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Ha fatto
molto scalpore la relazione presentata al parlamento europeo da Ari Vatanen
ex campione mondiale di rally e oggi Eurodeputato per il suo Paese, la
Finlandia.
In sostanza Vatanen, uno che se ne intende sicuramente, nella sua relazione
che è un contributo a raggiungere l'obiettivo di dimezzare le vittime
degli incidenti stradali in Europa entro il 2010 con proposte concrete
ed efficaci, ha fissato alcuni semplici aspetti.
L'eurodeputato/pilota ha puntato su tre approcci per migliorare la sicurezza
stradale: maggiore prudenza da parte dei conducenti, migliori infrastrutture
stradali e veicoli più affidabili.
Nel suo documento Vatanen sostiene che se i limiti di velocità
fossero rispettati e le cinture di sicurezza correttamente allacciate,
il numero delle vittime sulle strade sarebbe ridotto di almeno il 60%.
In sostanza queste cifre riassumono un principio ben preciso: i fattori
culturali e l'applicazione delle leggi incidono moltissimo sulla sicurezza
stradale. Questi fattori da chi possono essere controllati? Ma è
semplicissimo, secondo il campione, dai singoli Stati membri dell'Unione.
Vatanen nella sua relazione sollecita poi maggiori investimenti per migliorare
la progettazione, la costruzione e il funzionamento della rete stradale.
Queste iniziative potrebbero includere una maggiore semplificazione e
standardizzazione della segnaletica stradale in Europa, con lo scopo di
renderla più riconoscibile e sicura.
Come dare torto al campione ora eurodeputato? Il signore sì che ne
capisce. C'è da sperare che comincino a intendersene anche
altri.
gb
LA SCHEDA DI ARI VATANEN

Ari Vatanen è nato in Finlandia. Fin da ragazzo scoprì la
sua passione per l'automobilismo.
A 23 anni nel 1975, rivelò il suo talento in una gara in Gran Bretagna.
Ha partecipato a gare di Rally con le Peugeot, Citroen, Subaru e Mitsubishi.
Ari oggi è tra i piloti più famosi a livello internazionale.
Nel 1981 è diventato campione del mondo. Ha vinto dieci gare del
campionato mondiale, il Rally di Montecarlo, quattro volte la Parigi-Dakar
e due volte la Hongkong-Pechino.
Lui stesso racconta.
Uno dei momenti più belli della mia carriera è stata la
vittoria al Rally di Montecarlo. Vinsi nonostante una penalizzazione di
8 minuti.
Ma ho avuti anche dei periodi molto difficili. Credo che nei momenti difficili
si imparino le lezioni più importanti. Dapprima ci si ribella e
si pongono delle domande, ma alla fine, a volte anche dopo anni, ci si
rende conto che Dio aveva tutto sotto controllo. Ci si rende conto che
tutto quello che è successo era giusto, anche se non si riesce
a spiegarselo.
Il famoso e il grave incidente in Argentina nel 1985 mi allontanò
dalle gare per 18 mesi.
E' stata dura. Quando cominciai a rimettermi in piedi fisicamente, sprofondai
in una grave depressione. Ma attraverso quelle esperienze penso di essere
diventato una persona migliore: meno critica, più tollerante, più
ricettiva e con una prospettiva più ampia delle cose.
Da mio padre ho imparato a vivere la mia fede cristiana in modo libero
e spontaneo. Non i nostri sentimenti o la nostra religiosità sono
rilevanti, bensì ciò che accadde 2000 anni fa sul Golgota.
La morte e la resurrezione di Gesù Cristo sono l'unica cosa a cui
si dovrebbe far riferimento. Questi avvenimenti hanno una loro validità
indipendentemente dalle nostre esperienze.
La cosa più esaltante del Cristianesimo è che noi possiamo
arrivare a Dio così come siamo, che ogni essere umano viene riconosciuto
nella sua unicità.
Sebbene nessuno di noi sia un santo, ognuno può parlare con Dio
pregando: "Signore, accettami così come sono". E Lui
lo fa, senza tener conto di quello che abbiamo fatto.
Solo Gesù è santo. Noi falliamo spesso e dipendiamo ogni
giorno dalla sua misericordia e dal suo perdono.
Possiamo chiedergli in qualsiasi momento: "Gesù Figlio di
Dio, perdonami!"
L'apostolo Paolo nella sua lettera ai Romani 3:23-24 scrive: "Perché
in questo gli uomini sono uguali: tutti sono peccatori e non sono in grado
di mostrare niente che possa piacere a Dio. Ma ciò che nessuno
può meritarsi, nella Sua bontà, Dio lo regala: Egli ci accetta
perché Gesù cristo ci ha redento".
Tratto da "Diretto alla meta" edizione speciale del Nuovo
Testamento.
Foto: ECSU - Germania.
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Il Centauro
vuole farLe una domanda, una sola, ma molto diretta: cosa pensa della
decisione di elevare su alcuni tratti autostradali il limite massimo di
velocità a 150 km/h?
La domanda è impegnativa, perché la decisione in questione
va inquadrata nel contesto di tutte le modifiche apportate al codice della
strada. La risposta non può essere quindi sintetica. Siamo, d'altra
parte, su un terreno molto complesso, che richiede un'attenta distinzione
tra fatti ed opinioni. E a proposito di fatti, consideriamo come vanno
ancora oggi le cose: i 150 km/h sono già nella pratica la velocità
di crociera di molti veicoli, troppi. Sicuramente questa non è
un'impressione, perché obiettivamente percepibile da ognuno,
sia in base al proprio tachimetro, sia per la rapidità con cui
questi veicoli si avvicinano dopo aver lampeggiato da lontano, sia per
l'onda di pressione che ci investe nel momento in cui ci sorpassano.
Sere fa, seguendo una puntata della nota serie televisiva Star Trek,
mi ha colpito una frase che il capitano dell'Enterprise diceva ad
un suo ufficiale a proposito di un problema dell' astronave: L'ottimismo
non altera le leggi della Fisica. Parole sante. Per quanto si possano
avere opinioni diverse, certamente sulla fisica possiamo essere tutti
sufficientemente d'accordo. Quindi, semplificando le cose ai fini
di una maggiore comprensibilità, partiamo dalla fisica.
Quando un corpo si muove uniformemente, questo possiede un'energia
in proporzione al quadrato della sua velocità. Questa energia
di movimento (energia cinetica) è anche proporzionale
alla massa che si muove, e risulta:
dove
m è la massa del mobile e v la sua velocità.
Dunque, alla stessa velocità, un camion carico ha più energia
cinetica di un'automobile col solo conducente. E questo, peraltro,
coincide con quello che il buon senso suggerisce.
Prescindendo dalla massa del veicolo, supposta costante, se a 20 km/h
ho 400 punti di energia (20 x 20 = 400), a velocità doppia, 40
km/h, ne ho 1600 (40 x 40 = 1600): in altre parole, raddoppiando la velocità,
l'energia di movimento quadruplica.
Se dobbiamo improvvisamente arrestare il nostro veicolo, ad esempio per
evitare uno scontro, dobbiamo scaricare tutta questa energia, cosa che
avviene per attrito, frenando. Eliminare tutta l'energia cinetica
è vitale: per esempio, se siamo a 100 km/h e scarichiamo il 99%
della nostra energia, quel poco che ne resta (1%) comporta un impatto
non già a 1 km/h come sembrerebbe a prima vista, bensì a
10 km/h!
Se non scarichiamo tutta l'energia cinetica, all'atto dello
scontro quella residua si ripercuote sulle strutture del veicolo, deformandole,
e su chi sta nel veicolo stesso, provocandogli lesioni, oltre a quelle
che già possono essersi verificate per la rapida decelerazione.
In termini neuropsicologici il problema di fondo è che noi percepiamo
i cambiamenti di velocità (accelerazioni e decelerazioni), ma non
l'entità di energia cinetica che accumuliamo (N.B.: si osservi
che in queste considerazioni stiamo trattando, per semplicità,
le cose dal punto di vista di un solo veicolo: si tenga sempre presente
però che in caso di scontro - l'energia complessiva
in gioco non è solo quella del veicolo su cui uno viaggia, ma anche
quella dell'altro veicolo contro cui avviene l'impatto).
Ma torniamo alla velocità. A 130 km/h ho 16.900 punti di energia
(130 x 130= 16.900), a 150 km/h ne ho 22.500 (150 x 150 = 22.500), con
un incremento di energia cinetica del 33.1% rispetto a quella che avevo
a 130 km/h. Consideriamo poi che a 130 km/h stiamo viaggiando a 36.4 metri
al secondo, a 150 km/h a 42.0 metri al secondo. Per avere un'idea
concreta di queste velocità, si pensi che un centometrista di valore
(10 secondi netti) corre a poco più di 35 km/h e che un campione
immaginario che riuscisse a percorrere i 100 metri in 9 secondi netti
non raggiungerebbe ancora i 40 km/h (correrebbe a 39.7 km/h). D'altra
parte, in caso di situazione critica, prima dobbiamo percepire i segnali
fisici di tale situazione, poi riconoscerla come pericolosa,
poi ancora decidere cosa fare ed infine farlo: e questo richiede del tempo
al nostro cervello. Supponiamo che tale tempo sia circa un secondo, questo
vuol dire che se siamo a 100 km/h cominciamo a frenare dopo aver percorso
28 metri dalle prime avvisaglie di pericolo; ma se abbiamo bevuto, o siamo
intorpiditi dalla sonnolenza, o se siamo distratti (magari dal cellulare),
o altro ancora, e ci mettiamo 2 secondi, allora la frenata comincia nei
fatti dopo aver percorso 56 metri!
E' evidente che all'aumentare della velocità si accorcia
il tempo a disposizione per prendere provvedimenti e cresce lo spazio
netto di frenata (quello percorso da quando si comincia a frenare sino
all'arresto del veicolo), che è bene ricordarlo
va anch'esso col quadrato della velocità (in condizioni medie,
a 50 km/h, dopo aver frenato, per fermarsi ci vogliono circa 25 metri,
a 100 km/h circa 100 metri). Lo spazio di frenata complessivo è
quindi la somma di quello percettivo-decisionale e di quello legato all'azione
frenante stessa. E' bene inoltre aver chiaro che i tempi medi che
comunemente si considerano per la durata della fase percettivo-decisionale
(in genere tra 0.7 secondi 1.5 secondi) provengono da studi di
laboratorio, e sono a mio parere molto ottimistici in quanto in queste
prove il soggetto si aspetta un segnale e sa cosa deve fare in risposta:
non c'è molto da riconoscere né da decidere (il soggetto
lo sa già). Inoltre, il soggetto sa di essere osservato e, in genere,
la sua performance è migliore di quella che avrebbe
in realtà su strada. Questo è comunque un limite che riguarda
tutte le prove su simulatore. Lo spazio netto di frenata è poi
molto aleatorio perché dipende in concreto, oltre che dalla velocità,
dalla massa, dal sistema frenante, dallo stato dei pneumatici, dalla natura
del fondo stradale, dalle condizioni atmosferiche, e da altre variabili
ancora.
In conclusione, maggiore è la velocità più impegnativi
a parità di condizioni - appaiono i problemi di sicurezza.
Detto questo, però, bisogna obiettivamente considerare che lo stesso
ragionamento fatto per i 130 e i 150 lo si può fare a ritroso,
come ad esempio per i 130 km/h verso i 110 km/h: in questo caso abbiamo
a 110 km/h 12.100 punti di energia e a 130 km/h 16.900, con un incremento
dell'energia pari al 39.7%. E così scendendo, sino ad arrivare
a velocità zero dove, tuttavia, se uno ha la sfortuna di perdere
l'equilibrio o di inciampare malamente, può sempre procurarsi
un brutto trauma cranico o qualche grave frattura e, al limite, anche
morire.
Il vero problema, dunque, appare il seguente: dove porre al meglio il
limite di velocità massima? E' una domanda che non ha una
risposta univoca: se è vero che quando il limite va verso il basso
si può rallentare la circolazione; e se va troppo in alto si possono
acuire i problemi della sicurezza, è anche vero che il tutto deve
essere rapportato allo specifico contesto stradale (non a caso abbiamo
limiti differenziati per zona urbana e zona extraurbana).
Alla luce di tutto questo, credo sia chiaro che innalzare il limite
sia pur su alcune tratte ritenute idonee presenta aspetti particolari,
che dovrebbero essere considerati con attenzione al fine di evitare indesiderati
effetti collaterali.
I punti a mio parere più importanti, da tenere presenti nell'applicazione
della nuova normativa, ritengo siano:
1) il limite massimo dei 150 km/h, che scenderebbe comunque a 110 km/h
sotto condizioni atmosferiche avverse (precipitazioni di qualsiasi natura),
riguarderà un numero limitato di tratte, previa valutazione dell'idoneità
del tracciato, dei flussi di traffico, dell'incidentalità
rilevata nell'ultimo quinquennio. Essendo tali valutazioni effettuate
dai gestori delle tratte, sembra necessario che queste siano rigorosamente
validate con metodo standardizzato, e con eventuali controlli di conferma
di quanto riportato, da un organismo centrale (come peraltro appare evincersi
dalla direttiva del 30/4/2004);
2) è ben chiaro che non solo l'ambiente stradale deve essere
adeguato alla velocità massima consentita, ma anche i veicoli e
i conducenti. All'elevazione del limite, oltre al verificare che
le caratteristiche di sicurezza della strada siano (e permangano) idonee,
dovrebbero corrispondere anche controlli molto più frequenti e
mirati sullo stato dei veicoli (pneumatici, freni, luci, ecc.) e sulle
condizioni psicofisiche e comportamentali dei conducenti (guida sotto
l'influenza di alcol o sostanze, guida scorretta o aggressiva, velocità
pericolosa, ecc.); 3) poiché l'innalzamento del limite potrebbe
apparire a molti conducenti in controtendenza con numerosi messaggi comunemente
veicolati per una maggior prudenza alla guida, sembra razionale rinforzare
negli utenti tutti la percezione del rischio legato alla velocità,
anche intensificando i controlli della stessa su tutta la rete;
4) un punto delicato è quello che riguarda il ritiro della patente
per superamento del limite di velocità: se si applicasse il criterio
dei 40 km/h oltre il limite, il ritiro della patente - come da molti segnalato
- sarebbe possibile solo dopo il superamento dei 200 km/h (56 m/s)! Ma
dove sta scritto che quel che può aver senso per un limite di 130
km/h debba averlo anche per uno 150 km/h? A questo proposito, credo sarebbe
opportuno fissare come limite per il ritiro della patente i 170 km/h,
quale che sia la velocità massima consentita sulla tratta (130
o 150 km/h che siano), possibilmente aumentando il numero di punti sottratti
e relative sanzioni;
5) sempre ai fini di una visione complessiva dei problemi, credo che due
azioni collaterali potrebbero essere prese in considerazione: i) bisognerebbe
chiarire bene una volta per tutte agli italiani, anche prima che si cominci
a guidare un veicolo, che la velocità massima non è la velocità
cui uno è obbligato ad andare, ma un muro insuperabile. Diciamocelo
con franchezza: una buona parte dei conducenti se vede un limite di 80
km/h si sente in dovere di viaggiare ad 80 km/h (magari a 90, tanto
più o meno siamo lì
). Un limite di 150 km/h presuppone
una velocità di crociera generalmente inferiore talora anche
sensibilmente al limite stesso, correttamente adeguata al contesto
(e analogamente per limiti di 130 km/h o 50 km/h che siano).
ii) andrebbe considerata la possibilità di ritoccare il valore
dei punti perduti, in quanto attualmente non sempre questi riflettono
il rischio fattualizzato dal conducente. Tanto per non restare nel vago,
oggi chi non porta la cintura di sicurezza perde cinque punti; chi supera
il limite di velocità tra i 10 e i 40 km/h ne perde due. Ora, chi
non indossa i dispositivi è deleterio socialmente perché,
a parte i problemi che può creare per sé e per la propria
famiglia, se si fa male assorbe maggiori risorse sanitarie e riabilitative;
ma rischia sostanzialmente sulla propria pelle. Chi va a velocità
eccessiva rischia la propria e l'altrui salute: e questo è
più grave. Viene da pensare che forse per i dispositivi basterebbe
togliere un punto o due (e attivare una raffica sistematica di controlli,
e conseguenti multe, tali da contribuire al risanamento dei bilanci pubblici),
mentre per l'eccesso di velocità si potrebbero incrementare
i punti perduti in modo da escludere rapidamente dal sistema circolazione
chi insistesse in un comportamento così pernicioso;
6) in ultimo, se al provvedimento dovesse corrispondere un aumento della
sinistrosità stradale e delle sue conseguenze sanitarie (e la valutazione
potrebbe essere già effettuata anche nel primo anno di applicazione
del provvedimento), sarebbe razionale rivedere il limite, come d'altra
parte già previsto dalla direttiva citata.
In un certo senso, a mio parere, il tutto dovrebbe avere un preciso carattere
di sperimentazione.
In conclusione, allora, Lei cosa ne pensa?
Alla luce di quanto detto, in particolare del fatto che la sicurezza è
correlata anche alla velocità, ritengo che il risultato di questa
decisione dipenderà da come verrà seguito il tutto. Mi auguro,
in particolare, che vengano intensificati sulle tratte interessate i controlli
dei veicoli e dei conducenti.
Comunque, al di là di questo problema specifico, credo sia necessario
su tutta la rete stradale incrementare azioni di controllo e di
informazione - dirette a far sì che, quali che siano i limiti di
velocità, i comportamenti degli utenti divengano sempre più
strettamente congruenti con il Codice della Strada e, quindi, con la sicurezza
di tutti.
Biografia
di Franco Taggi
Laureato in fisica all'università di Roma, ha sin dall'inizio
della carriera dedicato la sua attenzione a problemi di interesse medico,
epidemiologico e di sanità pubblica. Già dalla prima metà
degli anni '70 ha attirato l'attenzione sui problemi sanitari
derivanti dagli incidenti stradali e sulla necessità di attivare
azioni di prevenzione in merito. Negli anni '80-90, in qualità
di direttore del reparto Metodologie e Modelli Biostatistici
dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha contribuito alle
leggi sull'uso obbligatorio del casco e delle cinture di sicurezza,
alla definizione del tasso alcolemico limite per i conducenti ed alla sua
determinazione strumentale, come pure al Piano Nazionale della Sicurezza
Stradale per quanto relativo agli aspetti sanitari dell'incidentalistica
stradale. Dal 2004 è direttore del reparto Ambiente e Traumi
nel Dipartimento Ambiente e connessa prevenzione primaria dell'ISS,
diretto dalla dott.ssa Luciana Gramiccioni, dove si occupa oltre che di
sicurezza stradale, dell'epidemiologia e della prevenzione degli incidenti
e della violenza.
Il gruppo diretto dal dott. Taggi realizza nei fatti la necessità
di un approccio multidisciplinare a queste problematiche: di esso fanno
parte, tra gli altri, un informatico-statistico, un epidemiologo, un esperto
di codifica dei traumi, un medico delle dipendenze, una psichiatra, un antropologo,
un economista, una comunicatrice, un filosofo-metodologo, una sociologa.
Dal 1980 ad oggi il dott. Taggi ha ininterrottamente svolto attività
didattica presso l'università di Roma La Sapienza,
in particolare nell'ambito della Scuola di Specializzazione in Fisica
Sanitaria, di cui cura la materia Statistica ed informatica nelle
applicazioni sanitarie II.
Autore di più di cento pubblicazioni internazionali, e di circa 300
su riviste nazionali, è stato anche autore, coautore o curatore di
numerosi volumi, molti dei quali riguardanti i problemi connessi con la
sicurezza degli ambienti di vita.
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