazione che funzionano egregiamente».

Alberto Gaffuri


WINENEWS

IL VINO E’ PIACERE E SALUTE. BEVI CON SOBRIETÁ”: È LA CONTRO-ETICHETTA DEI VINI DI SAN PATRIGNANO. ANDREA MUCCIOLI DAI MICROFONI DI WWW.WINENEWS.TV LANCIA UNA PROPOSTA AI PRODUTTORI ITALIANI

“Tutti i produttori dovrebbero mettere questa scritta nell’etichetta come indice di responsabilità”: lo afferma Andrea Muccioli, a capo della comunità di San Patrignano, la più grande e famosa comunità di recupero italiana, nell’intervista a www.winenews.tv. A San Patrignano, che negli ultimi anni produce vini consacrati dalla critica enologica, le contro-etichette delle bottiglie recano la scritta “Il vino è piacere e salute. Bevi con sobrietà”. Muccioli spiega che il vino, come molte altre cose, dal lavoro al sesso al gioco, può diventare una droga. I ragazzi di San Patrignano, reduci da un passato di dipendenze, devono imparare a gestire le responsabilità della propria vita, tra cui appunto il consumo di vino: e nella mensa comune che ogni giorno vede riuniti più di 1.800 ragazzi a pranzo e cena è consuetudine berne un bicchiere a pasto, per imparare che il vino, come sottolinea Muccioli, “non è per forza ubriacatura, ma cultura, tradizione, storia, piacere e convivialità”. (*)

 

(*) nota: sarebbe utile a tutti se San Patrignano accettasse di fare una seria verifica su come i ragazzi dimessi dalla comunità riescono concretamente a mettere in pratica quanto scritto sulle etichette del vino da loro prodotto. La maggior parte di quelli che ho conosciuto io non ci sono riusciti.


LA PROVINCIA DI SONDRIO

Una persona su quattro di quelle con tasso etilico superiore al consentito sostiene di poter guidare senza problemi «Mezzo litro di vino al giorno? Fa bene» Gli allarmanti dati degli studi sulla prevenzione: i giovani valtellinesi sottovalutano i rischi dell’alcol

Oltre che nell’alcol, sempre in voga, in tanti cercano il proprio benessere anche in droghe e allucinogeni

(n.l.) Bere mezzo litro di vino al giorno? «Nessun rischio». Guidare con un’alcolemia al di sopra, etilometro alla mano, del limite consentito? «Non c’è problema». Per capire il problema dell’abuso di sostanze psicotrope fra i giovani della provincia di Sondrio qualche dato concreto può aiutare. Soprattutto quando a presentarli sono fonti autorevoli, estremamente vicine al problema. Lo spunto viene dai dati, relativi al 2005, presentati lo scorso giugno nel capoluogo durante il “Workshop sulla prevenzione” organizzato dalla Prefettura in collaborazione con l’Asl provinciale, l’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa e la Cooperativa Lotta contro l’emarginazione (Colce). Un documento che mette a confronto tre tipologie di dati: quelli raccolti attraverso i questionari (circa 1900) raccolti dall’Equipe Mobile del dipartimento dipendenze dell’Asl provinciale e della Colce (lo speciale camper che opera nei contesti del divertimento notturno e permette ai ragazzi di confrontarsi con operatori professionali sui rischi dell’uso di sostanze psicoattive); quelli dei fascicoli relativi alle sospensioni di patenti per alcol e droga ed alle segnalazioni di uso e possesso di queste ultime, nonché dalle analisi effettuate dalla Prefettura di Sondrio nel 2005; gli esiti della ricerca Espad-Italia sulla diffusione delle sostanze psicotrope nella popolazione studentesca (1100 studenti della provincia intervistati). La fotografia che ne esce fa riflettere rispondendo a qualche interrogativo. Le sostanze utilizzate? Alcol sì, ma anche cannabinoidi ed altre tipologie di stupefacenti. I motivi? Voglia di “evadere” o semplice curiosità. Gli effetti? Senso di benessere, ma al tempo stesso la consapevolezza di alcuni disturbi nel comportamento. Il dato più preoccupante? Una percezione del rischio davvero minima, non solo riguardo all’uso ma anche verso il “dopo”. Secondo Espad-Italia rispettivamente il 2% e 3% degli intervistati afferma che non c’è alcun rischio nel bere 4/5 bicchieri di vino al giorno o fumare cannabis regolarmente; 27% e 31% i risultati per la Prefettura. Secondo l’Equipe Mobile invece tra i soggetti con alcolemia oltre il limite legale, ovviamente in base alle rilevazioni degli etilometri in dotazione, il 23% afferma di poter guidare senza problemi, il 34% “ce la posso fare/Forse tra mezz’ora”. Salire in macchina un po’ brilli dunque è una consuetudine… arrivare fino a casa sani e salvi non sempre. Il guaio è che, come avevano sottolineato alcuni relatori nel corso del convegno di giugno, «se non c’è la percezione del problema non c’è nemmeno la voglia di superarlo» Il consumo di cannabis e stimolanti, ma anche di allucinogeni, appare piuttosto diffuso: secondo Espad-Italia (i cui rilevamenti riguardano consumatori meno esperti) il 30% degli studenti contattati si è fatto almeno una “canna” negli ultimi dodici mesi, il 7% ha usato stimolanti (cocaina, anfetamine). Per la Prefettura, tra consumatori “maturi” (già sanzionati dalle forze dell’ordine), il 97% ha fatto uso di cannabis (96% invece per chi ha compilato il questionario dell’Equipe Mobile), il 43% di stimolanti, il 24% di allucinogeni. Perché si usano? Rispettivamente il 62% ed il 44% dei soggetti lo fa per curiosità e sperimentarne l’effetto. Il 12% e 27% per “andare fuori”, 7 e 8% per dimenticare i problemi.


LA PROVINCIA DI SONDRIO

L’intervista riccardo radaelli referente territoriale del colce «Ma il proibizionismo non serve»

(n.loc.) Alcol e giovani. Riccardo Radaelli, referente territoriale del Colce (Cooperativa lotta contro l’emarginazione), conosce piuttosto bene il tema. Da anni l’associazione è in prima fila nell’azione di prevenzione e contrasto dell’abuso di sostanze psicotrope tra i giovani. Colce partecipa al progetto “Equipe mobile” dell’Asl di Sondrio, e collabora attivamente con la Prefettura del capoluogo. Radaelli, si tornerà al proibizionismo? «Il proibizionismo non è una soluzione, e nemmeno predicare l’astensionismo. Come si fa a proibire un comportamento poi messo in atto dagli adulti intorno? (*) E poi i ragazzi si arrangerebbero comprando al supermercato (come del resto già accade) alcolici per berseli poi da qualche parte: i rischi sarebbero addirittura maggiori perché sarebbero davvero da soli, nemmeno più vicino ai locali ed ai luoghi di divertimento. E sarebbe ancora più difficile aiutarli» Divertimento, alcol, eccessi, incidenti: voi che siete sempre sulla strada conoscete la situazione. «Questo è un problema tra i problemi: se non hai la macchina in Valtellina non ti muovi. Va bene i controlli delle forze dell’ordine, però forse il primo passo sarebbe trovare un’alternativa, strutturale e comportamentale. Da un lato mezzi per spostarsi (non solo i discobus ma anche treni speciali per esempio) dall’altro puntare ad una maggiore consapevolezza tra i ragazzi: cioè a turno si sta sobri per poter guidare e portare tutti a casa». L’impressione è che per agire serva un piano ben preciso. «Soprattutto a livello istituzionale: c’è un po’ di disordine normativo ed organizzativo con sovrapposizioni, messaggi contraddittori, iniziative simili, spreco di risorse, voglia di protagonismo di enti e associazioni. Invece per prevenire e intervenire serve un coordinamento tra le forze, un progetto globale guidato, faccio un esempio, dalla Prefettura con linee di indirizzo condivise». Per trovare soluzioni è però fondamentale anche il tipo di approccio: quando si parla di alcol e droghe il guaio è generalizzare o essere superficiali. «Noi crediamo nell’importanza di agire sul campo, a contatto coi ragazzi. E’ dall’agosto del 2002 che il nostro camper lavora sul territorio, e raccogliamo dati con questionari attraverso un approccio tecnico-scientifico. Partiamo con l’idea non, o non solo, di affrontare la situazione di chi è alcoldipendente, ma ci sforziamo di capire i modelli di comportamento saltuari come chi beve solo in determinate situazioni. Non si può ridurre tutto all’incoscienza giovanile, il discorso è molto più ampio» Le campagne moralizzatrici possono servire? «Da come la vedo io non ha senso una campagna contro i gestori di pub, discoteche eccetera, perché si tratta comunque di “imprese” che hanno diritto di esistere e di fare i propri interessi commerciali. E non ha senso nemmeno demonizzare l’alcol, perché è innegabile che sia un elemento fortemente legato a questo territorio, in senso economico e culturale, e sarebbe un atteggiamento contraddittorio: se ci pensiamo, le nostre istituzioni sostengono iniziative e degustazioni (i Crotti, Calici di Stelle, Morbegno in cantina per citarne alcune) in cui il bere, al di là degli eccessi, è protagonista». Quale la strada da seguire? «Serve una riflessione culturale collettiva; anche voi media invece di dare titoloni alle “tragedie del sabato sera” potreste dedicare più spazio alle riflessioni che al fatto di cronaca vero e proprio. Abbassare i toni può servire. Dal canto nostro continueremo a cercare un confronto sereno con i ragazzi».



(*) Nota: proibire ai giovani un comportamento messo in atto dagli adulti è in effetti una contraddizione. Contraddizione che potrebbe essere eliminata con un comportamento coerente degli adulti. Se non si riesce ad immaginare delle alternative al bere è meglio lasciar perdere.


 LA SICILIA

«Notevole aumento di assuntori di alcol»

Cresce di giorno in giorno l’allarme sul dilagare dell’alcolismo in città e nell’hinterland. Dalle parole del responsabile del Sert di via Imera, Renato Andriani, emerge un quadro assai inquietante, pensando soprattutto a un dato incontrovertibile.

Negli ultimi tempi, infatti, la nuova «clientela» che si rivolge al Sert è composta nella stragrande maggioranza da persone finite nel tunnel della dipendenza dall’alcol. Gente che magari, iniziando con una birra bevuta in compagnia di parenti o amici, ha saltato suo malgrado il fosso, diventando assuntore di specialità decisamente più pesanti e dannose per l’organismo.

Renato Andriani sottolinea come «tanto per citare un esempio negli ultimi 15 giorni su 5 persone giunte per la prima volta nella nostra struttura di assistenza, 4 avevano intenzione di programmare un piano di recupero e disintossicazione dall’alcolismo».

Il quinto di queste persone manifestava invece la volontà di tagliare i ponti con le sostanze stupefacenti.

«Il problema - ha evidenziato il medico agrigentino - è che l’abuso di liquori è sempre più manifesto tra i giovani e anche i giovanissimi. Segno che le famiglie e la scuola devono produrre sforzi maggiori per indurre le nuove generazioni a evitare certe patologie».

Andriani non manca inoltre di far emergere come «la funzione del Sert non è in origine quella di affrontare i casi di alcolismo, essendo nato come centro di trattamento e recupero dei tossicodipendenti e comunque di gente che assume sostanze illecite. Il problema è che l’alcol non è considerata sostanza illecita, quindi è alla portata di tutti. Quando tale sostanza finisce tra le mani di persone con problemi di vario genere ecco che il dramma dell’alcolismo si manifesta in tutta la propria gravità».

Al momento il Sert di via Imera ha in cura, per uscire da questo tunnel, una cinquantina di persone, in molti casi giovani. Oltre, ovviamente, alle persone che lottano ogni giorno la loro guerra per battere la dipendenza dalle droghe. Il tutto, in una struttura dove il numero carente di personale in servizio continua a creare non pochi disagi. A causa degli atavici ritardi della burocrazia regionale i medici abilitati a trattare casi specifici sono sempre due, uno dei quali è appunto Renato Andriani, coadiuvato da un collega che ogni giorno fa il pendolare tra Licata e Agrigento. Un’emergenza nell’emergenza dunque.

Francesco Di Mare


L’ADIGE

A Civezzano il consiglio comunale ha ricordato il compianto Giuseppe Mazzeo

Ici, minoranze contrarie

Astenute invece, sul regolamento fornitura acqua

CIVEZZANO - La figura di Giuseppe Mazzeo - scomparso da pochi giorni e già assessore alla cultura a Civezzano dal 1995 al 2000 - è stata ricordata l’altra sera in apertura dei lavori del consiglio comunale che, fra gli altri argomenti, ha determinato l’aliquota Ici per l’anno 2007. Essa rimarrà invariata e unica al 5 per mille, pure per i terreni edificabili, come anche ribadita è stata la detrazione di 170 euro in favore dell’abitazione principale. Voto contrario hanno espresso i 6 consiglieri dei 3 gruppi di minoranza (assente Dario Casagrande). «Non siamo stati ascoltati sulla possibilità di diversificare» ha argomentato David Leonardi che avrebbe gradito minore penalizzazione sulla prima casa, con aliquota portata al 4 per mille, magari riequilibrando il gettito attraverso la riduzione della detrazione. Operazione questa - ha spiegato il sindaco Michele Dallapiccola - che porterebbe a penalizzare proprio i proprietari degli alloggi più piccoli, obbligando a pagare anche quanti attualmente rimangono esenti proprio in virtù della maggiore detrazione. L’Ici incassata nel 2006 e calcolata a fine ottobre, ammonta a 415 mila euro, ha rilevato la vicesindaco Giovanna Rossi che ha pure proposto modifiche a quel regolamento, anche in favore dei contribuenti che, attraverso il ravvedimento, verranno graziati con penale ridotta al 6% sui 5 anni accertabili; sconto fino ad ora assicurato solo sul primo anno, con i seguenti in aumento del 30%. Astensione da parte dei consiglieri di minoranza, con Adriano Dematté a stigmatizzare quello che definisce una sorta di condono. Anche sulle modifiche al regolamento di fornitura dell’acquedotto, le minoranze si sono astenute perché «così si incentiva l’uso dell’acqua potabile per irrigare gli orti» ha risposto Dematté a Rossi che ha spiegato come venga eliminato il nolo contatore e la quota minima fino a 96 metri cubi, sostituiti da quota fissa a copertura del 45% dei costi, in aggiunta alla spesa di consumo. Anche il regolamento di fognatura ha subìto modifiche (unanimità di consensi) atte a prevedere compartecipazione dei privati su allacciamenti risultanti troppo onerosi per il Comune. In precedenza, all’unanimità, il consiglio ha condiviso ed approvato la «Carta europea sull’alcool» presentata da Marina Baroncini.

U. Ca.


LA PROVINCIA DI LECCO

La drammatica vicenda di un dipendente del Sant’Anna oggi impegnato nel Club alcolisti in trattamento di Erba Nicola ce l’ha fatta: «Salvato da un angelo e dalla famiglia»

ERBA L’alcolismo, l’incapacità di affrontare i problemi quotidiani, e poi, la presa di coscienza, l’incontro con un «angelo biondo» e finalmente la rinascita. È questo il percorso di Nicola Arba, un uomo che oggi è fiero di aver ha vinto la sua battaglia con l’alcol. Nicola, 50 anni e origini sarde, ha saputo dare una svolta alla sua vita, e racconta la sua vicenda a «La Provincia» affinché possa suonare come campanello d’allarme per chi è tentato di attaccarsi alla bottiglia. Giunto a Como trent’anni fa, Nicola ha subito trovato lavoro prima nei ristoranti, poi nella manutenzione dell’ospedale Sant’Anna. «Mi ero inserito bene – racconta – ma dopo il lavoro trascorrevo il tempo al bar con gli amici. Bevevo un bicchiere, poi due, finché non li contavo più. All’inizio non ci davo peso e anche quando il medico mi disse che stavo rischiando la salute non ho guadato in faccia l’evidenza. Nemmeno il matrimonio negli anni Ottanta e la nascita di mia figlia mi diedero la forza di cambiare. Dopo il lavoro ricadevo nel rito del bar, e quando tornavo a casa ero annebbiato dagli effetti dell’alcol e mi addormentavo sul divano». «Mia moglie e mia figlia hanno sofferto molto perché non ero più una presenza affidabile nella loro vita. Nonostante ciò mi sono state molto vicine e solo grazie a loro e ai miei fratelli siamo riusciti a consolidare l’affetto che ci legava. Nello stesso tempo i problemi di salute erano aumentati e la dipendenza dalla sostanza era diventata una schiavitù fisica e mentale». Nella vita di Nicola arriva poi un evento traumatico che lo mette di fronte a una scelta. «Era il 19 giugno 2002 e quella notte ero stato molto male – racconta – Nel corso della mattinata mi sono presentato al pronto soccorso del Sant’Anna. Il ricovero è stato immediato, così come le cure, ma dopo qualche giorno sono entrato in coma e sottoposto a intervento chirurgico». Nicola superò quel momento terribile, ma qualcosa in lui era già cambiato. «Durante quella lunga degenza ho conosciuto quello che per sempre chiamerò il mio “angelo biondo”, la dottoressa Kirsten Siliert, che per la prima volta mi ha parlato del Club alcolisti in trattamento. Il 2 agosto, accompagnato dalla mia famiglia, ero già alla riunione di Erba e mi sono sentito subito a casa. Il club è una comunità multifamiliare, che crea una rete di solidarietà e condivisione fortissima tra gli alcolisti, le famiglie e le strutture del territorio. Da allora non sono più stato solo, e non ho più bevuto una goccia di alcol. Ora al centro della mia vita ci sono mia moglie, mia figlia e tutti gli amici». Oggi Nicola è impegnato nel club nelle vesti di «servitore-insegnante», una figura di mediatore all’interno del club che, dopo un’approfondita formazione aiuta chi è nel problema. «Seguo tre corsi di aggiornamento all’anno – conclude – Ho aperto un club ad Alzate e sabato terremo uno spettacolo ad Anzano. Presto saranno aperte due nuove sedi a Canzo e Cantù. Il mio è un entusiasmo sincero per aver avuto la possibilità di scegliere una nuova vita». Veronica Fallini


IL MESSAGGERO (PESARO)

Ubriaco, danneggia 3 auto e finisce contro una vetrina 

Albanese ubriaco semina il panico in corso Matteotti. Imbocca la via cittadina contromano, centra tre auto in sosta e finisce contro la vetrina di un negozio. E’ successo mercoledì sera verso le 23. L’uomo, alla guida di una Seat Ibiza, proveniente da corso Amendola, una volta superato l’ex ospedale Umberto I, invece di svoltare a destra ha tirato dritto su corsi Matteotti, percorribile solo in senso opposto. Prima ha abbattuto il cartello di divieto di transito, quindi ha fatto filotto con tre auto in sosta, per poi infrangere la vetrina di un negozio di abbigliamento. E, non contento, ha cominciato a prendersela con la sua auto, distruggendola. Denunciato dalla polizia, gli è stata ritirata la patente.


IL GAZZETTINO (NORDEST)

BELLUNO 

Ubriaco sul tir sfonda un portone

Mentre lunedì pomeriggio un camionista russo, in preda ai fumi dell’alcol, causava una tragedia a Feltre travolgendo un’auto con due donne e un bambino a bordo, provocando la morte di Flora Manfroi, 81 anni, a Belluno è stata probabilmente evitata una strage. In una ditta di Madeago sono stati gli stessi operai ad impedire che un altro camionista ubriaco, stavolta slovacco, ripartisse causando chissà quali disastri. «Quando è arrivato ha fatto manovra per andare sulla pesa e ha buttato giù il portone con il camion» racconta Flavio Dal Farra, titolare dell’azienda di legnami. Il fatto sarebbe accaduto intorno alle 13, in ditta non c’era nessuno. Poi, una volta arrivati, i responsabili hanno chiesto ragione al camionista cosa fosse successo. «Ha detto di non essere stato lui a causare quel danno - continua Dal Farra - ma era evidente, non solo non era in grado di ragionare da quanto aveva bevuto, ma anche il suo camion aveva i segni di dove aveva sbattuto contro il portone distruggendolo».


Dopo aver scaricato il camion l’uomo si sarebbe messo subito in strada, nonostante lo sconsigliassero tutti. Per impedirlo dall’azienda hanno richiesto l’intervento della polizia locale. «Il camion era in un piazzale privato per cui i vigili non hanno potuto fargli il test del palloncino - continua Dal Farra - anche se gli hanno requisito i documenti per evitare che si rimettesse in viaggio. Non voleva sentire ragioni ma per fortuna è arrivato uno convincente. Così ha dormito nel camion ed è ripartito il mattino dopo, ormai sobrio, quando gli è stata riconsegnata la patente». Intanto il presidente provinciale della sezione trasporti dell’Unione artigiani e piccola industria, che rappresenta circa trecento fra imprese e padroncini, si lancia all’attacco. «Quell’uomo ha devastato una famiglia - denuncia Franco Zampieri - merita di andare in prigione e restarci per il resto della vita. Invece è libero. Gente così, oltre ad aver ucciso una persona e rovinato tante esistenze, rovina anche noi autotrasportatori italiani, che veniamo criminalizzati perché purtroppo la gente tende a generalizzare».

Il camionista russo protagonista dell’incidente di Feltre intanto risiede in un albergo di un comune limitrofo. L’uomo ha eletto domicilio presso l’avvocato Silvia Pison. I carabinieri gli hanno ritirato la patente e scattato foto segnaletiche. Gli è rimasto il passaporto perché, di fronte alla legge, è comunque un uomo libero.

Simona Pacini

 


IL MESSAGGERO (UMBRIA)

LA STORIA 

Ubriaca distrugge le tombe 

Entra nel cimitero di Piccione, tenta di rubare un cellulare e un orologio a due inservienti e poi se la prende con le tombe,.

Protagonista della vicenda una donna di 40 anni la quale, in evidente stato di confusione, ha raccolto una pietra e si è messa a sfregiare, danneggiare e vilipendere le tombe e gli oggetti destinati al culto dei defunti e dell’ornamento del cimitero. Con un bastone, inoltre, ha mandato in frantumi i portafiori, i lumi cimiteriali, ha disperso le croci tumulari e le foto dei defunti.

Per concludere l’opera, infine, ha camminato sulle gettate di cemento dei nuovi loculi in costruzione. Ha trovato un barattolo di vernice, ci ha immerso mani e piedi e ha imbrattato il pavimento e le lapidi di una cappellina privata.

In tribunale la donna ha deciso di patteggiare ed è stata condannata a 3mila euro di multa.

U.M.

 


IL GAZZETTINO (UDINE)

Borgo Stazione, le luci rosse dell’origine

Oggi una "casbah", ieri un mondo notturno che molti udinesi hanno conosciuto

Di Andrea Valcic

Forse sarebbe opportuna una pausa di riflessione. Nel momento in cui si accende una fiaccola bisognerebbe sempre interrogarsi su dove può finire il cerino: i saggi ci ricordano sempre che una scintilla può dare fuoco alla prateria.

Ci si potrebbe allora interrogare su Borgo Stazione e quanto sta accadendo dalle parti di via Roma, di via Leopardi, cominciando dalla memoria, dalla storia che queste zone hanno dal punto di vista reale, ma anche nell’immaginario collettivo, termine abusato che significa in pratica come sono viste e vissute dalla maggioranza delle persone.

Cominciamo dal primo. È la Udine che si sviluppa attorno alla stazione quella dei grandi palazzi che ancora si affacciano su via Roma.

Il tracciato della ferrovia ha da sempre segnato un confine invalicabile tra le classi: da una parte la media borghesia, dall’altra, verso viale Palmanova, via Marsala, i campi, i contadini e poi le case dei ferrovieri, dei profughi, le prime Fanfani.

Negli anni ’60 chi percorreva via Leopardi verso il centro aveva alla sua destra l’ingresso secondario del bar Friuli, l’enorme caseggiato della parrocchia del Carmine, con le sedi delle associazioni cattoliche, un’officina meccanica, il boschetto sempre della parrocchia, la villa con il grande giardino dell’ingegner Bosco all’angolo di via della Rosta. Sulla sinistra dominava la "collinetta", un’altura credo artificiale, risultato di discarica di terra e laterizi. Ci si andava in cima con la bicicletta.

Due costruzioni cambiano radicalmente ruolo alla zona il primo grattacielo udinese, "Il Leopardi", di vetro e acciaio appunto e la stazione della autocorriere. Nascono nuovi palazzi e negozi, tutti di piccole dimensioni molti i bar, attratti dal numero di viaggiatori. Da via diventa viale, con tanto di aiuola spartitraffico e con quello che comporta la definizione.

Già, perché lungo i viali si trovano le "signorine", le non tantissime prostitute udinesi, che esaurito lo spazio fisico dei bordelli di via Villalta e di via Postumia, si sono sistemate lungo il percorso che porta alla stazione: via Dante, via Ciconi, viale Europa Unita.

Il cliente arriva in macchina e le nuove zone garantiscono anche facile rintracciabilità e vicinanza ai treni per i soldati che ancora a migliaia sono presenti nelle caserme friulane.

E qui il passaggio all’immaginario collettivo risulta semplice.

In questi ultimi quaranta anni il friulano medio ha identificato la zona della stazione come quella del malaffare, del peccato. Il luogo dove si infrangeva la legge. Non è un caso che questo avvenisse nel periodo precedente per borgo Villalta, via Anton Lazzaro Moro che ancor di più si prestavano, chiusi com’erano "Tra mura amiche": in mezzo ai vicoli, nei cortili, in case spesso fatiscenti abitavano i contrabbandieri, i ladri, i magnaccia, ma campeggiava il marmo del bordello.

Attorno a quella parvenza di malavita, provinciale come molti aspetti della vita friulana, si crearono però le condizioni per un effettivo radicamento di balordi, più o meno pericolosi che passavano la giornata, anzi la notte nei locali della zona, nelle hall degli alberghi a ore, nell’atrio della stazione, aspettando l’alzarsi della saracinesca del bar interno dove bere il primo o l’ultimo caffè, molto più spesso il primo o l’ultimo grappino. E volete che non funzionasse questa corte dei miracoli come miele per tutti i vagabondi della notte in provincia. Dove cercare una rissa, per focosi bulletti di paese, dove esibire il coraggio alcolico per chi entrava nella maggiore età in cerca di avventure, se non in stazione e dintorni?

Le luci rosse, anche se affievolite, producono questi effetti, difficili da disinnescare. Restano come mine inesplose. Non vuol dir nulla che oggi le signorine viaggino sugli Sms, che per giocare a soldi, non servano sale fumose e clandestine, ma prestigiosi casinò di oltreconfine, che per acquistare coca, basti chiedere con educazione.

Ancora per molto la stazione avrà questo tipo di "richiamo della foresta", anche se con diversi protagonisti.

È abbastanza evidente che sono cambiati i tempi e non sarebbe giusto affermare che i vecchi e quasi romantici "banditi" friulani o i primi cravattari e magliari pugliesi, napoletani sono stati sostituiti da ben più cattivi nigeriani e marocchini.

Ogni città ha ormai la sua Casbah, molto spesso proprio nella zona d’arrivo di tutti i poveri del mondo: il porto o la stazione.

Che non diventi zonaoff-limitsè compito delle forze dell’ordine; che non sia un ghetto è dovere della città.

Ma che sia un luogo dove si possa mangiare indifferentemente kebab e muset con polenta sta all’intelligenza di tutti.

Altrimenti non capiremmo mai perché siamo così attratti da tutte queste zone, così simili e affascinanti in ogni parte del mondo, quando diventiamo turisti e storciamo invece il naso quando ci appartengono.


VARESENEWS


Busto Arsizio

Il test del palloncino "incastra" tre ragazzi, un altro denunciato per il porto di un coltello

Controlli dei Carabinieri alla circolazione stradale, quattro denunce

I carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile, in Busto Arsizio nella zona di San Michele e di Borsano, durante un controllo alla circolazione stradale hanno denunciato tre giovani per guida in stato di ebbrezza alcolica ed uno per il possesso di un coltello.

Nel caso della guida in stato di ebberezza si tratta tre italiani, residenti a Busto Arsizio: una studentessa di 21 anni e due impiegati di 27 e 31 anni.

Al momento del controllo il rilevamento del tasso alcolico è risultato oltre quello consentito dal codice della strada, che ha limiti molto severi.

I giovani si sono giustificati affermando che avevano bevuto alcolici in una quantità minima, che non ritenevano potesse comportare una violazione di legge.

Oltre al ritiro immediato della patente i tre sono stati denunciati alla Procura della Repubblica, e ciò molto probabilmente comporterà il pagamento di una pesante multa. Un altro automobilista, di anni 25, è stato trovato in possesso di un coltello che i militari hanno rinvenuto all’interno dell’auto su cui viaggiava e di cui non ha saputo giustificare il porto. Pertanto anche in questo caso è scattata la denuncia alla magistratura di Busto Arsizio.


IL GIORNALE DI VICENZA.IT

Se l’è presa con i clienti della Proseccheria

Marocchino ubriaco colpisce gli avventori

(ca. b.) Ubriaco a sufficienza e deciso a rompere le scatole agli avventori della Proseccheria di viale delle Fosse.

Un immigrato clandestino, A.E., marocchino di 33 anni, poco dopo le 2 di ieri ha costretto i gestori del locale a chiamare le forze dell’ordine per riportare la calma nell’esercizio pubblico.

Il nordafricano, che ha già parecchi precedenti sulle spalle (evidentemente non abbastanza), aveva mollato qualche ceffone qua e là ad alcuni clienti della Proseccheria. I poliziotti del Commissariato, intervenuti in viale delle Fosse si sono trovati davanti A.E., il quale, oltre ad essere sprovvisto di documenti, era pronto a menare pure loro, ricoprendoli prima di insulti.

In breve, però, gli agenti lo hanno reso inoffensivo e lo hanno accompagnato in Commissariato. A carico del marocchino si profila una denuncia.


IL GIORNALE DI VICENZA.IT

La vittima era andata a sbattere contro un autostoppista a Lonigo cadendo poi sull’asfalto

Travolse e uccise scooterista Inflitto 1 anno alla guidatrice

(i.t.) La colpa dell’automobilista Anna Maria Costanzi fu quella di non avere tenuto una velocità comunque idonea a evitare un improvviso ostacolo. Come quello che le si presentò davanti, sottoforma dello scooterista Ram Parkash appena caduto, la sera del 20 novembre di tre anni fa a Bagnolo di Lonigo lungo la statale 500, mentre si recava a un incontro di preghiera.

Dopo quasi un’ora di camera di consiglio il giudice Cecilia Carreri ha condannato la signora Costanzi, 69 anni, di Gambellara, via Trieste, a 1 anno di reclusione (pena sospesa) per concorso in omicidio colposo e a 2 mesi di sospensione della patente (la sanzione amministrativa è già stata scontata).

Il giudice ha accolto in maniera integrale le conclusioni del pm Monica Mazza, per la quale il punto fondamentale della tragica vicenda è che «gli utenti della strada hanno non solo l’obbligo di verificare che non ci siano ingombri sulla sede stradale, ma hanno anche l’obbligo di stare all’erta per situazioni anomale, mettendo in pratica un preventivo margine di prudenza».

E che la disgrazia avvenuta tre anni fa sia una vicenda limite, lo dimostra la concatenazione degli eventi drammatici, per i quali all’udienza preliminare aveva patteggiato 6 mesi di carcere il pedone cinese Xiangyang Wang, 22 anni, di Merlara, che facendo l’autostop aveva provocato la caduta del ciclomotorista Ram Parkash, che aveva 46 anni e abitava a Bagnolo in via Belvedere.

Dopo l’impatto di Parkash contro il pedone, ruzzolò sull’asfalto come ha spiegato l’ispettore superiore Ciro Valentino, capo dell’ufficio infortunistica della polstrada di Vicenza, sentito come testimone.

La vittima forse non indossava il casco (fu rinvenuto in zona) ed era ubriaco. Su questa circostanza si è battuto l’avvocato difensore Alberto Milesi, il quale nell’arringa ha replicato all’accusa affermando che il povero orientale per le condizioni in cui si trovava, non ebbe la prontezza di lasciare la carreggiata.

Ma non solo. Milesi grazie alla consulenza del consulente tecnico Michele Mattiello di Isola, ha introdotto l’elemento della velocità alla quale avrebbe dovuto andare la signora Costanzi, alla guida di una Ford Fiesta, per eevitare l’improvviso ostacolo: 30 all’ora. «La mia cliente - ha spiegato il legale - viaggiava su una strada extraurbana, sulla quale vige il limite dei 90 all’ora, ai 60, dunque a una velocità inferiore di un terzo al consentito. Il consulente ci dice che solo se avesse viaggiato ai 30 all’ora si sarebbe fermata in tempo. A mio avviso la signora percorreva la statale a una velocità prudente, tenuto conto delle circostanze, e la sua unica colpa è stata quella di trovarsi in quel punto a quell’ora».

Per il pm Mazza, invece, i 60 all’ora erano eccessivi, e la responsabilità di Costanzi è dimostrata dal fatto che l’automobilista non frenò neppure e, ormai sotto choch, si fermò a duecento metri dal punto dell’impatto. Il giudice Carreri è stato dello stesso avviso. La difesa proporrà appello a Venezia.


LA PROVINCIA DI CREMONA

Canove de’ Biazzi

A processo con l’accusa di aver maltrattato suo padre

CANOVE DE’ BIAZZI (Torre) — Il Gup Marco Cucchetto ieri ha rinviato a giudizio P.C. un uomo di 47 anni, accusato di aver maltrattato l’anziano padre. L’imputato, con problemi di alcol, un anno fa era stato sottoposto al Tso, il trattamento sanitario obbligatorio e lo scorso febbraio era finito in carcere, perché aveva disatteso l’ordine del Gip di allontanarsi dalla casa paterna. Il processo è stato fissato il 16 marzo prossimo davanti al presidente della sezione penale, Grazia Lapalorcia. In carcere l’uomo era rimasto 3 mesi. Vi era uscito grazie all’istanza dell’avvocato Simona Bracchi. Ma una volta libero, il 47enne si era lamentato col proprio legale. Voleva restare in carcere, perchè aveva un tetto e un pasto sicuro. Un anno fa il 47enne rifiutò il trattamento sanitario, si barricò in casa e costrinse l’anziano padre a rivolgersi al sindaco per una sistemazione notturna che fosse più sicura. Davanti all’abitazione ci fu un impressionante spiegamento di forze dell’ordine.

 


CORRIERE ADRIATICO

Tutto è cominciato nel primo pomeriggio quando l’uomo è stato visto barcollare in mezzo alla strada, in zona San Giuliano Trasferito all’ospedale è esploso il caos

Momenti di tensione ieri al Murri, un ubriaco semina il panico. Ferito un poliziotto

Insulti e pugni al Pronto soccorso

FERMO - Neppure a una settimana di distanza dall’ultimo episodio, nuovamente, al Pronto Soccorso di Fermo un altro fatto fa tornare prepotentemente alla ribalta il problema sicurezza.

Un uomo, ieri pomeriggio, ha seminato il panico fra medici, infermieri e pazienti. E anche per gli agenti di Polizia intervenuti non è stato facile. Insulti, minacce, calci e pugni.

Sono stati attimi ad alta tensione. Tutto è cominciato intorno alle 14.30. M.G., fermano già ben più che noto alle forze dell’ordine ma anche a tanti cittadini di Fermo centro che hanno avuto modo di assistere a scene simili a quella di ieri, è arrivato in zona San Giuliano. E non è passato inosservato.

Soprattutto agli automobilisti visto che, lo stesso, camminava barcollando causa i fumi dell’alcool, in mezzo alla strada. Subito è partita la chiamata al 113 e immediatamente una pattuglia della Polizia è sopraggiunta sul posto.

Non pochi i tentativi degli agenti di ricondurlo alla ragione. E non poche le rimostranze di M.G. che subito ha lasciato intendere di voler continuare ad andare per la sua strada. Nel frattempo, visto che le condizioni dell’uomo lo richiedevano, è arrivata anche un’ambulanza. M.G. è stato trasferito così al Pronto Soccorso.

E qui ha definitivamente dato in escandescenze. Ne ha avute per tutti. Per i medici, per gli infermieri e per i poliziotti. Prima le parole e poi i fatti. Insulti, minacce, calci e pugni. Un agente è stato anche ferito a un polso. Bagarre generale che, inevitabilmente, non è passata inosservata.

Alla fine l’uomo è stato ricoverato in psichiatria. Ma non mancheranno per lui neppure altre conseguenze.

Inevitabile la denuncia, in primis per resistenza a pubblico ufficiale. M.G, tra l’altro, sempre al Pronto Soccorso aveva già avuto modo di farsi conoscere.

Non molto tempo fa aveva infatti tentato di scardinare la porta che divide la sala di attesa dalle stanze che si trovano immediatamente adiacenti. Ma anche nel centro città ha più volte dato in escandescenze.

Diversi i precedenti penali per lui. Dal carcere è uscito grazie all’indulto. Di neppure una settimana invece un altro episodio che ha messo in allerta il personale sanitario e aveva fatto tornare alla ribalta il problema sicurezza all’interno del Pronto Soccorso, sia per gli altri pazienti sia anche per il personale che lavora, prepotentemente alla ribalta.

E’ chiaro che nuove misure debbono essere prese in considerazione.

Sin da subito, senza aspettare il trasferimento del Pronto Soccorso.

C’è un posto di Polizia, gli agenti fanno il possibile, ma comunque solo di giorno visto che di notte non sono previsti turni.

L’ospedale del capoluogo avrebbe bisogno invece di sorveglianza 24 ore su 24.


L’ARENA.IT

La storia

Pascal, 62 anni trascorsi tra carcere, vino e l’incubo della solitudine

A tu per tu con gli ospiti del dormitorio

Pascal, 62 anni, volto segnato dalla vita e sorriso senza denti, è uno degli storici frequentatori del dormitorio comunale ospitato negli spazi della caserma Santa Marta, in via Cantarane.

Anni di carcere alle spalle, Pascal passa oggi le sue giornate lavorando qualche ora nel bar chioschetto vicino alla stazione. «Guadagno giusto qualcosina per pagarmi qualche bicchiere di vino, non di più però perché altrimenti poi me lo sequestrano», racconta l’anziano annuendo verso i due impiegati del Comune che lavorano come custodi all’interno del dormitorio, tenendo sotto controllo anche gli animi dei 47 ospiti, non di rado difficili da gestire. «Di solito si cerca di mettere insieme nelle stanze, persone il più possibile simili tra loro, anche se a volte qualche screzio o divergenza è inevitabile», spiega Liberati.

«Avrei una casa, ma non ci posso andare. E poi a stare da solo soffro di solitudine, qui invece siamo in tanti», continua Pascal, mentre entra un altro giovane, poco più che ventenne, probabilmente nord africano. «Grazie, ma sono venuto solo a riprendere le mie cose, ho trovato una posto dove stare, così me ne vado», spiega ai custodi. Come lui, molti altri ospiti passano in poco più di mezz’ora, dal corridoio del dormitorio, allestito come una sorta di reception di fortuna.

Per lo più prendono le chiavi della propria stanza e si ritirano, qualcuno sc

Sabato, 11 Novembre 2006
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