| Speciale la stanchezza alla guida 1 La stanchezza alla guida Un rischio difficile da indagare di Sergio Tinti (*) e Lorenzo Borselli (**) |
|||||
|
![]() Durante una giornata lavorativa
che faccia registrare impegni da 6 a 9 ore lavorative, il conducente deve
riposare almeno 30 minuti, mentre in concomitanza di impegni superiori alle 9
ore le pause devono essere di almeno 45 minuti. Su tutto incombe la malattia:
si chiama Sindrome delle Apnee Ostruttive del Sonno (Obstruction Sleep Apnea
Syndrome), o più semplicemente, OSAS4. Uno studio pubblicato nel
2001, che ha analizzato il totale degli incidenti nel periodo 1993-1997 sulla
rete autostradale italiana, ripreso dal CNR – attribuisce alla sonnolenza il
21% degli incidenti. Un’indagine del Ministero della Salute, risalente all’anno
successivo, il 2002, rileva che il 15% degli incidenti extraurbani sarebbero
causati da sonnolenza e tra questi l’OSAS inciderebbe per circa la metà:
parliamo di 9.551 eventi con 367 vittime. Secondo la statunitense National
Transportation Safety Board (NTSB)5, ben il 57% degli incidenti
mortali che vedono coinvolti veicoli commerciali, è da attribuire alla
stanchezza: non conosciamo le regole sui tempi di guida e di riposo negli USA,
ma sappiamo che nel sistema europeo le falle sono tante. Lo dimostrano i tanti
servizi di Striscia la Notizia, ma anche l’elevatissimo numero di operazioni
delle forze di polizia e consistenti nel sequestro di dispositivi di
registrazione dei tempi di guida, l’ultima delle quali ad opera della Polizia
Stradale di Venturina (Livorno). Tuttavia, i crescenti problemi di organico e
l’evoluzione della tecnologia, rendono sempre più difficile il lavoro di chi,
in divisa, cerca di far rispettare la legge in un campo applicativo dai
molteplici aspetti: la sicurezza stradale e dei trasporti, in primis, ma anche
il rispetto delle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, per gli
autotrasportatori, e della concorrenza. Fattori che si correlano tra loro e che
hanno avuto un potenziamento della loro portata fin dal 1989, quando cioè
l’apertura delle frontiere coi paesi dell’est europeo ha portato ad un
progressivo aumento del traffico dall’ex blocco sovietico, incapace di
controllare spesso la qualificazione della propria manodopera (non solo sul
fronte della capacità lavorativa, ma anche del rispetto delle più banali regole
di sopravvivenza, delle leggi trasfrontaliere) e l’efficienza del parco
veicolare. Non serve essere scienziati per capire che il lavoro di autotrasportatore è massacrante e che il
camionista è in perenne debito di sonno: studi citati dall’Istituto Superiore
di Sanità, indicano che i conducenti di veicoli commerciali dormono in media 4
ore e 15 minuti al giorno, con un difetto di 2 ore e 45. Tanto. La Polizia
Stradale, peraltro, non è solo chiamata a vigilare sul rispetto delle norme in
qualità di forza operante in regime di esclusività sulle arterie autostradali,
dove – è evidente – i veicoli commerciali transitano in maniera massiccia. È
essa stessa chiamata a confrontarsi con le problematiche della conduzione
continua di autoveicoli, come tutte le forze di polizia che impiegano personale
turnista (in prevalenza Volanti e Nuclei Radiomobile dei Carabinieri). Un’indagine
effettuata nel 2006 in ambito parlamentare europeo6, ha
stabilito che il trasporto di merci su gomma è destinato a crescere del 60%
entro il 2013. L’effetto, spiegano i ricercatori, sarebbe un aumento previsto
del trasporto internazionale di merci su strada durante il periodo 2007-2013
pari 20,5 miliardi di tonnellate/km l’anno per venticinque Stati membri
dell’Unione europea (quelli che hanno partecipato alla ricerca, nda).
Ciò, ovviamente, avrebbe conseguenze negative in termini di costi di infrastrutture
stradali supplementari, incidenti, congestione del traffico, inquinamento
locale e globale, affidabilità della catena di approvvigionamento, della
logistica e di danni ambientali. Dunque, aumenteranno i convogli, e poiché la
sicurezza dei lavoratori “chiave” di questa filiera, i conducenti, coincide con
la sicurezza stradale in termini più generali, gli sforzi per vigilare devono
essere ampliati. La nostra Specialità è la prima che deve tutelarsi, visto che
la metà esatta del proprio orario di lavoro si svolge in ore notturne. In
Italia, secondo stime fornite dall’ospedale Niguarda di Milano, il 20% degli
incidenti sulle autostrade ha come causa, o concausa, la sonnolenza; è un dato
assodato, peraltro, che il conducente che abbia ingerito sostanze alcoliche,
anche in modica quantità, veda crescere esponenzialmente i rischi di un
improvviso colpo di sonno. Un bicchiere di vino non comporta il superamento
della soglia legale, ma ha un effetto definito “additivo”, così lo definiscono
gli scienziati, nella determinazione di una sonnolenza patologica che aumenta,
correlata alla guida, il rischio di incidenti. Molti studi e ricerche
confermano l’associazione tra OSAS, sonnolenza ed un maggior rischio di
sinistri stradali. ![]() È certamente questo il motivo per cui il Piano Nazionale
della Sicurezza Stradale, istituito con la Legge n. 144/997 riserva
un’attenzione particolare alla guida in “stato di affaticamento”. È noto che
questa patologia porti il soggetto che ne è affetto a conseguenze cliniche e
sintomatologiche tali da diminuire soglia di attenzione e concentrazione e
compromette la valutazione del rischio. Giuseppe Insalaco8,
pneumologo e ricercatore dell’IBIMCNR, spiega che esiste ormai un’ampia
letteratura che conferma l’associazione tra OSAS e aumento del rischio di
incidenti. A solo titolo esemplificativo, in base al ritardo dei tempi di
reazioni tra pazienti affetti da questa patologia e soggetti normali, i primi
percorrono mediamente a 130 km/h, 22 metri in più prima di iniziare a frenare.
Non è un problema da poco: nonostante il numero elevato di persone colpite
dalla sindrome, infatti, solo 40.000 mila pazienti risultano sotto terapia.
Secondo le stime del CNR, ne soffrirebbero in Italia almeno 1 milione e 600mila
persone: ciò rende lo studio relativo alla correlazione tra la patologia e la
sinistrosità stradale, senz’altro sottostimato. In Europa in generale, ed in
Italia in particolare, la correlazione tra questo fenomeno e la sinistrosità
stradale è ancora semisconosciuta. Ciò, probabilmente, per l’evidente
difficoltà di accertarla come evidenza giudiziaria o, se vogliamo, come fonte
di prova. Si pensi che il procedimento penale instaurato dopo la sciagura di
Cessalto, originato da un veicolo commerciale proveniente dalla Polonia,
potrebbe essere immediatamente archiviato per la morte del principale
responsabile. Se l’inchiesta andrà avanti lo si deve solo alla grande
sensibilità dei magistrati della Procura di Treviso, guidata da un fedele
difensore della sicurezza stradale, Antonio Fojadelli. La scelta è netta:
investigare ed avvicinarsi il più possibile alla verità, anche se l’indagine si
concluderà alla fine con l’archiviazione. La filosofia che anima Fojadelli è la
stessa che le agenzie federali americane seguono da tempo: prevenire i costi
derivanti dagli incidenti causati dalla sonnolenza è più economico che pagarne
le conseguenze. Le inchieste giudiziarie che seguirono eventi come Chernobyl9 o
quello della petroliera Exxon Valdez10 sono state provocate da persone
spossate, stanche o colte da colpo di sonno. L’Ufficio Svizzero per la
Prevenzione degli infortuni (UPI), produce stime molto vicine a quelle citate
dal Niguarda, parlando di incidenza fino al 20% nelle cause di sinistrosità,
parlando di disturbi patologici del sonno (su questi è indiscutibile il ruolo
dei medici di famiglia) e della mancanza di riposo. I ricercatori elvetici,
però, fanno centro quando parlano di evidenza statistica, che attribuisce al
solo 1,4% dei sinistri il ruolo di un conducente caduto tra le braccia di
Morfeo. Ma allora, come è stato possibile azzardare l’ipotesi che il 20% della
sinistrosità sia attribuita alla stanchezza? Gli investigatori sono partiti
dallo scenario: gli impatti dovuti al sonno od alla stanchezza, infatti,
avvengono soprattutto di notte e nel tardo pomeriggio, quando l’ora della
sveglia si fa sempre più lontana. Gli eventi aumentano nei weekend, sulla
strada del divertimento e sono più frequenti sulla viabilità maggiore piuttosto
che nei centri abitati. Perlopiù si tratta di incidenti autonomi, collisioni
contro ostacoli fissi (guardrail, manufatti, siepi, cartelli, alberi o fuoriuscite dal piano
viabile). Percorrere lunghe tratte a velocità superiori ai 60 orari ed alte
temperature a bordo dell’abitacolo, facilita la concomitanza dei fattori
favorenti: ecco il rischio per l’autotrasporto. Dicevamo, poco sopra, della
Polizia Stradale: uno studio ha indagato i comportamenti di tutti i
pattuglianti della Specialità da anni in servizio come turnisti: i nostri
agenti lavorano con turni di 6 ore intervallati da riposi di 12, secondo il
cosiddetto modello “in quinta”. Ad esempio: si attacca con orario 19/01 il
lunedì, si riprende il martedì dalle 13 alle 19, il mercoledì i motori si
riaccendono alle 7 del mattino fino alle 13 ed il giovedì l’inizio è fissato alle
una di notte fino alle 7. Soprattutto in autostrada, il ritmo è massacrante,
senza sosta. Il dottor Sergio Garbarino11, autore della ricerca, spiega
che l’85% degli operatori fa un sonnellino, di circa novanta minuti prima del
turno notturno (01-07). “Questa abitudine che possiamo definire una
strategia preventiva spontaneamente adottata – spiega Garbarino – permette
di affrontare il turno di notte con un livello di sonnolenza significativamente
inferiore a quello prevedibile se questo comportamento non fosse posto in
essere. Un complesso modello matematico permette di stimare in circa il 38% la
diminuzione di incidenti avvenuti rispetto a quelli prevedibili senza
sonnellino”. Per esperienza diretta, confermiamo quanto detto nello studio
del medico, uomo che veste la divisa e che, quindi, sa bene quanti e quali
sacrifici comporti vivere a turni. Dunque, il “sonnellino preventivo” risulta
fondamentale per mantenere un più alto livello di vigilanza e di performance
psicofisica e, di conseguenza, per ridurre nettamente il rischio d’incidenti.
Nel caso della Polizia Stradale si tratta di un modello comportamentale
spontaneo, che per gli autotrasportatori è invece disciplinato da precisi tempi
di guida e di riposo stabiliti dalle legge internazionale. Su questo, in
Italia, la CNA sta lavorando duramente per formare imprenditori e dipendenti
come previsto dal D.Lgs. 626/94. La legge della sopravvivenza vorrebbe che il
viaggio fosse interrotto, ma quella del mercato no. Lì bisogna andare avanti, a
tutti i costi. ![]() “Grillo
Drinn”, prodotto dalla DELBUDA alcuni anni fa ma di cui non si trova più alcuna
indicazione nemmeno su internet. |
|||||
|
|
© asaps.it | ||||